LA VITA - IL PENSIERO


LA VITA

Agostino è indubbiamente il più grande dei Padri e uno dei geni più alti dell’umanità. La sua influenza sui posteri è stata continua e profonda. Gli studi su di lui si sono moltiplicati e si moltiplicano a dismisura, tanto che diventa impossibile darne una rassegna completa. Ci limiteremo perciò ai più significativi, rimandando il lettore ai repertori bibliografici che indichiamo qui di seguito.

I. La vita
È importante conoscere con esattezza i dati della vita di Agostino, soprattutto quelli riguardanti il suo ritorno alla fede cattolica. Ad essi ci si riferisce sovente, a ragione o a torto, per interpretare il suo pensiero. Questi dati sono, per quei tempi, molto conosciuti, perché Agostino stesso si è molto " confessato " e perché di lui scrisse una preziosa biografia il discepolo ed amico Possidio.

1. - Fonti
a) Le fonti agostiniane più importanti
1. I Dialoghi di Cassiciaco, che possiamo considerare come le prime " Confessioni ". Composti tra il novembre del 386 e il marzo del 387, ci offrono, nei prologhi (De beata vita 1-5; Contra Acad. 2, 3-6; De ordine 1, 2, 5), le prime importanti notizie sulla sua vita e, nel corpo, indicazioni sulle sue disposizioni interiori prima del battesimo. Ciò resta vero anche nel caso che, come qualcuno afferma, la forma dialogica dei primi tre dialoghi non fosse storica, ma solo letteraria.
2. Le Confessioni. Sono un’opera autobiografica, ma anche un’opera di filosofia, di teologia, di mistica e di poesia; la più letta, oggi, tra le opere agostiniane e la più studiata. Oggetto di studio sono in particolare, l’origine, la data, la divisione, l’unità, il valore storico. Su quest’ultimo punto si è accesa da un secolo una vivace discussione che può dirsi ormai chiusa a favore dell’attendibilità storica, e perciò dell’evoluzione interiore di Agostino quale le Confessioni ce la descrivono. Si è fatta strada una distinzione di buon senso tra fatti e giudizi: quelli Agostino li narra con esattezza, questi non appartengono ad Agostino narrato, ma alle disposizioni di Agostino narrante, che era ormai monaco e vescovo. Né regge alla critica l’affermata opposizione tra le Confessioni e i Dialoghi, che invece, pur nella diversità del tono e dell’argomento, si completano a vicenda e ci offrono lo stesso iter verso la conversione. Sono divise in due parti: la prima (I-IX) narra quale Agostino sia stato fino alla conversione e alla morte della madre; la seconda (X-XIII), aggiunta più tardi (Conf. 10, 3, 4), narra quale sia mentre scrive (Conf. 10, 4, 6). L’unità va ricercata nella nozione di lode a Dio " per i beni e per i mali " (Retract. 2, 6), comune a tutta l’opera (confessio = lode), e nel carattere autobiografico anche della seconda parte. Furono cominciate dopo il 4 aprile del 397 (morte di Ambrogio) e terminate verso il 400.
3. Le Ritrattazioni sono un’opera fondamentale per lo studio degli scritti di Agostino, ma sono anche importanti per conoscere l’animo e i motivi religiosi che le hanno ispirate: un lungo esame di coscienza dell’anziano scrittore sulla propria attività letteraria, le ultime " Confessioni ".
4. I Discorsi 355 e 356. Tenuti rispettivamente il 18 dic. 425 e poco dopo l’Epifania dell’anno seguente, suppliscono in parte al silenzio delle Confessioni sul periodo che va dal ritorno in Africa fino all’episcopato, c’informano sulla fondazione dei monasteri di Ippona e ci danno un quadro della vita che vi si conduceva.


b) Fonti non agostiniane
POSSIDIO, Vita di S. Agostino Scritta tra il 431-439 (ivi 28, 10, 11), composta in base ai ricordi personali (quae in eodem vidi et audivi: praef. 1 ) e alle fonti scritte esistenti nella biblioteca d’Ippona, ha un eccezionale valore storico ed è una guida insostituibile per conoscere la vita e l’attività di Agostino dall’ordinazione sacerdotale alla morte.

2. - Narrazione
1. Dalla nascita alla conversione (354-386).
Nacque il 13 novembre del 354, figlio, forse primogenito, d’un consigliere municipale e modesto proprietario di Tagaste nella Numidia. Se, come sembra, fu africano di razza oltre che di nascita, fu certamente romano di lingua, di cultura, di cuore. Studiò a Tagaste, a Madaura e, con l’aiuto del concittadino Romaniano, a Cartagine. Insegnò grammatica a Tagaste (374) e retorica a Cartagine (375-383), a Roma (384), a Milano (autunno 384-estate 386): qui come professore ufficiale. Conobbe a fondo la lingua e la cultura latina, non ebbe familiare il greco, ignorò il punico.
Educato cristianamente dalla piissima madre, Monica, restò sempre, nell’animo, un cristiano, anche quando, a 19 anni, abbandonò la fede cattolica.
La sua lunga e tormentata evoluzione interiore (373-386) cominciò con la lettura dell’Ortensio di Cicerone che lo entusiasmò per la sapienza, ma ne tinse i pensieri di tendenze razionaliste e naturaliste. Poco dopo, letta senza frutto la Scrittura, incontrò, ascoltò e seguì i manichei. Le ragioni principali furono tre: il proclamato razionalismo che escludeva la fede, l’aperta professione d’un cristianesimo spirituale e puro che escludeva l’Antico Testamento, la soluzione radicale del problema del male che i manichei offrivano.
Non fu un manicheo convinto, ma solo un manicheo fiducioso che la sapienza promessa gli venisse mostrata (De b. vita 4); fu invece un convinto anticattolico. Del manicheismo accettò i presupposti metodologici e metafisici: il razionalismo, il materialismo, il dualismo. Accortosi a poco a poco, attraverso lo studio delle arti liberali, particolarmente della filosofia, dell’inconsistenza della religione di Mani – la controprova gliela diede il vescovo manicheo Fausto – non pensò di tornare alla Chiesa cattolica, non si affidò a una corrente di filosofi " perché ignoravano il nome di Cristo " (Conf. 5, 14, 25); ma cadde nella tentazione scettica: " Gli accademici tennero a lungo il timone della mia nave " (De beata vita 4). Il cammino di ritorno cominciò a Milano. Cominciò con la predicazione di Ambrogio che dissipava le difficoltà manichee e offriva la chiave per interpretare l’Antico Testamento, continuò con la riflessione personale sulla necessità della fede per giungere alla sapienza, approdò nella convinzione che l’autorità su cui si appoggia la fede è la Scrittura; la Scrittura garantita e letta dalla Chiesa. Aveva opposto Cristo alla Chiesa, ora si accorgeva che la via per andare a Cristo era proprio la Chiesa.
Si è molto discusso e si discute sul momento della conversione di Agostino e sull’influsso che in essa ebbe la lettura dei platonici. Se si vuole restare fedeli ai testi agostiniani occorre fare una distinzione importante tra il motivo della fede e il contenuto della medesima: quello lo aveva conquistato prima della lettura dei platonici; questo lo chiarì, in parte, dopo. Nonostante molte questioni gli restassero ancora oscure, aderiva, come sempre aveva fatto, all’autorità di Cristo e, di nuovo ormai, all’autorità della Chiesa. " Rimaneva tuttavia saldamente radicata nel mio cuore la fede nella Chiesa cattolica... Certo una fede ancora rozza in molti punti e fluttuante oltre i limiti della giusta dottrina, però il mio spirito non l’abbandonava, anzi se ne imbeveva ogni giorno di più " (Conf. 7, 5, 7).
I platonici lo aiutarono a risolvere due grossi problemi filosofici, quello del materialismo e quello del male: il primo imparò a superarlo scoprendo nel suo mondo interiore, seguendo appunto il consiglio dei platonici (Conf. 7, 10, 16), la luce intelligibile della verità; il secondo intuendo la nozione del male come difetto o privazione di bene. Restava il problema teologico della mediazione e della grazia. Per risolverlo si volse a s. Paolo, dalla cui lettura comprese che Cristo non è solo Maestro, ma anche Redentore. Superato così l’ultimo errore, il naturalismo, il cammino di ritorno alla fede cattolica era terminato.
Ma a questo punto nasceva o, meglio, rinasceva un altro problema: la scelta del modo di vivere l’ideale cristiano della sapienza; se cioè convenisse rinunciare per esso ad ogni speranza terrena, e quindi anche alla carriera e al matrimonio, oppure no. La prima rinuncia, anche se la carriera si annunciava brillante (era vicina la presidenza d’un tribunale o d’una provincia), non gli costava molto; molto invece gli costava la seconda: a 17 anni, per mettere un freno all’erompente pubertà e restare in sintonia con la buona società (Solil. 1, 11, 19), s’era unito con una donna, da cui aveva avuto un figlio (morto tra il 389 e il 391), e a cui era restato sempre fedele (Conf. 4, 2, 2). Dopo lunghe esitazioni (Conf. 6, 11, 18-16, 26) e drammatici contrasti, non senza uno straordinario aiuto della grazia (Conf. 8, 6, 13-12, 30), la scelta fu fatta secondo il consiglio dell’Apostolo e le più profonde aspirazioni di Agostino: " Mi volgesti a te così a pieno, che non cercavo più né moglie né altra speranza di questo mondo " (Conf. 8, 12, 30). Era l’anno 386, inizio del mese di agosto.

