Leiji Matsumoto

 

 


 


Leiji Matsumoto e il suo universo.

 

 

 

 

 

Fare una recensione su Leiji Matsumoto, mette addosso un po' di ansia, perché con questo autore si entra nel territorio dell'inviolabile. Anche i manga, infatti, hanno i loro mostri sacri, ed in effetti Matsumoto appartiene a quella schiera di personaggi che hanno fatto la storia del fumetto giapponese.
Nato nel 1938, è già solo per ragioni anagrafiche uno dei grandi vecchi entrati nella leggenda dei mangaka, ma oltre a ciò la sua opera rappresenta una sorta di polo opposto a quella che fu la tematica fantascientifica più famosa negli anime degli anni Settanta. In quel decennio, infatti, ai robot antropomorfi di Go Nagai, e dei suoi imitatori, venne affidato il compito di esprimere le contraddizioni di un Giappone che correva ad occhi chiusi verso una modernizzazione selvaggia. In queste opere il paradosso di una nazione meticolosamente attaccata ai suoi valori tradizionali e contemporaneamente lanciata a rotta di collo verso un futuro avveniristico, prende corpo con una forza d'impatto che cambierà la storia dell'animazione e non solo quella giapponese.
In quel medesimo giro di anni il giovane mangaka Akira Matsumoto cambia nome, assumendo lo pseudonimo di Leiji (o Reiji), e con tale mutamento egli sembra voler segnare un passaggio dalle opere shoujo della giovinezza, alla fantascienza avventurosa e romantica di cui presto diventerà il maggior rappresentante. Anche questa scelta condizionerà l'immaginario collettivo di quegli anni e segnerà un'altra tappa alla diffusione dei manga e degli anime in Occidente.
Per definire la produzione di Matsumoto gli Americani hanno inventato il neologismo leijiuniverse, ed in effetti è di un universo che si tratta e non solo perché quelle di Matsumoto sono opere di fantascienza. Questo universo comincia a prendere corpo con una serie di esperimenti iniziati alla fine degli anni Sessanta. In una successione di manga brevi, Matsumoto comincia infatti a mettere a punto quelli che saranno i temi, le atmosfere, i personaggi di questa nuova fantascienza, fino a quando nel 1975 esce Uchu Senkan Yamato (La corazzata Yamato), seguito nel 1977 da Ginga Tetsudo 999 (Galaxy Express 999) e Uchu Kaizoku Captain Harlock (Capitan Harlock). Con queste tre opere vengono gettate le basi di una saga che fino ai giorni nostri non fa che arricchirsi di nuovi capitoli, apparentemente slegati l'uno dall'altro, ma collegati dall'ambientazione, dall'atmosfera e da alcuni personaggi che "saltano" di storia in storia. Una nave spaziale lanciata verso una galassia lontana alla ricerca di un antidoto con cui salvare la Terra; un ragazzo che intraprende un interminabile viaggio di pianeta in pianeta per raggiungere il sogno di avere un corpo immortale; un pirata dello spazio che lotta contro alieni di forma femminea, che "bruciano come carta" e sono in realtà dei vegetali. E così, mentre i robottoni lottavano saldamente ancorati alla Terra, la fantascienza di Matsumoto allarga la sua ottica e salpa per lo spazio interstellare, verso un non-luogo che diventa una presenza costante, in magnifiche tavole a pagina intera, dove il nero assoluto è appena rischiarato dai punti bianchi di galassie immobili e remote. Uno spazio necessariamente non umano, nella sua immensità fredda e indifferente, ma che rappresenta il luogo aperto per eccellenza, vuoto di leggi e di limiti, in cui da sempre l'avventura prende inizio. Ed è l'insistenza ossessiva su questo spazio illimitato che fornisce la prima chiave di lettura del leijiuniverse, che prima di ogni cosa ha la forma di un canto per l'uomo, un'esaltazione dell'umanità e delle sue peculiarità.
