Lettere dall'Asia - Visa run: quando il giorno precedente deve ancora terminare (Vientiane, Laos - 12 febbraio 2009)

Lettere dall'Asia


Visa run: quando il giorno precedente deve ancora terminare (Vientiane, Laos - 12 febbraio 2009)

Il giorno in cui mi scade il visto thailandese – proprio quando devo mettermi in viaggio, attraversare il confine ed entrare in Laos per ottenerne uno nuovo – comincia quando quello precedente deve ancora terminare. Ieri sera sono uscito con Emilio per un buffet tradizionale, un paio di birre, un po’ di musica e quattro chiacchiere. Questo era il piano, un po’ bluff e un po’ struttura mentale, che comincia a scricchiolare già nell’ampia sala del ristorante, dove plachiamo con la birra fresca l’effetto esplosivo della combinazione di peperoncino, afa tropicale e ondate di calore emesse dal braciere che arde al centro del tavolo.

Il cedimento continua nei tre disco-pub dove continuiamo a trangugiare birra, mentre ascoltiamo un medley di musica rock, pop e commerciale. L’alba ci sorprende con la forza di volontà, la resistenza alle tentazioni e il senso pratico sfiancati da un lungo bombardamento di alcol e onde acustiche, a bordo di un taxi, con un ragazzo inglese e due sue amiche thailandesi. L’auto si ferma davanti ad una sala karaoke. All’interno gruppetti di clienti seduti su divanetti di finta pelle attendono il loro turno al microfono bevendo piccoli sorsi di whisky da bicchieri ghiacciati.

In questo locale con la porta sbarrata e le finestre schermate per ingannare i sensi in una percezione di notte eterna, alle 7 di mattina, con la disinvoltura di chi ha ordinato cappuccino e brioche per colazione, stappiamo una bottiglia di 100 Pipers Scotch e ne mescoliamo il contenuto melenso con ghiaccio, soda e coca. Dopo aver mandato giù un sorso e barricato la gola contro un conato di vomito utilizzo il bicchiere soltanto come passe-partout da conversazione.

Arrivo a casa alle 11 passate. Il volo è alle 16:15, punto la sveglia alle 13 e crollo. Passano trenta secondi e lo squillo mi pizzica il sonno. Devo essere proprio sbronzo, ho sbagliato a puntare l’orario. Controllo. No: è l’una, e sì: sono sbronzo. Ma non ho sbagliato, ero in coma da due ore. Rinvio il segnale di dieci minuti. Poi altri dieci, e quindi ancora dieci. Dopo un’overdose di snooze scatto in piedi alle 14:20, mi lavo, infilo quattro stracci nel sacco e scappo col terrore di aver scordato qualcosa di fondamentale: il passaporto, le carte di credito, la coscienza...l’anima!

Nel taxi mi tiene sveglio l’adrenalina della fretta e forse anche l’effetto esilarante tipico della fase tarda di certe sbornie. Nell’aereo mi assopisco a ripetizione e a Udon Thani cedo al sonno sul sedile del furgoncino. L’ultimo ricordo prima del buio è la sensazione di aver riscoperto all’improvviso, per l’ennesima volta, tra Isan e il Laos, l’Asia rurale, quella che mi aveva inghiottito e digerito anni fa, quando ero appena arrivato. C’è una diapositiva proiettata sullo schermo tra occhi e cervello, a cavallo tra sogno e realtà. Su un mare di prati e risaie fluorescenti galleggiano come canotti grigi i corpi gonfi di una mandria di bufali d’acqua. Pigri, immobili se non per una strizzata d’occhio o una sventagliata d’orecchio con cui scacciano un insetto fastidioso. Ognuno ospita distrattamente sulla schiena un passeggero, un simpatico uccellino nero.

Attraverso il confine quando già è buio. L’ufficiale al posto di frontiera thailandese mi guarda, mi consegna il passaporto e mi ripete quella che non ho mai capito se sia una battuta o un ammonimento: “Last day!” “Yes, I must really be lucky” La mia solita risposta. Poi sorridendo scivolo nel buio della terra di nessuno. Al banco dei visti laotiano, tra i mucchi di carte che mi vedo consegnare c’è un bigliettino, una ricevuta di pochi centesimi di euro per uno sconcertante supplemento notturno.