2. Dalla conversione all’episcopato (386-396).
Meno di dieci anni, ma spiritualmente e teologicamente ricchissimi. Presa la decisione di rinunciare all’insegnamento e al matrimonio, verso la fine di ottobre si ritirò a Cassiciaco (probabilmente l’odierna Cassago nella Brianza) per prepararsi al battesimo, ai primi di marzo tornò a Milano, s’iscrisse tra i catecumeni, seguì la catechesi di Ambrogio e fu da lui battezzato, insieme all’amico Alipio e al figlio Adeodato, nella notte tra il 24 e il 25 aprile, vigilia di Pasqua: " e fuggì da noi l’inquietudine della vita passata " (Conf. 9, 6, 14). Dopo il battesimo, la piccola comitiva decise di tornare in Africa per attuare laggiù " il santo proposito " di vivere insieme nel servizio di Dio. Prima della fine di agosto lasciò Milano e giunse a Ostia dove la madre, Monica, si ammalò improvvisamente e morì. Morta la madre Agostino decise di tornare a Roma e vi si trattenne fino a dopo la morte dell’usurpatore Massimo (luglio o agosto del 388), interessandosi alla vita monastica e continuando a scrivere libri; partì poi per l’Africa e si ritirò a Tagaste, dove con gli amici mise in opera il suo programma di vita ascetica (cfr. Possidio, Vita, 3, 1-2).
Nel 391 scese a Ippona per " cercare un luogo dove fondare un monastero e vivere con i miei fratelli ", ma vi trovò la sorpresa dell’ordinazione sacerdotale, che accettò riluttante (Serm. 355, 2; Ep. 21; Possidio, Vita 4, 2). Ordinato sacerdote, ottenne dal vescovo di fondare, secondo il suo piano, un monastero, dove " prese a vivere secondo la maniera e la regola stabilita ai tempi dei Santi Apostoli " (Possidio, Vita 5, 1), intensificando l’ascetismo, approfondendo gli studi di teologia e cominciando l’apostolato della predicazione. La consacrazione episcopale intervenne nel 395 o, secondo altri, nel 396. Fu per qualche tempo coadiutore d’Ippona, poi – almeno dall’agosto del 397 – vescovo. Lasciò allora il monastero dei laici, dov’era vissuto a capo di quella comunità, e per essere più libero nell’usare ospitalità verso tutti, si ritirò nella " casa del vescovo " facendone un monastero di chierici (Serm. 355, 2).

3. Dall’episcopato alla morte (396-430).
L’attività episcopale di Agostino fu davvero prodigiosa, tanto quella ordinaria per la sua diocesi quanto quella straordinaria per la Chiesa d’Africa e per la Chiesa universale.
Tra le attività ordinarie devono annoverarsi: il ministero della parola (predicò ininterrottamente due volte alla settimana – sabato e domenica – spesso per più giorni consecutivi o anche due volte al giorno); l’audientia episcopi per ascoltare e giudicare le cause, che gli occupavano non raramente tutta la giornata; la cura dei poveri e degli orfani; la formazione del clero, con il quale fu paterno, ma anche rigoroso; l’organizzazione dei monasteri maschili e femminili; la visita agli infermi; l’intervento a favore dei fedeli presso le autorità civili (apud saeculi potestates), che non amava fare, ma, quando lo riteneva opportuno, faceva; l’amministrazione dei beni ecclesiastici, della quale avrebbe fatto volentieri a meno, ma non trovò nessun laico che se ne volesse occupare. Ancor maggiore l’attività straordinaria: i molti e lunghi viaggi per esser presente ai frequenti concili africani o per venire incontro alle richieste dei colleghi; la dettatura delle lettere per rispondere a quanti, da ogni parte e di ogni ceto, si rivolgevano a lui; l’illustrazione e la difesa della fede. Quest’ultima esigenza lo indusse ad intervenire senza posa contro i manichei, i donatisti, i pelagiani, gli ariani, i pagani. Fu l’anima della conferenza del 411 tra vescovi cattolici e vescovi donatisti e l’artefice principale della soluzione dello scisma donatista e della controversia pelagiana. Morendo il 28 agosto del 430 al terzo mese dell’assedio d’Ippona da parte dei Vandali, lasciò tre importanti opere incompiute, tra cui la seconda risposta a Giuliano architetto del pelagianesimo. L’ultimo scritto fu una lettera (Ep. 228), dettata forse dal letto di morte, sui doveri dei sacerdoti di fronte all’invasione barbarica. Sepolto presumibilmente nella Basilica pacis – la cattedrale –, le sue ossa, in data incerta, furono trasportate in Sardegna e da qui, verso il 725, a Pavia nella Basilica di s. Pietro in Ciel d’Oro, dove riposano.

