CIAO, MICIO

Bologna, martedì 29 Ottobre 2002, Andrea Blasi non è più con noi.

Non è facile evitare di scendere nella retorica quando si decide di mettere giù alcune righe per commentare la scomparsa prematura di un piccolo grande uomo. Non ho mai conosciuto personalmente Micio, come non ho avuto mai occasione di conoscere personalmente altri atleti, ma credo che non potesse sfuggire a nessuno, pur non conoscendolo, l'assoluta originalità di quest'uomo, che si può assolutamente definire un vero e proprio eroe - antieroe.

Blasi non aveva l'aspetto di un atleta, ma di una persona normale, come tutti noi, e come molti di noi è morto improvvisamente, stroncato da un tremendo scontro sui viali di Bologna, di mattina presto, mentre con il suo furgone stava lavorando.

E' morto sul lavoro, ma non sul campo di gioco, perché in questo mondo di miliardari del pallone, e anche della palla a spicchi, Andrea aveva deciso di iniziare un lavoro normale, come tanti di noi che a 37 anni si trovano ad iniziare una nuova vita lavorativa, perché si sono sposati, stanno per diventare padri e devono dare un futuro alla propria famiglia. E così mentre molti colleghi cestisti di Micio alle 7 del mattino erano a letto e con qualche miliardo sul conto corrente, lui, che pur ha vinto uno scudetto da giovanissimo con l'Olimpia Milano, che pur ha giocato 4 anni nella Fortitudo degli anni d'oro, gli anni '90, che fino all'anno scorso ha continuato a calcare i palcoscenici della massima serie, ebbene, lui stava lavorando, faceva il padroncino, aveva acquistato un furgone, per davvero, non per finta, non era una pubblicità, era la sua vita reale. Una vita che gli aveva dato tante soddisfazioni, tanti amici, la scelta di vivere a Bologna, a Crespellano per l'esattezza, con Veronique e la bimba che presto nascerà senza un padre, e non aveva deciso di mollare il basket, la sua passione, quindi aveva scelto di giocare in C2 con la Pontevecchio e di iniziare un'attività di lavoro autonomo, il piccolo trasportatore, una di quelle nuove figure di lavoro autonomo, indipendente, ma che poco hanno di diverso con i classici lavori da operaio, da salariato, da proletario.

Ecco, questa era l'idea che dava di sé in campo. Lo definivano "un soldatino", ma era la dimostrazione di quanto in una squadra i comprimari siano importanti almeno quanto i "campioni", perché senza il lavoro e l'umiltà dei comprimari non si va avanti, non si vince. Destino davvero ingrato per il nostro Micio, scomparso ad appena 37 anni, una terribile morte sul lavoro che poteva essere evitata. Una grande rabbia ci pervade, pensando a come è stato investito da quella macchina che è passata con il rosso ad alta velocità, una scena che purtroppo abbiamo visto troppe volte e purtroppo dovremo vedere anche in futuro, una rabbia pensando che con le cinture allacciate forse avrebbe potuto anche salvarsi dal terribile impatto che ce l'ha portato via e soprattutto l'ha portato via dalla sua Veronique, dalla sua bambina, dalla sua famiglia.

Una grande rabbia, la mia e di tanti altri, per non aver potuto conoscere personalmente quest'uomo, che ricorderemo per i suoi rari canestri, ma tutti importanti, le sue "bombe" tutte rigorosamente lanciate quando la palla scotta, la sua difesa arcigna, ma che ricorderemo soprattutto per il suo aspetto normale, come tutti noi, e per quegli occhialini che indossava fuori dal campo da gioco, che gli davano come dicono tutti un aspetto intellettuale, ma ancor più normale, in un mondo in cui essere normali significa essere eroi. La sua scelta eroica di iniziare con tanto entusiasmo un lavoro del tutto normale l'ha pagata con la vita; ha pagato come pagano quotidianamente tanti eroi che muoiono sul lavoro, lontani dalla stampa, dai clamori che circondano le figure ovattate e surreali dei divi televisivi e dei "campioni" dello sport.