Entro a Vientiane in un taxi, con una francese che lavora in Laos ed un signore australiano. È una scena da barzelletta: ci sono un italiano, una francese e un australiano...discutono di incendi dolosi. L’australiano spiega che nel suo paese i sospetti si addensano sui mujahiddin delle cellule jihadiste locali. La ragazza parla di qualche altra causa per gli incendi appiccati in Francia. Una causa magari non nobile, ma pur sempre una causa. Alla fine ascoltano in silenzio la storia degli incendiari italiani che mandano a fuoco ettari di boschi per puro tornaconto personale. Arrivato in città poggio il bagaglio in albergo, esco per un boccone, torno in stanza e crollo ben prima che sia mezzanotte.

Mi sveglio presto, prima delle 7, il consolato apre alle 8:30 e chiude alle 12. Per evitare la lunga coda iniziale senza comunque correre rischi decido di arrivare tra le 10 e le 11. Perdo tempo con un libro e un telegiornale. Conosco bene la procedura consolare e seguo una sequenza collaudata in passato. Faccio colazione con baguette franco-laotiana, uova e Cafelao. Mi procuro le fototessere e le copie del passaporto e dopo aver noleggiato una bici lentamente mi avvio.

Vientiane è una capitale schiacciata all'interno di un paesino: il consolato non è lontano. Percorro la strada che porta al Wat That Luang con un occhio puntato sul lato di sinistra pronto a riconoscere il segnale: una bolla ondeggiante di tuk-tuk, persone, noia e sudore. Arrivato a pochi metri dall’enorme Stupa dorato che chiude la strada mi fermo perplesso e mi volto a guardare. Torno indietro fissando gli edifici sulla destra, conto almeno tre ambasciate ma di quella thailandese nemmeno un segno. All’inizio della via fermo due turisti e do un’occhiata alla loro guida. Non mi sbagliavo, il consolato dovrebbe essere qui.

Ripercorro in fretta questa striscia di asfalto bollente e mi fermo davanti ad un edificio familiare. Riconosco il vialetto dove ho già fatto la coda, il porticato con il banco per la consegna dei documenti, l’ufficio delle casse e quello per il ritiro dei visti. La struttura è deserta, completamente abbandonata. Le finestre della guardiola sono due occhi che mi fissano come quelli di un vecchio amico che ha perduto la memoria. Resto fermo sotto il sole, pensando a cosa fare. Goccioline di sudore strisciano come lumache sulle mie tempie e poi giù per le guance. Non ci sono indicazioni per raggiungere la nuova sede. Seduto all’ombra di un albero un laotiano mi sorride, mi chiama e in inglese mi dà le informazioni che cercavo.

Non controllo l’ora per non ammazzare la speranza e spingo sui pedali come un ciclista al traguardo. Svolto a sinistra prima dell’ambasciata vietnamita e al semaforo di nuovo a sinistra. Non sono sicuro che fosse questo l’incrocio. Mi alzo, la bici avanza per inerzia. Il punto di riferimento è il Singapore-Lao College. Lo vedo, mi animo e riprendo a pedalare. Arrivo ad un bivio e svolto a destra, d’istinto. Dopo duecento metri sbuffo e scrollo la testa come un cavallo, inverto, torno al bivio e prendo l’altro ramo. Pedalo, sudo, pedalo e cerco di ragionare, ma non vedo nulla. Torno indietro e mi fermo davanti al College, il consolato doveva essere qui a fianco. Compro dell’acqua ad un negozietto e chiedo informazioni: è la strada parallela! Mannaggia al laotiano dell’albero. Riparto a tutta birra e dopo un paio di svolte a sinistra mi ritrovo nell’orbita di quel mondo confuso di gente e mezzi che affolla spesso l’entrata delle ambasciate.