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II. L’uomo

Agostino ha una personalità complessa e profonda: è filosofo, teologo, mistico, poeta, oratore, polemista, scrittore, pastore. Tutte qualità che si completano a vicenda e fanno di lui un uomo " al quale quasi nessuno o certo pochissimi di quanti son fioriti dall’inizio del genere umano fino ad oggi si possono comparare " (Pio XI, AAS 22 (1930) 223). Scrive l’Altaner: " Il grande vescovo univa in sé l’energia creatrice di Tertulliano e la larghezza di spirito di Origene con il senso ecclesiastico di Cipriano, l’acutezza dialettica di Aristotele coll’idealismo alato e la speculazione di Platone; il senso pratico dei latini con la duttilità spirituale dei greci. Fu il massimo filosofo dell’epoca patristica, e senza dubbio il più importante ed influente teologo della Chiesa in generale. La sua opera incontrò fin dai suoi tempi entusiastici ammiratori " (Patrologia, trad. ital., Torino 1976, 433).
In realtà egli ha creato nell’ambito del cristianesimo la prima grande sintesi di filosofia che resta un momento essenziale nel pensiero dell’Occidente. Partendo dall’evidenza dell’autocognizione, spazia sui temi dell’essere, della verità, dell’amore, e getta molta luce d’intelligibilità sui problemi della ricerca di Dio e della natura dell’uomo, dell’eternità e del tempo, della libertà e del male, della Provvidenza e della storia, della beatitudine, della giustizia, della pace.
Con umiltà ed ardimento ha illustrato i misteri cristiani, determinando il più grande progresso dommatico che la storia della teologia ricordi; e non solo intorno alla dottrina della grazia, ma anche intorno alla Trinità, alla Redenzione, alla Chiesa, ai Sacramenti, all’escatologia: si può ben dire che non ci sia argomento teologico che non abbia illuminato. Ha spiegato ampiamente la dottrina morale incentrata nell’amore, e la dottrina sociale e politica; ha difeso le vie dell’ascetica cristiana e indicato le vette più alte della mistica.
Come oratore ha saputo mettere insieme la profondità e la precisione dommatica del dottore, l’altezza lirica del poeta, la vibrante commozione del mistico, la semplicità evangelica del pastore che vuol farsi tutto a tutti. Conosce i diversi stili dell’oratoria, che egli stesso descriverà verso la fine della vita nel De doctrina christiana, e li usa, passando con molta naturalezza da quello semplice a quello moderato, e da questo, molto spesso, a quello sublime.
È un polemista formidabile. Profondamente convinto della verità e dell’originalità della dottrina cattolica, la difende contro tutti – pagani, giudei, scismatici, eretici – con le armi della dialettica e con le risorse della fede e della ragione. Ma ebbe rispetto per gli avversari. Ne studiò le opere, ne riportò il testo che confutava, ne riconobbe i meriti, ne dissimulò e perdonò le offese. Imparò dalla sofferta esperienza dell’errore ad essere buono con gli erranti.
Della retorica fu maestro consumato. Se ne servì ed insegnò ad altri a servirsene (cfr. De doctr. christ. 4), subordinandola sempre, però, al contenuto. " Si deve considerare il contenuto al di sopra delle parole come l’anima al di sopra del corpo " (De cat. rud. 9, 13). Quando fosse necessario, pur di farsi capire, non ebbe timore di usare neologismi o di sgrammaticare. " Preferisco essere criticato dai grammatici che non essere capito dal popolo " (In ps. 138, 19; 36, serm. 3, 6; Serm. 37, 14). Se nelle prime opere lo stile è ancora classicheggiante – " gonfio della consuetudine delle lettere secolari " (Retract., prol. 3) – nelle altre va ispirandosi sempre più alla Bibbia e agli autori ecclesiastici, contribuendo validamente, in questo modo, a creare il latino cristiano. Non ebbe un solo stile, ma tanti, si può dire, quanti ne esigevano i contenuti delle sue opere: le Confessioni, la Città di Dio, i Discorsi, le Lettere – queste ultime secondo la diversità dell’argomento – hanno uno stile chiaramente diverso nella struttura del periodo e nel vocabolario, adeguato alla fisionomia delle singole opere.
Particolarmente interessante è lo studio dell’animo di Agostino. Alle straordinarie qualità intellettive facevano riscontro quelle morali, che non erano inferiori. Un carattere nobile, generoso e forte; una ricerca insaziabile della sapienza; un bisogno profondo dell’amicizia; un amore vibrante a Cristo, alla Chiesa, ai fedeli; un’applicazione e una resistenza sorprendenti al lavoro; un ascetismo moderato e pur austero; una sincera umiltà che non teme di riconoscere i propri errori (cfr. Confessioni e Ritrattazioni); una dedizione assidua allo studio della Scrittura, alla preghiera, alle ascensioni interiori, alla contemplazione.
È un pastore che si sente e si definisce " servo di Cristo e servo dei servi di Cristo " (Ep. 217), e ne tira le conseguenze estreme: piena disponibilità ai bisogni dei fedeli, desiderio di non essere salvo senza di loro (" non voglio essere salvo senza di voi ", Serm. 17, 2), preghiera a Dio di essere sempre pronto a morire per loro aut effectu aut affectu (Serm. 296, 5), amore verso gli erranti anche se non lo vogliono, anche se l’offendono (" Dicano contro di noi quello che vogliono; noi li amiamo anche se non vogliono ", (In ps. 36, 3, 19). È pastore nel senso pieno della parola.
È un maestro che si sente discepolo e desidera che tutti siano condiscepoli della verità, che è Cristo. Nelle controversie non ama che una sola vittoria, quella propria della Città di Dio, la vittoria della verità (De civ. Dei 2, 29, 2). " In quanto a me non esiterò a cercare se mi trovo nel dubbio, non mi vergognerò d’imparare se mi trovo nell’errore. Perciò... prosegua con me chi insieme a me è certo; cerchi con me chi condivide i miei dubbi; torni a me chi riconosce il suo errore, mi richiami chi si accorge del mio " (De Trin. 1, 2, 4-3, 5). Ritiene pertanto con grande favore essere corretto, anche se non si nasconde che chi vuol correggerlo deve anche egli guardarsi dall’errore (De dono persev. 21, 55; 24, 68). Soprattutto non vuole essere identificato con la Chiesa di cui si professa figlio umile e devoto: " Sono forse io la [Chiesa] cattolica?... A me basta di essere in essa " (In ps. 36, 3, 19).
Questo, in sintesi, l’uomo che è stato il maestro più seguito in Occidente, di cui si può ben chiamare Padre comune. " Ciò che era stato Origene per la scienza teologica del II e del IV secolo, Agostino lo fu, in modo assai più duraturo ed efficace per tutta la vita della Chiesa nei secoli successivi fino all’epoca contemporanea. La sua influenza si estese non solo nel dominio della filosofia, della dogmatica, della teologia morale e della mistica, ma ancora nella vita sociale e caritativa, nella politica ecclesiastica, nel diritto pubblico; egli fu, in una parola, il grande artefice della cultura occidentale del Medio Evo " (Altaner, Patrologia, Torino 1976, p. 433).
Egli volle essere, come studioso e polemista, interprete fedele dell’insegnamento cattolico: questo insegnamento resta la chiave migliore per interpretarne il pensiero. " E se talora da parte dei protestanti si tentò e si tenta d’interpretare il suo pensiero come parzialmente non consono al sentire della Chiesa, si deve al contrario constatare con K. Holl (A. innere Entwicklung, 1922, p. 51), che la " chiesa cattolica lo comprese sempre meglio dei suoi avversari ". Il magistero ecclesiastico nelle sue decisioni non ha seguito alcun altro autore teologico quanto Agostino, e ciò anche per la dottrina della grazia " (Altaner, o. c., pp. 433-434).
Infatti Celestino I ne difese la memoria e lo annoverò tra " i maestri ottimi " dichiarando che era stato sempre amato e onorato da tutti (DS 237); Ormisda (DS 366), Bonifacio II (DS 399), Giovanni II si richiamano nelle questioni della grazia ad Agostino, " la cui dottrina secondo le decisioni dei miei predecessori – così l’ultimo Pontefice ricordato – segue e conserva la chiesa romana " (PL 66, 21). I Pontefici a noi più vicini – Leone XIII (Acta 1, 270), Pio XI (AAS 22, 233), Paolo VI (AAS 62, 420) ne hanno esaltato la dottrina e la santità. I Concili poi – di Orange sul peccato originale e la grazia, di Trento sulla giustificazione, del Vaticano I sulle relazioni tra la ragione e la fede e del Vaticano II sul mistero della chiesa, sulla Rivelazione e sul mistero dell’uomo hanno attinto largamente – specialmente il primo – alla sua dottrina, dimostrando con ciò che essa non era di Agostino ma della chiesa, la quale pertanto la riconosceva per sua. È inutile ricordare che in questi casi non è più in questione il vescovo di Ippona, ma la chiesa stessa.
Per il resto egli rimane un, pensatore e uno scrittore, al quale le ripetute attestazioni del magistero e la stima continua dei teologi posteriori – tra essi non ultimo s. Tommaso – hanno conferito una particolare autorità. Questa, se non autorizza nessuno a preferirne l’insegnamento a quello della chiesa (DS, 2330; AAS 22, 232), non consente neppure, d’altra parte, di metterne in dubbio l’ortodossia o di negarne il servizio incomparabile reso alla chiesa stessa e alla civiltà cristiana.
Che il suo insegnamento sia stato interpretato lungo i secoli in maniere tanto diverse non è segno di oscurità: Agostino non è un autore oscuro, ma neppure un autore facile. Non è facile per molte ragioni: per la profondità del pensiero, per la molteplicità delle opere, per la vastità delle questioni affrontate e il modo differente di affrontarle, per la diversità del linguaggio, e qualche volta l’incertezza propria dei grandi iniziatori, per l’evoluzione del pensiero stesso e la mancanza di sistemazione; ed anche, in ultimo, per i limiti che esso, come ogni pensiero umano, possiede. Solo chi riesce pazientemente a superare queste difficoltà troverà il vero Agostino, quello degli scritti, " nei quali i fedeli sempre lo ritrovano vivo " (Possidio, Vita 31, 8), quello della storia, molto più ricco e più armonioso di quanto non appaia attraverso frettolose interpretazioni o agostinismi di moda.
Dopo aver ricordato gli scritti, daremo un breve riassunto del pensiero, abbondando in citazioni, perché il lettore possa rifare per suo conto il nostro lavoro di ricostruzione.

