“Accidenti, questa sera non me ne va bene una!” sospiro mentre cerco disperatamente di mettere in moto il
catorcio che ho comprato pochi giorni fa. L’ho pagato poco, e vale altrettanto,
non c’è che dire. Il mio lavoro mi piace, mi diverto e conosco gente nuova, ma
lo stipendio è da fame e quindi nessuna sorpresa che abbia
comprato un ferrovecchio. Il problema è che un mezzo di trasporto mi
serve, punto e basta.
Scendo e tiro un calcio alla carrozzeria, più esasperata che
altro.
“D’you need help, ma’am?”
“No,
thanks”. Sospiro di nuovo. Il guardiano del turno serale di questa
settimana è un viscidone del quale
è meglio non fidarsi, quindi nessuna sorpresa se preferisco camminare a quattro
zampe piuttosto che farmi aiutare da lui!
Come vorrei che le cose, almeno per una volta, andassero per
il verso giusto!
Già stamattina appena arrivata in ufficio ho litigato con
quella mezza scema di Abigail,
l’addetta ai programmi di grafica, perché mi ha mandato in malora il lavoro di
un’intera settimana, e la scadenza per la consegna per il montaggio è tra due
giorni, il che significa notte in bianco. Poi mi ha strapazzata il capoufficio,
perché ho litigato con quell’idiota della grafica, e
mi sono dovuta sorbire il discorsetto solito su
“l’azienda è come una grande famiglia bla bla…”. Si, una grande famiglia come quella della centrale nucleare di
Springfield, in cui tutti, volenti o nolenti, devono far finta di andare
d’accordo e di divertirsi alle cene aziendali.
La ciliegina sulla torta è stato Robert,
l’imbranato dell’ufficio account, che giusto giusto cinque minuti fa ha deciso di rovesciarmi addosso la
sua tazza di caffé lungo bollente…
E così sono qui, fuori dall’ufficio,
alle sette di sera con un cielo infuocato che ricorda i film western, con
maglia e pantaloni macchiati di caffé e il mezzo semovente che non va in moto
nemmeno accendendo un cero a tutti i santi del paradiso. E
devo tornare in ufficio il più presto possibile perché devo lavorare tutta la
notte, grazie ad Abigail. La prospettiva è completa.
Dire che sono stressata è farmi un
complimento. Se avessi una mazza da baseball, romperei
i vetri al mio catorcio per rilassarmi.
In un disperato, estremo tentativo di mettere in moto il mio
pezzo d’antiquariato apro il cofano e cerco di capire cosa non va. Il problema è che io di motori non capisco un
accidente, quindi il mio sforzo è perfettamente inutile. Direi
che serve più che altro a darmi un tono e a non stare con le mani in mano,
visto che ho lo sguardo del guardiano viscidone
sempre puntato addosso. Sembra quasi che stia aspettando il momento giusto per
tornare alla carica con la sua offerta di aiuto
interessata.
Sono sempre con la testa infilata inutilmente dentro il cofano quando la voce di una terza persona mi chiede se ho
bisogno di aiuto.
“Direi proprio di si…” dico in
italiano. Poi mi ricordo. Nessuno capisce la mia lingua, qui. Per un momento di
mi sono lasciata andare, con il risultato di non
essere compresa.
“Sorry…yes,
I really need help!” dico uscendo dal cofanazzo
del catorcio.
“Ok, then.
What’s wrong?”
Per la miseria, le mie preghiere sono state esaudite! Non
solo sono stata aiutata, ma è proprio un bel ragazzo! Aspetta, è Orlando,
quello che lavora ad una produzione giù al secondo distretto di studi. Ci eravamo già incontrati nei corridoi degli uffici, qualche
volta, ma non eravamo mai andati più in la di un classico ed educato “good morning”.
“you shouldn’be there alone!” mi
dice. Il fatto è che lo
so benissimo, che non dovrei essere in giro da sola,
al tramonto, lì fuori. Non è molto raccomandabile, diciamo.
Però devo correre a casa a cambiarmi. Glielo spiego, e
lui guarda con aria strana il guardiano viscidone. È
chiaro che non gli piace.
“Let me take
a look at our vehicle”, mi dice. Poi aggiunge che comunque, vista la
situazione, mi accompagnerà fino a casa, perché, ripete, non è prudente.
Certo che non avrei mai immaginato di conoscere uno come
lui, che mi assomiglia così tanto, in questo modo.
Siamo entrambi stranieri in un luogo che non è casa nostra. A me manca, casa
mia. E credo che manchi anche a lui. Ma per il momento, nessuno dei due ha la possibilità di
tornare.
I miei pensieri devono essere limpidi e cristallini come un
corso d’acqua che sgorga dalle Alpi, perché lui mi guarda negli occhi e mi fa
un cenno, seguito da un sospiro. Anche per lui è così.
Siamo stranierei in terra straniera, una terra comunque
pericolosa dopo un certo orario, almeno per quelli come noi.
Dopo pochi minuti si alza dal catorcio e mi dice che ha risolto il problema. Mi guarda negli occhi.
Tutta l’amarezza per la giornata è sparita, sostituita da un mix di nostalgia,
tristezza e desiderio di condividere tutto quello che sono
con qualcuno come me. Qualcuno come Orlando.
Non so se questo sia stato lo
stesso suo pensiero, ma se non lo era il suo era senz’altro molto simile,
perché mi abbraccia e mi stringe forte. Lo faccio anche io.
Saliamo sul mio orrido catorcio, sorridendo tutti e due, pur con un fondo di tristezza nel cuore. Metto
in moto e questo parte.
Corriamo verso casa, e dobbiamo fare in fretta.
Vivere a Hollywood II, la capitale dell’intrattenimento del
sistema solare, sul pianeta Marte, comporta dei rischi. Soprattutto se sei un
terrestre, e non sei al chiuso dopo il tramonto. I viscidoni,
dopo quell’ora, potrebbero farti diventare il loro unico
pasto quotidiano.