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L'amore tradotto (Lost in transit)

Negli ultimi anni, i film vincenti, parlando d’incassi, nel periodo natalizio, sono quelli che portano lo spettatore ad evadere dal quotidiano, a distendersi, a non pensare alla sequela di problemi, aumenti, stress che lo attendono all’uscita dal cinema, a trovare un piccolo punto bianco in un universo se non nero, grigio… Così hanno avuto successo i vari film di Pieraccioni, la serie delle “Vacanze” dei vari Boldi, De Sica & C. Un lavoro duro, far ridere, a detta di molti, soprattutto dei comici…
Un po’ per questo, un po’ perché m’incuriosiva il soggetto, ho avuto modo di vedere “Lost in translation”, che in italiano è diventato “L’amore tradotto” (mi son sempre chiesto perché in italiano i titoli perdono il senso originale… ).
La regista, Sofia Coppola, figlia d’arte, evidentemente non si accontenta di avere un gran nome, ma si destreggia bene nel tessere una storia fitta di situazioni che vanno dal comune all’esotico, ricca di immagini (le riprese son degne di nota) e di situazioni a volte surreali..
La storia si incastona nella globalizzazione e nella solitudine… due termini che sembrano opposti, ma non lo sono: a volte si è più soli in una città, che in un paese!
I protagonisti sono due persone talmente diverse per estrazione, età, vita, che probabilmente non si sarebbero mai conosciute, normalmente nella loro città, senonchè, si trovano catapultati in Giappone, senza peraltro sapere la lingua! Lui è Bill Murray, che impersona un famoso attore, la cui carriera si deduce al declino (per il resto potrebbe esser tranquillamente autobiografico!), che si trova in oriente per della pubblicità, lontano dalla famiglia, e circondato da uno stuolo di attendenti che non gli lasciano scampo. Lei è Scarlett Johansson, giovane moglie di un fotografo in oriente a seguito del lavoro del marito, che soffre della solitudine provocata dal nuovo ambiente e dall’assenza del marito per lavoro.
Le storie dei due scorrono parallelamente negli stessi spazi (alloggiano nello stesso albergo), fino a conoscersi al ristorante, dove han modo di organizzare una fuga dal cliché…
Se non subito, la fuga dai rigidi schemi imposti dai doveri prende via via piede man mano che i due si conoscono, e trovano diversi punti di contatto nei discorsi sulla vita matrimoniale. Infatti si fondono la maturità del personaggio di Murray con l’insicurezza del personaggio della Johansson, ed i due, complice un viaggio d’affari del marito di lei, passano un bel periodo di svaghi estemporanei (notevole la serata con karaoke in un locale alquanto eccentrico), in cui tra i due nasce una amicizia che s’intreccia ad una certa attrazione, mai apertamente dichiarata.
In un film d’amore, la storia si risolverebbe con un’unione felice dei due, ma questo film non è né “C’è posta per te”, né “Insonnia d’amore”, e il tono in cui si svolge la storia, leggera, ma con punte agrodolci, ci riporta alla realtà, così non ci resta che riflettere..
La storia si lega alla serendipità, al trovare qualcosa che non cerchi, ma di cui hai bisogno, al capirne il segreto ed a portarlo con noi…probabilmente alla felicità, nelle piccole cose,negli istanti comuni, ed alle persone,con i loro universi a volte bui..
Il film mi ha colpito, tanto più che immaginavo una storia molto più banale, ma anche in questo sta la maestria di attori e regista. Oltretutto non ricade mai nella facile risata, nella banalità. Se l’intelligenza fosse una colpa, il film sarebbe reo confesso! Vedremo se la figlia ha la bravura del padre, per ora promette bene…
[Duke]

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