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III. GLI SCRITTI

1. Fonti
Le fonti letterarie degli scritti sono due e ambedue incomplete: le Ritrattazioni di Agostino e l’Indicolo di Possidio. Agostino pensava alle Ritrattazioni già nel 412 (Ep. 143, 2), ma vi pose mano solo nel 426-427 (Retract. 2, 51 e De doctr. christ. 4, 24, 53). Fu un lungo e minuzioso esame di coscienza su tutta la sua produzione. La divise, secondo il genere letterario, in libri, lettere e trattati. Poté recensire solo i libri: trovò che erano 232 suddivisi in 93 opere, che recensì per ordine cronologico affinché il lettore potesse conoscere " come scrivendo avessi fatto progressi " (Retract., prol. 1). Gli mancò il tempo di recensire le lettere e i trattati che costituiscono una grande parte, anche se non la principale, della sua produzione. Oltre il valore bibliografico le Ritrattazioni hanno altri valori non meno grandi: quello dottrinale (offre la chiave per leggere le opere e per conoscere l’ultimo pensiero di Agostino) e quello autobiografico di cui abbiamo detto.
Possidio aggiunse alla Vita di Agostino un elenco delle sue opere (PL 46, 5-22; ed. critica A. Wilmart in Miscellanea Agost. 2, 161-208): ne indicò, tra libri, lettere e trattati, 1030; " senza quelle – aggiunge – che non si possono numerare, perché non vi ha apposto nessun numero ". Si riferisce probabilmente al catalogo delle opere esistente nella biblioteca d’Ippona (Retract. 2, 41), dal quale tanto l’Indicolo che le Ritrattazioni dipendono. Pur con le sue lacune e qualche svista è un documento prezioso.
Nell’esporre le opere agostiniane conserveremo la distinzione del genere letterario stabilita da Agostino – opere in libri, in lettere, in trattati – ma adotteremo, per comodità dei lettori, l’ordine sistematico, distinguendo le prime in opere autobiografiche, filosofiche, apologetiche, dommatiche, morali-pastorali, monastiche, esegetiche, polemiche.

2. - Libri
2. 1. Autobiografici
Sono due opere tra le più originali ed importanti: le Confessioni e le Ritrattazioni.

2. 2. Filosofici
Sono i Dialoghi (PL 32; NBA 3/1-2), scritti tra la conversione e l’ordinazione sacerdotale (386-391), a Cassiciaco, a Milano, a Roma, a Tagaste. Trattano i grandi problemi della filosofia: la certezza, la beatitudine, l’ordine, l’immortalità e la grandezza dell’anima, l’esistenza di Dio, la libertà dell’uomo, la ragione del male, il maestro interiore. Opere giovanili: per chiarimenti o conferma occorre consultare le opere della maturità.

a) a Cassiciaco (novembre 386 - marzo 387):

Contra Academicos o De Academicis libri 3. Confuta lo scetticismo allo scopo di ridare all’uomo la speranza di raggiungere la verità (Retract. 1, 1, 1; Ep. 1).

De beata vita liber 1. Dialogo tenuto nei giorni 13-15 novembre 386 in cui dimostra che la vita beata consiste nella conoscenza di Dio (Retract. 1, 2).

De Ordine libri 2. Esamina se anche il male rientri nell’ordine della Provvidenza, ma di fronte alle difficoltà del problema per gli interlocutori, passa a descrivere l’ordine da seguirsi nello studio (Retract. 1, 3).

Soliloquiorum libri 2. Espone le condizioni per la ricerca e il possesso di Dio e l’argomento a favore dell’immortalità dell’anima (presenza in essa della verità immortale) (Retract. 1, 4).

b) a Milano (prima del battesimo):

De immortalitate animae liber 1. Appunti eccessivamente concisi, e perciò oscuri, destinati a completare l’opera precedente (Retract. 1, 5).

Disciplinarum libri. Vasta enciclopedia, ispirata a quella di Varrone per dimostrare come dalle cose materiali si passa e si debba salire a Dio. Portò a termine solo il De grammatica (perduto) e più tardi il De musica: delle altre opere programmate (dialettica, retorica, geometria, aritmetica, filosofia) stese alcuni appunti perduti anch’essi, " ma penso che alcuni li abbiano " (Retract. 1, 6).

c) a Roma (autunno 387 - luglio o agosto 388):

De quantitate animae liber l. Diverse questioni intorno all’anima: particolarmente studiata quella della spiritualità e della graduale ascensione verso la contemplazione (Retract. 1, 8).

De libero arbitrio libri 3. Cominciati a Roma e terminati ad Ippona tra il 391-95. Vi discute lungamente sull’origine del male e sui problemi connessi: libertà, legge morale, esistenza di Dio, prescienza divina. Opera molto importante e molto discussa, importante per il confronto tra le posizioni agostiniane prima e dopo la controversia pelagiana (Retract. 1, 9).

d) a Tagaste (388-391):

De musica libri 6. Trattato sul ritmo, che doveva essere completato con un altro sulla melodia (Ep. 101, 3-4). Il VI libro insegna a salire dai numeri mutabili al numero immutabile, che è Dio (Retract. 1,6.11).

De magistro liber 1. Dialogo con il figlio Adeodato in cui si dimostra che non c’è altro maestro che insegni all’uomo la scienza se non quello interiore: Dio. Importante per lo studio della pedagogia (Retract. 1, 12).

2. 3. Apologetici
Sotto questa voce segnaliamo le opere in difesa della fede cristiana contro i pagani o contro coloro che negavano la fede in nome della ragione.

De vera religione liber 1. Scritto a Tagaste nel 390. 1) Dio-Trinità dev’essere onorato con la vera religione, che si trova non presso i pagani o presso gli eretici, ma presso la Chiesa cattolica, l’unica " ortodossa ", cioè " custode integrale della verità "; 2) il dualismo manicheo è assurdo; 3) Dio guida gli uomini alla salvezza con la forza della ragione e con l’autorità della fede; 4) anche i vizi ammoniscono gli uomini a cercare Dio; 5) il piano della salvezza si attua attraverso la storia e la profezia. Vero piccolo capolavoro che contiene in germe molte idee della Città di Dio (Retract. 1, 13)

De utilitate credendi liber 1 (anno 391), prima opera di Ag. presbitero. Acuta analisi delle relazioni tra ragione e fede, e dimostrazione della verità della fede cattolica, che non è cieca perché si fonda su argomenti irrefragabili (Retract. 1, 14). (Cf. De magistro 11, 37).

De fide rerum quae non videntur liber 1. Trattato sullo stesso argomento dell’opera precedente, posteriore alle leggi di Onorio del 399. Per l’autenticità cfr. Ep. 231, 7.

De divinatione daemonum liber 1 del 406-408. Paragone tra le predizioni attribuite ai démoni e le profezie (Retract. 2, 30).

Quaestiones expositae contra paganos n. 6, del 406-412 edite tra le lettere: Ep. 102 (Retract. 2, 31). Risposta a sei questioni (sulla risurrezione, il tempo della religione cristiana, la distinzione tra i sacrifici cristiani e pagani, ecc.), del filosofo Porfirio (contro il quale saranno dirette molte pagine della Città di Dio).

De civitate Dei libri 22. Altro capolavoro di Ag., forse il maggiore; sintesi del suo pensiero filosofico, teologico e politico; tra le opere più significative della letteratura cristiana e universale. Lo stesso autore la chiama " opera grande e ardua ", " opera gigantesca ". Vi lavorò attorno dal 413 al 426 e la pubblicò ad intervalli (nel 413 i primi tre libri, nel 415 il quarto e il quinto nel 417 dal sesto al decimo; nel 418-19 lavorava al quattordicesimo, ma l’opera corrisponde ad un disegno unitario iniziale (De civ. Dei 1, 35-36). Ne furono occasione le accuse dei pagani contro il cristianesimo rinnovatesi più acerbamente dopo il sacco di Roma del 410. È divisa in due parti: la prima (libri 1-10) è destinata a confutare il paganesimo, la seconda (libri 11-22) ad esporre e difendere la dottrina cristiana. La prima parte è divisa in due sezioni, delle quali la prima (libri 1-5) mostra l’impotenza sociale, la seconda (libri 6-10) l’impotenza spirituale del paganesimo. La seconda parte è divisa in tre sezioni di quattro libri ciascuna che espongono rispettivamente l’origine, il corso, i destini delle due città, di Dio e del mondo. L’architettura è perfetta, anche se le digressioni, per ragioni contingenti, molte (Retract. 2, 43; Epp. 212/A; 184/A). L’idea centrale è quella della provvidenza divina che illumina e guida la storia dell’umanità. Questa è divisa in due città fondate su due amori, di sé e di Dio. Il dramma della storia comprende cinque atti: la creazione, il peccato degli angeli e dell’uomo, la preparazione della venuta del Cristo, l’Incarnazione e la chiesa, la sorte finale. In ognuno di questi atti Agostino affronta e risolve alla luce della ragione e della fede – perciò filosofia e teologia insieme – i grandi problemi della storia, quelli delle origini, della presenza del male, della lotta tra il bene e il male, della vittoria del bene sul male, degli eterni destini. La Città di Dio fu molto letta ed ebbe grande influsso nel medioevo. Oggi la bibliografia intorno ad essa è straordinariamente complessa e numerosa: segno del suo perenne valore e della sua attualità.