C'è in questa celebrazione un qualcosa di apparentemente molto familiare per noi occidentali, e forse è per questo motivo che Leiji Matsumoto è stato spesso considerato uno dei mangaka più comprensibili nell'ottica della nostra cultura. Ma forse questo giudizio nasconde un equivoco di fondo, dovuto ad una certa superficialità d'interpretazione. L'avventura si sa comincia da un ostacolo posto sulla strada dell''eroe e consiste nella narrazione del modo in cui questo ostacolo viene superato. Nella capacità di oltrepassare l'ostacolo l'eroe può dimostrare il suo valore, ed ogni superamento non è che una metafora dell'eterna lotta dell'uomo contro i limiti imposti dalla sua stessa natura. Matsumoto ambienta le sue opere nello spazio profondo, consapevole, come ogni autore di fantascienza, di come l'abisso dell'infinito rappresenti il freno più ostile e più pericoloso, per creature nate e nutrite nell'orizzonte di una pianeta materno e protettivo. La Terra, infatti, nei sogni di Capitan Harlock e degli altri suoi protagonisti, è la casa, il luogo dal volto familiare, amato e nostalgicamente rimpianto, ma da cui ci si allontana per inseguire un destino che paradossalmente dovrebbe rendere l'eroe ancora più umano, se essere uomo necessita di un eterno slancio volto a superare sempre nuovi limiti. E cosa c'è di più occidentale di questo canto per un'umanità capace di formidabili conquiste epiche, che dovrebbero permettergli di dominare l'universo? (ricordate? "Nati non siete per vivere come bruti, ma ecc... ecc...")
Eppure a leggere i manga di Matsumoto e a guardare gli anime, ancora più famosi e celebrati, c'è qualcosa che non torna. Lo spirito infatti con il quale le avventure di questi personaggi straordinari sono narrati, non è epico, ma piuttosto si direbbe elegiaco. Una strana, sottile tristezza impregna ogni sua opera, una malinconia meravigliosamente simboleggiata nei manga da una serie di tratti grafici, come l'uso particolarmente generoso dei retini, dove il nero a volte occupa intere pagine, o l'uso di inquadrature fatte di campi lunghissimi, dentro ai quali gli esseri umani sono appena tratteggiati, quasi fossero minuscole caricature. E ancora questa stessa malinconia si rivela nella personalità e nei gesti dei suoi indimenticabili protagonisti. Le donne per prima cosa, alte e longilinee creature, immagini eteree ed impalpabili, che possono diventare estranee e pericolose, quasi a rilevare un fondo misogino, oppure salde e materne, ma sempre intoccabili, come il più nostalgico dei sogni. E poi gli uomini, solitari e leali, coraggiosi di un coraggio disperato, ma mai strafottente, cavalieri di un ideale irraggiungibile, o per meglio dire sorpassato dalle mode e dall'indifferenza.
Il male contro il quale lottano questi eroi è il disfacimento della Terra amata a causa di un pericolo che non è semplicemente il simbolo di una minaccia culturale. Questo pericolo sfida, infatti, non solo la memoria e l'attaccamento alle tradizioni, ma lo stesso significato intrinseco dell'essere uomo. Esso è prodotto da una follia che inneggia a valori apparentemente nobili, ma in realtà perniciosi. Ideali come la forza, la durezza, la solidità, il controllo delle emozioni che dovrebbero animare l'uomo superiore (vedi per esempio, il sogno di un'umanità eletta di Fuhrer Doppler, il cattivo di Danguard A), ma in realtà non sono che il sintomo di un processo di disumanizzazione, che culmina, in opere come Galaxy Express o nella seconda serie di Capitan Harlock (Waga Seihun no Arcadia - L'arcadia della mia giovinezza) nell'invenzione degli androidi: immortali uomini-macchina, tanto potenti quanto inumani.
A ben guardare perciò se un'esaltazione dell'umanità esiste in Matsumoto essa è all'estremo opposto di quella che si legge in filigrana nella nostra cultura, perché non è celebrazione della potenza, della forza e della durata, ma al contrario della fragilità e della caducità. Contro la ragione asettica delle Mazoniane, contro la fredda superiorità degli Umanoidi, contro la selezione genetica di Fuhrer Doppler, contro gli uomini-macchina, perfetti ed eterni di Galaxy Express 999, Matsumoto oppone la sua concezione dell'uomo, il cui destino consiste nel percorrere uno spazio infinito, in un tempo infinito, e nonostante ciò nel difendere, come se fosse il bene più prezioso, il proprio corpo di carne e sangue destinato a morire, e proprio per questo degno di essere amato e salvaguardato come la più preziosa delle cose.


*Per scrivere questa recensione mi sono servita di una serie di dati trovati negli articoli di Davide Castellazzi, apparsi sul numero 1 di La Corazzata Yamato, n. 1 e n. 5 di Capitan Harlock, editi da Planet Manga.


 

 

by Pec-chan

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