Sono le 11:20. Ho perso più di un’ora, ma di solito l’ingresso viene chiuso alle 11:45. Parcheggio la bici e mentre attraverso la strada sento che qualcosa non va. Alcune persone aspettano davanti al cancello sbarrato, altre stanno sparse nelle vicinanze. Un piccolo laotiano mi sorride e si avvicina con una cartella, un formulario e una penna. Sembra l’intervistatore per una ricerca di marketing. “Uisaa Thaai, I-do-fo-youu!” Due inglesi mi spiegano che il cancello è appena stato chiuso. I due francesi che presidiano l’entrata parlano con qualcuno che sta nella guardiola. Dall’interno si alza una voce calma: “Too many peopen insaat! Tomolo, 8:30!”
Ci sono decine di persone nel cortile all’interno e dall’orario di apertura ne sono probabilmente arrivate alcune centinaia. Ieri era giorno di festa e la quantità dei richiedenti di oggi è probabilmente raddoppiata.

Non ci arrendiamo. Dopo un po’, annoiata o confusa, la guardia ci lascia entrare. La nostra eccitazione dura poco. All’interno i richiedenti vengono chiamati per numero e si presentano con un cartellino ricevuto all’entrata. Noi ovviamente non ce l’abbiamo. Ma di nuovo non ci arrendiamo. Compiliamo i moduli e incolliamo le foto. Il megafono continua a gracchiare la sequenza numerica: “453-454-455...” Spesso non si presenta nessuno. Devono essere i numeri associati ai tesserini che qualche impiegato corrotto ha riservato per i bagarini, i quali per una cospiqua tangente propongono a chi è rimasto fuori di essere contrabbandato all’interno attraverso un’entrata secondaria.

Quasi cinquecento numeri, decine dei quali non sono stati associati a nessuno. Siamo soltanto in sei, non ci possono mandare via. Con la forza di questa convinzione stringiamo passaporti e moduli tra le dita e ci presentiamo davanti ai funzionari. Spieghiamo, chiediamo con cortesia, offriamo discretamente i documenti che vengono accettati e analizzati. I fogli sono pinzati con graffette e inseriti all’interno dei passaporti che vengono impilati sul banco, pronti per essere passati alla fase successiva. Per la seconda volta nel giro di pochi minuti tiriamo un sospiro di sollievo e ci scambiamo dei sorrisi, ma soltanto con gli occhi.
Dopo aver richiuso l’ultimo dei sei passaporti, l’impiegato alza lo sguardo dal plico e ci fissa, aspettando.
“The Numbers?”
La risposta è un silenzio imbarazzato, imbarazzante e inebetito.
La sua mano spinge con lenta fermezza i passaporti verso il nostro lato del banco e la finestra si chiude sulle poche fredde mitragliate di commiato: “Tomolo, 8:30. Soly”

Il giorno dopo mi sveglio presto e alle 8:35 sono in coda davanti al cancello. Rivedo alcuni dei compagni d’avventura di ieri. Fila tutto liscio. Nel pomeriggio con Mario, un argentino di origine italiana che da anni vive in Spagna, faccio un salto al parco acquatico cittadino. È piccolo, ovviamente, ma con i suoi tobogan, gli scivoli e le piscine (pulite!), il ristorante turco e il caffè moderno, il parco acquatico di Vientiane brilla con il glamour di una Disneyland a Rovigo.

Passa un altro giorno. Ritiro il passaporto nel pomeriggio. Faccio un salto con Mario al COPE, un centro per la sensibilizzazione sul problema degli ordigni di guerra inesplosi. La mostra con foto, spiegazioni e video è interessante, così come lo sono i laboratori per le protesi e le sedie a rotelle. Su una parete, proprio sopra un mucchio di arti meccanici, spicca un cartello con uno slogan azzeccato: “ Good quality, cheap price...Made in Laos!”

Sono pronto per il ritorno a Bangkok, che effettuerò in autobus. Sui sedili posteriori del mezzo diretto al terminal di Mochit si sviluppa il set di un’altra barzelletta: ci sono un italiano, un norvegese e un’inglese. Nessuno infatti riesce a dormire. Chiacchieriamo muovendoci a tentoni tra argomenti fuori bussola e poi, fiaccati dalle sgridate di un burbero olandese, da una bottiglia di un indefinibile vino di palma e alcune lattine di birra Chang, finalmente ci assopiamo. L’autobus arriva in città prima delle 5 ed io torno a casa così, stravaccato sul sedile posteriore di una Toyota, come feci alla partenza, quando il giorno precedente deve ancora terminare.

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© 2009 Fabio Pulito

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