2. 4. Dommatici
Ricordiamo sotto questa voce i libri:

De fide et symbolo liber 1. Contiene la spiegazione del simbolo tenuta l’8 ottobre del 393 dinanzi ai vescovi africani riuniti in concilio ad Ippona in secretario Basilicae pacis (Retract. 1, 17). Importante per conoscere gli inizi della dottrina trinitaria di Ag.

De diversis quaestionibus octoginta tribus liber 1. Composta tra il 388 e il 396 in conversazioni familiari come risposta alle questioni d’indole filosofica, dommatica, esegetica che gli venivano presentate, fatte riunire in un libro quando era già vescovo (Retract. 1, 26).

De diversis quaestionibus ad Simplicianum libri 2. È un’opera esegetica, ma ha una fondamentale importanza dommatica. Diretta a Simpliciano, vescovo di Milano, successore di Ambrogio (quindi dopo il 4 aprile del 397), contiene la spiegazione di questioni desunte dalla Lettera ai Romani e dal libro dei Re. Indispensabile il primo libro per la dottrina della grazia: Agostino vi afferma chiaramente, correggendo un suo precedente errore, la necessità e la gratuità della grazia anche per l’inizio della fede e il desiderio della conversione (Retract. 2, 1).

Ad inquisitionem Ianuari libri 2 (Epp. 54-55), del 400 c. Sulle consuetudini e i riti della Chiesa (Retract. 2,20).

De fide et operibus liber 1, del 413. Vi dimostra che non basta la fede, occorrono le opere: a questo principio dev’essere informata la catechesi pre e postbattesimale (Retract. 2, 38).

De videndo Deo liber 1 (= Ep. 147) del 413. Tratta della visione di Dio per mezzo degli occhi del corpo (cfr. De civ. Dei 22, 29; Retract. 2, 41).

De praesentia Dei liber 1 (= Ep. 187) del 417. Trattato sull’inabitazione dello Spirito Santo nell’animo dei giusti (Retract. 2, 49).

Enchiridion ad Laurentium, ovvero De fide, spe et caritate liber 1 del 421 c. Manuale di teologia distribuito secondo le tre virtù teologali e contenente la spiegazione del Simbolo (fede), dell’orazione domenicale (speranza) e dei precetti morali (carità). Sintesi breve e chiara del pensiero teologico di Agostino (Retract. 2, 63).

De cura pro mortuis gerenda liber 1, del 424-25. Risposta a Paolino da Nola sul culto dei morti e l’utilità per questi di essere sepolti presso le " memorie " dei martiri (Retract. 2, 64).

De octo Dulcitii quaestionibus liber 1, scritto poco dopo il precedente (425). Solo una risposta è originale – la quinta, sull’elezione di Davide – le altre son tratte da opere precedenti (Retract. 2, 65).

De Trinitate libri 15. L’opera dommatica principale, un altro capolavoro agostiniano che ha esercitato un’influenza decisiva sulla teologia trinitaria occidentale. L’opera fu compiuta in due tempi: i primi dodici libri (pubblicati all’insaputa e con disappunto dell’autore) tra il 399-412, i restanti e la redazione finale verso il 420. Il piano è il seguente: libri 1-4, teologia biblica della Trinità; 5-7, la teologia speculativa e la difesa del domma; 8, introduzione alla cognizione mistica di Dio; 9-14 ricerca dell’immagine della Trinità nell’uomo; 15 riassunto e completamento dell’opera. V’è perciò insieme l’esposizione, la difesa, la formulazione, l’illustrazione e la contemplazione del domma. Gli aspetti più originali sono: la dottrina delle relazioni, la spiegazione " psicologica ", le proprietà personali dello Spirito Santo (lo Spirito Santo procede come Amore), il collegamento tra il mistero trinitario e la vita di grazia (Retract. 2, 15).

2. 5. Morali Pastorali
Vanno ricordati sotto questo titolo:

De mendacio liber 1, del 395: lo stesso autore lo giudicò " oscuro e complicato ", ma non inutile (Retract. 1, 27).

Contra mendacium liber 1, del 420-21; riprende il tema della menzogna e ne dimostra l’illiceità (Retract. 2, 60).

De agone christiano liber 1, scritto all’inizio dell’episcopato. Manuale di vita cristiana per istruire nella fede il popolo semplice: contiene la spiegazione del Simbolo (elenco degli errori da evitare) e i precetti morali, dedotti dall’esempio del Figlio di Dio (Retract. 2, 3).

De catechizandis rudibus liber 1, del 400 c. Manuale d’istruzione catechetica, ricco d’intuizioni pedagogiche (Retract. 2, 14).

De bono coniugali liber 1, scritto intorno al 401: riallacciandosi alla controversia mossa da Gioviniano, mette in rilievo la dignità e i beni del matrimonio (Retract. 2, 22).

De sancta virginitate liber 1, scritto subito dopo il precedente: insegna ad esaltare la verginità senza disistimare il matrimonio e a coltivare l’umiltà per custodirla (Retract. 2, 23).

De bono viduitatis liber seu epistola, del 414 c. Lettera alla vedova Giuliana, madre della vergine Demetriade sul merito della vedovanza (Possidio, Indic. X5).

De continentia liber 1. Trattato sulla virtù e sul dono divino della continenza (Ep. 231, 7; Indic. X6): composto nel 395 c., o, secondo studi più recenti, posteriormente al 412; cfr. REAug 5 (1959), pp. 121-127.

De patientia liber 1, del 415. Trattato parallelo a quello precedente: virtù e dono divino della pazienza (Ep. 231, 7).

De coniugiis adulterinis libri 2 del 420 c.: dimostrano l’indissolubilità del matrimonio anche in caso di adulterio, ma l’autore dubita di aver raggiunto la piena dimostrazione (Retract. 2,57).

Contra Hilarium liber 1 (perduto), scritto nel 399 per difendere la pratica di cantare i salmi durante la celebrazione eucaristica (Retract. 2, 11).

2. 6. Monastici

Regula ad servos Dei, breve ma ricca di sapienti norme monastiche, la prima dell’Occidente. Le discussioni intorno al prezioso " libretto " non vertono sull’autenticità agostiniana del testo, ma sulla destinazione originale, se cioè fu diretto alle monache (Ep. 211) o ai " servi di Dio " della prima comunità d’Ippona (Possidio, Vita 5, 10; infatti, salvo alcune varianti e il genere femminile o maschile, il testo è lo stesso. La critica moderna ritiene più probabile questa seconda ipotesi, anche se non ha raggiunto ancora una chiarificazione definitiva.

De opere monachorum liber 1, del 401 c., diretto ai monaci di Cartagine. Dimostra la necessità per i monaci di attendere, oltre alla preghiera, anche al lavoro manuale quando non ne siano impediti dall’infermità, dal ministero pastorale o da ragioni di studio: contiene la teologia dell’ora et labora che ha avuto un non piccolo influsso nello svolgimento del monachesimo occidentale (Retract. 2, 21).

2. 7. Esegetici
Sono molti e di varia natura.

a) di indole generale:

De doctrina christiana libri 4: la prima parte – fino a 3, 25, 36 – scritta nel 397, la seconda nel 426-27, quando fu pubblicata l’opera completa. Molto importante per tre ragioni: per la sintesi dommatica in base all’uti e al frui (1, 1) che servirà da modello alle Sententiae medioevali; per la dottrina del segno e della interpretazione scritturistica (ll. 2 e 3); per i principi e gli esempi dell’oratoria sacra (l. 4) (Retract. 2, 4).

b) sull’Antico Testamento:
Dell’Antico Testamento ha richiamato l’attenzione di Ag. particolarmente la Genesi: quattro volte ne ha intrapreso l’interpretazione, due in senso allegorico (oltre l’opera qui sotto indicata vedi Confess. , libri 12-13) e due in senso letterale.

De Genesi adversus Manichaeos libri 2, scritti a Tagaste verso il 389 e destinati a privare i Manichei degli argomenti contro la Genesi; incontrando molte difficoltà nell’interpretazione letterale, ricorse spesso all’interpretazione allegorica (Retract. 1, 10; De Gen. ad litt. 8, 2, 5).

De Genesi ad litteram liber imperfectus. Primo tentativo d’interpretazione letterale intrapreso nel 393 e subito abbandonato, giunge fino a Gen 1, 26 (Retract. 1, 18).

De Genesi ad litteram libri 12. La composizione di quest’opera, tra le più importanti di Agostino, è durata dal 401 al 415, ma si ha ragione di credere che i primi nove (e forse i primi undici libri) siano stati composti in un tempo molto vicino alla prima data (De Gen ad litt. 9, 7, 12). La spiegazione giunge fino a Gen 3, 24. I libri 6, 7, 10 contengono un ampio trattato di antropologia. In quest’opera trova ampia esposizione la dottrina della creazione simultanea e delle ragioni seminali (Retract. 2, 24).

Locutionum in Heptateuchum libri 7 e Quaestionum in Heptateuchum libri 7 (a. 417-419), nei quali spiega le espressioni meno usitate – e perciò meno intelligibili – dei primi sette libri della Scrittura e propone – e spesso risolve – le questioni che vengono dalla lettura dei medesimi (Retract. 2, 54-55).

Adnotationes in Iob liber 1. Annotazioni marginali al libro di Giobbe, trascritte da altri e raccolte in un volume, " soavi ai pochi che possono intenderle " (Retract. 2, 13).

De octo quaestionibus ex Veteri Testamento. Breve spiegazione di otto passi dell’Antico Testamento.

c) sul Nuovo Testamento
Le opere sul Nuovo Testamento mostrano non meno di quelle del Vecchio i laboriosi progressi di Agostino nella conoscenza della Scrittura.

De sermone Domini in monte libri 2, dei primi anni del presbiterato: spiegazione del discorso della montagna, sintesi di dottrina morale; beatitudini e doni dello Spirito Santo (Retr. 1, 19).

Expositio 84 propositionum ex epistola ad Romanos; Expositio epistolae ad Galatas; Epistolae ad Romanos inchoata expositio. Tre opere che mostrano i primi tentativi dell’interpretazione letterale delle Epistole di s. Paolo: l’ultima fu abbandonata per la difficoltà dell’impresa. Lo studio fu ripreso poco dopo per le questioni sulla grazia in occasione della risposta a Simpliciano, e più tardi durante la controversia pelagiana, particolarmente nell’opera De spiritu et littera (Retract. 1, 23-25).

Quaestiones Evangeliorum libri 2, del 400 c.: spiegazione di alcuni testi difficili di Matteo (47) e di Luca (51), propostigli da qualcuno in conversazioni familiari (ivi, prol.; Retract. 2, 12).

De consensu Evangelistarum libri 4, scritti verso il 400 per confutare coloro che accusavano gli evangelisti di contraddizioni: dimostra la loro autorità (contro i filosofi pagani che li accusavano di aver attribuito falsamente a Cristo la divinità: libro 1) e la storicità e l’armonia delle loro narrazioni. Prezioso studio sulle concordanze evangeliche (Retract. 2, 16).

Expositio epistolae Iacobi ad duodecim tribus (perduta): note marginali raccolte da altri come per il libro di Giobbe (Retract. 2, 32).

Speculum de Scriptura sacra: raccolta di precetti morali dell’Antico e del Nuovo Testamento. (Possidio, Vita 28) compilata intorno al 427. G. de Plinval nega la paternità agostiniana di questa raccolta: Aug. Magister, 1 187-192.

Quaestionum septemdecim in Ev. secundum Matthaeum liber 1. Di data incerta. Spiegazioni, alcune brevissime, di 17 passi di Matteo. Non ne parlano le Ritrattazioni e l’Indicolo di Possidio. I Maurini muovono dubbi; G. Morin ne difende la genuinità.

2. 8. Polemici
a) contro i Manichei:
Vengono trattati temi di metafisica (immutabilità di Dio, creazione, il male) di apologetica (credibilità della fede) e di Scrittura (armonia tra l’Antico e il Nuovo Testamento).

De moribus Ecclesiae catholicae et de moribus Manichaeorum libri 2, scritti a Roma nel 388 e pubblicati in Africa probabilmente l’anno appresso (ivi 1, 1, 1; 2,1, 26). Prima apologia della fede da parte del neoconvertito: si basa sul paragone tra la dottrina e la vita della chiesa cattolica, incentrata nell’amore e da esso informata, e la dottrina e la vita dei manichei, la prima insostenibile, la seconda incoerente (Retract. 1, 7).

De duabus animabus liber 1 del 392. Confuta una tesi fondamentale del manicheismo: quella delle due anime, delle quali una proverrebbe dal principio buono e l’altra dal principio cattivo, tesi che nega all’uomo la libertà: Ag. sostiene che in ogni uomo l’anima è una sola ed è dotata di libero arbitrio, da cui proviene il male (Retract. 1, 15).

Acta contra Fortunatum Manichaeum. Disputa tenuta ad Ippona il 28 e 29 agosto del 392 intorno all’origine del male: Ag. dimostra che il male procede dal libero peccato dell’uomo. Fortunato non seppe che rispondere e lasciò Ippona (Retract. 1, 16).

Contra Adimantum Manichaei discipulum liber 1, del 392: confutazione di un’altra tesi manichea, la pretesa opposizione tra l’Antico e il Nuovo Testamento (Retract. 1, 22).

Contra epistolam Manichaei quem vocant fundamenti liber 1, scritto all’inizio dell’episcopato. L’epistola era una sorta di catechismo della sètta manichea: Ag. ne confuta l’inizio, dimostrando che Mani non ha nessun titolo di richiamarsi a Cristo (mentre ne ha molti e validi la chiesa cattolica), e i principi generali, chiarendo l’assurdità del dualismo manicheo (Retract. 2, 2).

Contra Faustum Manichaeum libri 33 del 397-398. Ampia difesa dell’Antico e del Nuovo Testamento che riporta le parole dell’avversario e ne fa seguire la risposta: i manichei non possono dirsi cristiani (Retract. 2, 7).

De actis cum Felice Manichaeo libri 2. Disputa tenuta il 7 e il 12 dicembre del 404 (VI consolato di Onorio); la discussione verte sull’immutabilità di Dio, la creazione, l’origine del male. Felice si diede per vinto (Retract. 2, 8).

De natura boni liber 1, composto nel 399: ancora una volta dimostra che tutte le cose, in quanto sono, sono buone, e che il male non è se non una privazione del bene: il principio manicheo del male assoluto è assurdo (Retract. 2, 9).

Contra Secundinum Manichaeum liber 1, del 399. Risposta ad un " uditore " manicheo che lo aveva invitato a tornare al manicheismo. Agostino lo giudica quanto di meglio abbia scritto contro quella setta (Retract. 1, 10).

b) contro i Donatisti:
La lunga e laboriosa polemica contro i donatisti impose ad Ag. una serie numerosa di opere nelle quali chiarendo la controversia donatista approfondì la teologia ecclesiologica e sacramentaria.

Psalmus contra partem Donati del 394 c. Salmo abecedario ritmato da cantarsi al popolo, il quale rispondeva ripetendo il ritornello, che narra la storia del donatismo e esorta gli scismatici all’unione (Retract. 1, 20).

Contra epistolam Parmeniani libri 3, composti nel 400 c. Prima grande opera sulla controversia donatista, in cui si dimostra una tesi fondamentale: nell’unità della chiesa cattolica e nella comunione dei sacramenti i cattivi non contaminano i buoni (Retract. 2, 17).

De baptismo libri 7, composti subito dopo i precedenti. Opera fondamentale: vi dimostra la validità del battesimo amministrato dagli eretici e toglie ai donatisti l’autorità di Cipriano di cui si facevano forti (Retract. 2, 18).

De unitate Ecclesiae liber 1 o Epistola ad catholicos de secta donatistarum, scritta prima del terzo libro dell’opera seguente (ivi 1, 1): insiste sulla tesi fondamentale, cioè che la vera chiesa di Cristo è la chiesa universale (Indic. VI 20 la recensisce tra le lettere; come il concilio di Costantinopoli del 553, cfr. Mansi IX 261).

Contra litteras Petiliani libri 3, scritti sotto il pontificato di papa Anastasio (398-401): risponde alla lettera del vescovo donatista di Cirta, Petiliano, e alla controreplica di questi alla replica di Agostino (Retract. 2, 25).

Contra Cresconium grammaticum partis Donati libri 4, scritti quando le leggi di Onorio contro i Donatisti del 405 erano " recentissime ". Risponde a Cresconio che aveva preso le difese di Petiliano; nel IV libro Agostino trae argomento dalla scissione donatista tra primianisti e massimianisti (Retraci. 2, 26).

De unico baptismo contra Petilianum liber 1 del 411 c. Confutazione d’un’opera omonima di Petiliano (Retract. 2, 34).

Breviculus collationis cum Donatistis libri 3: contengono il riassunto degli Atti ufficiali (lunghi e farraginosi) della conferenza tra cattolici e donatisti tenuta a Cartagine 1, 3 e 8 giugno del 411 (Retract. 2, 39).

Post collationem contra Donatistas liber 1. Vibrante appello ai donatisti dopo la conferenza del 411 perché tornassero alla " Catholica " e si difendessero dalle menzogne che i loro vescovi andavano spargendo. Opera " grande " e scritta " con molta cura ", la migliore di quelle sulla controversia donatista (Retract. 2, 40).

De correptione donatistarum liber 1 (= Ep. 185), scritto nel 417 in difesa delle leggi imperiali contro i donatisti (Retract. 2, 48).

Gesta cum Emerito donatista liber 1. Resoconto della disputa avuta con Emerito il 20 settembre 418 in occasione della visita fatta a Cesarea di Mauritania per incarico da parte di Papa Zosimo (Retract. 2, 51).

Sermo ad Caesariensis ecclesiae plebem, tenuto nella stessa occasione, dove insiste nel concetto della necessità della chiesa cattolica per la salvezza.

Contra Gaudentium Donatistarum episcopum libri 2. È l’ultima opera contro il donatismo: risponde a due lettere del vescovo donatista di Tamugadi inviate al tribuno Dulcizio e da questi trasmesse ad Ag. (Retract. 2, 5).

Diverse opere agostiniane contro il donatismo sono andate perdute, ma giova ricordarle: Contra epistolam Donati haeretici liber 1 (Retract. 1, 21); Contra partem Donati, dove sosteneva che l’autorità imperiale non doveva intervenire per indurre i donatisti a tornare alla comunione cattolica (Retract. 2, 5); Contra quod attulit Centurius a Donatistis liber 1 (Retract. 2, 19); Probationum et testimoniorum contra Donatistas liber 1 (Retract 2, 27); Contra Donatistam nescio quem liber 1 (Retract. 2, 28); Admonitio Donatistarum de Maximianistis liber 1 (Retract. 2, 29); De Maximianistis contra Donatistas liber 1 (Retract. 2, 35); Ad Emeritum Donatistarum episcopum post collationem liber 1 (Retract. 2, 45).

c) contro i pelagiani:
Le numerose opere attinenti la controversia pelagiana, che indusse Agostino ad approfondire la teologia della redenzione, del peccato e della grazia, si possono dividere comodamente in tre sezioni secondo coloro ai quali sono dirette: intorno al pelagianesimo in genere (Pelagio e Celestio), contro Giuliano, ai monaci di Adrumeto e di Marsiglia. Ognuna ha un tono e una forma particolare: la prima comprende le opere dell’indagine e dell’esposizione teologica positiva e serena, la seconda è fortemente polemica, la terza contiene gli ultimi chiarimenti o presa di posizione intorno al mistero della predestinazione e della grazia.

c. a) intorno al pelagianesimo in genere:

De peccatorum meritis et remissione et de baptismo parvulorum ad Marcellinum libri 3, scritta nel 412. Opera fondamentale: contiene la prima teologia biblica della redenzione e del peccato originale e della necessità del battesimo, la dottrina della necessità della grazia per osservare i comandamenti di Dio e la risposta (l. 3) alle difficoltà contro la nozione del peccato ereditario proposte da Pelagio nella spiegazione di Rom 5,12 (Retract. 2, 33).

De gratia Novi Testamenti ad Honoratum liber 1 (= Ep. 140), scritto circa lo stesso tempo. Risponde alle 5 questioni scritturistiche inviategli da Cartagine dall’amico Onorato, aggiungendone una sesta (circa la grazia propria del Nuovo Testamento) e spiegandola diffusamente (Retract. 2, 36).

De spiritu et littera ad Marcellinum liber 1. Di poco posteriore alla prima da cui ebbe origine. Opera chiave della dottrina agostiniana della grazia: Agostino vi discute ampiamente delle relazioni tra la legge (lettera) e la grazia (spirito) e sostiene che senza la grazia, che ispira nei cuori l’amore di Dio, la conoscenza della legge non giustifica alcuno: la legge ci è data perché cerchiamo la grazia, la grazia perché osserviamo la legge; questa comandando è occasione di morte, quella aiutando è fonte di vita (Retract. 2, 37).

De natura et gratia liber 1, composta verso il 415. Risposta al De natura di Pelagio: vi si dimostra che non bisogna difendere la natura contro la grazia, né la grazia contro la natura, ma natura e grazia insieme: è la grazia che libera e sana la natura. (Retract. 2, 42).

De perfectione iustitiae hominis epistola sive liber, scritto nello stesso tempo. Risposta alle Definitiones di Celestio nelle quali questo discepolo di Pelagio difendeva l’impeccantia e negava la necessità della grazia: Agostino nega quella e afferma questa. La piena giustizia non si può mai avere in questa terra: il precetto di amare Dio con tutto il cuore è l’ideale a cui aspirare, non la meta da raggiungere (Indic. VII4 e X3, 21).

Ad Hieronymum presbyterum libri 2 (= Ep. 166-167) del 415: chiede il parere a Girolamo sull’origine dell’anima (l. 1) in vista della dottrina del peccato originale (se cioè l’anima si propaga per creazione o per generazione spirituale) e sulla spiegazione sul passo di s. Giacomo 2, 10 (Retract. 2, 45).

De gestis Pelagii liber 1, scritto verso la fine del 417: esamina gli Atti del sinodo di Diospoli e dimostra che in esso Pelagio fu assolto, ma il pelagianesimo fu condannato (Retract. 2, 47).

De gratia Christi et de peccato origitnali libri 2, scritti verso la metà del 418 ad istanza di Albina, Piniano e Melania: denuncia l’equivoco di Pelagio che chiamava grazia la libertà, la legge e la rivelazione, ma negava l’aiuto interiore della grazia, se non, tutt’al più, per osservare facilius i comandamenti di Dio (l. 1), e dimostra che tanto egli quanto il discepolo Celestio non ammettevano il peccato originale, cioè una verità fondamentale della fede (Retract. 2, 50).

De anima et eius origine libri 4, scritti intorno al 420, diretti contro gli errori del giovane Vincenzo Vittore che aveva biasimato la sua indecisione tra il creazionismo e il traducianismo (spirituale): respinge l’emanatismo manicheo e la preesistenza dell’anima origenista e difende per il resto la sua indecisione (Retract. 2, 56).

c. b) contro Giuliano:

Contra duas epistolas Pelagianorum libri 4, scritti intorno al 420 e dedicati al papa Bonifacio che gli aveva fatto pervenire le due lettere di Giuliano e dei vescovi che insieme a lui s’erano ricusati di sottoscrivere la Tractoria di papa Zosimo: Agostino confuta le accuse calunniose di negarle il libero arbitrio, condannare il matrimonio, biasimare i santi, sminuire la legge, svalorizzare il battesimo, far rivivere il manicheismo (Retract. 2, 61).

De nuptiis et concupiscentia libri 2, scritti con qualche intervallo tra il 419-420, risponde a Giuliano che lo accusava di negare la bontà del matrimonio perché insegnava la dottrina del peccato originale e difendeva la tesi che la concupiscenza disordinata è un male. In risposta al l° libro Giuliano ne compose 4: Agostino avutone un estratto rispose subito aggiungendo al 1° un secondo libro (Retract. 2. 53).

Contra Iulianum libri 6, l’opera maggiore e più importante della controversia pelagiana, composta intorno al 421. Risponde ai 4 libri che Giuliano aveva scritto contro il primo dell’opera precedente confutandone punto per punto le affermazioni sul peccato originale, il matrimonio, la concupiscenza, il battesimo dei bambini, le virtù degli infedeli. Ai quattro ne premette due per svolgere l’argomento della tradizione e rispondere all’accusa di novità che gli veniva rivolta (Retract. 2, 62).

Contra secundam Iuliani responsionem opus imperfectum. Giuliano, rifugiatosi in Cilicia, compose 8 libri contro il secondo del De nuptiis et concupiscentia. Agostino rallentò la stesura delle Ritrattazioni e ne intraprese una minuziosa confutazione riportando passo per passo il testo dell’avversario, e aggiungendo la sua risposta. Tornano con limpida chiarezza e nuova profondità tutti i temi della controversia pelagiana: dovevano essere otto libri; dopo il 6° sopraggiunse la morte (Indic. VII 16; Vita 28, 3).

c. c) ai monaci di Adrumeto e di Marsiglia:

De gratia et libero arbitrio liber 1, scritto intorno al 426 e diretto ai monaci di Adrumeto, tra i quali l’Epistola 194, da alcuni di essi letta e trascritta a Roma, aveva suscitato il difficile problema del come possano coesistere la grazia e il libero arbitrio. In quest’aureo libro Agostino dimostra secondo l’insegnamento della Scrittura le due verità – necessità della grazia ed esistenza del libero arbitrio – esortando a ritenerle e professarle insieme, anche quando non se ne comprenda la conciliazione; difende la gratuità della grazia e spiega come Dio, coronando i nostri meriti, coroni i doni suoi (Retract. 2, 66; Epp. 214-216).

De correptione et gratia liber 1, scritto poco dopo il precedente e sempre per i monaci di Adrumeto, alcuni dei quali ne avevano tratta la falsa conclusione che, se è necessaria la grazia, è inutile la correzione fraterna. Agostino risponde che non è inutile; affronta poi i temi più profondi della predestinazione e dell’efficacia della grazia, diversa prima e dopo il peccato originale – la famosa distinzione tra adiutorium sine quo non e adiutorium quo – sostiene che la grazia, pur rendendo salutare la correzione, non toglie il libero arbitrio e, abbracciando la storia della salvezza in termini di libertà, distingue tra quella di Adamo, la nostra e quella dei beati in cielo. L’opera agostiniana più importante per la dottrina della grazia (Retract. 2, 67).

De praedestinatione sanctorum, e De dono perseverantiae, a Prospero ed Ilario, i quali dalla Gallia lo avevano informato del turbamento prodotto nei monaci di Marsiglia (detti più tardi semipelagiani) dalle due opere precedenti, creando una viva opposizione alla dottrina in esse contenuta. Ag., rispondendo, dimostra che tanto l’inizio della fede quanto la perseveranza nel bene sono dono di Dio e non, come affermavano quei monaci (Epp. 225-226), opera solo del libero arbitrio.

d) contro l’arianesimo:

Contra sermonem Arianorum liber 1, del 418: contro un discorso ariano (anonimo) dimostra la consostanzialità delle Persone divine (Retract. 2, 52).

Collatio cum Maximino Arianorum episcopo. Conferenza con il vescovo ariano Massimino inviato a Ippona dal governatore Sigisvultus " in vista della pace ", probabilmente nel 427 (Possidio, Vita 17).

Contra Maximinum Arianum libri 2, il quale, tornato a Cartagine, s’era gloriato di aver vinto il dibattito. Scrive Agostino nella prefazione: " Prima dimostrerò che non hai potuto confutare ciò che dissi io; poi, per quanto sia necessario, confuterò ciò che dicesti tu " (Possidio, Vita 17, 9).

e) contro il priscillianismo e il marcionismo e i giudei:

Ad Orositim contra Priscillianistas et Origenistas liber 1, del 415. Breve risposta ad Orosio su alcuni punti dottrinali dei priscillianisti e degli origenisti come la creazione dal nulla e l’eternità delle pene (Retract. 2, 44).

Contra adversarium Legis et Prophetarum libri 2, del 420 c. vi difende l’Antico Testamento dalle accuse d’una opera marcionista, avidamente letta e ascoltata nella piazza marittima di Cartagine (Retract. 2, 58).

Tractatus adversus Iudaeos, di data incerta; spiegazione di Rom 11, 22: le profezie dell’Antico Testamento adempiute in Cristo e nella chiesa, umiltà e carità verso i Giudei (Indic. III, 4).

f) contro le eresie in genere:

De haeresibus, composto nel 428-29 su richiesta del diacono cartaginese Quodvultdeus (Epp. 221-224). Avvalendosi di Epifanio e Filastrio e delle sue conoscenze personali, enumera 88 eresie, da Simon Mago a Pelagio e Celestio. L’opera restò incompleta: la morte gli impedì di scrivere la seconda parte – importantissima – sul modo di riconoscere e giudicare, e quindi di evitare, un’eresia, nota o ignota che possa essere; in altre parole, scrivere un trattato completo di ecclesiologia, di cui la patristica era e restò sempre priva (ivi, proem.).

3.- LETTERE
Segno ed espressione dell’influente personalità dell’autore e del suo zelo apostolico, l’epistolario agostiniano è ricco di contenuto storico, filosofico, teologico, esegetico, spirituale, letterario e autobiografico. Le lettere sono molte e spesso lunghe come trattati; costituiscono un commento prezioso delle opere in libri e un aiuto talora insostituibile per capire le questioni e le controversie di quel momento inquieto e decisivo, particolarmente per quella donatista e quella pelagiana. I Maurini ne pubblicarono 270, delle quali 53 dirette ad Agostino e 9 da lui incluse tra gli opuscula in libris. Più tardi ne furono scoperte altre 6: due da G. Bessel (184/A e 202/A: PL 33), due dal Goldbacher (92/A e 173/A: CSEL 44), una da G. Morin (215/A: CSEL 58, pref., p. XCIII) e una da C. Lambot (212/A: NBA 23, 532 che risulta perciò fino ad ora l’edizione più completa). Altre 29 sono state scoperte in quest’ultimi tempi da Divjak e pubblicate (CSEL 88; NBA 23/A). Abbracciano un periodo di oltre 40 anni (dalla fine del 386 al 430). I Maurini le distinsero in 4 classi:

Epistulae 1-30: dalla conversione alla consacrazione episcopale;

Epistulae 31-123: da questa data alla conferenza del 411;

Epistulae 124-231: dal 411 alla morte;

Epistulae 232-270: di data incerta.

4. - TRATTATI
Possono e debbono essere divisi in tre sezioni: Commento a S. Giovanni, Esposizione sui Salmi, Discorsi.

1. Commento a S. Giovanni.
Commento al Vangelo. Sono 124 discorsi in parte pronunciati, in parte dettati. Vengono distinti in due gruppi: 1-54, 55-124. La data di composizione è molto discussa: il secondo gruppo è collocato nel 416 (Le Landais) o nel 418 (Zarb) o dopo il 419-20 (La Bonnardière); il primo nel 411 (De Ferrari), nel 413 (Zarb), nel 414 (Le Landais); La Bonnardière distingue: 1-16 nel 406-408, 17-54 dopo il 418. Tutto il commento è di carattere pastorale, ma straordinariamente ricco di contenuto teologico-filosofico e spirituale.

Commento all’Epistola di s. Giovanni ai Parti. Dieci discorsi sulla carità, di cui Giovanni " ha tessuto l’elogio, dicendo molte cose, anzi pressoché tutto " (Ivi, prol.), tenuti durante le feste pasquali di un anno tra il 413 e il 418, interrompendo il commento al Vangelo. Quanto di più bello v’è sull’argomento nella patristica.

2. Esposizione sui Salmi.
L’opera più voluminosa di Agostino e più ricca di dottrina spirituale, l’unica esposizione completa sui Salmi della letteratura patristica. Abbraccia un arco di tempo che va dal 392 (1-32) al 416 o, secondo altri, per il salmo 118 a dopo il 422. Si divide in due classi: esposizioni " dettate " ed esposizioni predicate. Quelle " dettate " si suddividono in tre gruppi (cfr. Ep. 169, 1 e Possidio, Indiculus 104): brevi note esegetiche (i salmi 1-32, fatte poche eccezioni), esposizioni più ampie (67, 71, 77, ecc.), omelie destinate ad essere lette al popolo (32 sul salmo 118). Tutte le altre sono discorsi tenuti al popolo in diverse città, prevalentemente a Cartagine. Non offrono un’interpretazione storico-filologica, ma teologico-spirituale, fondata sulla dottrina del Christus totus: nei Salmi si ode la voce di Cristo, della chiesa, dei singoli fedeli (In ps. 3, 1. 9-10). Il contenuto spazia su tutti i grandi temi della dottrina cristiana, dalla filosofia alla teologia, alla dottrina spirituale, alla mistica. Particolarmente sviluppati i temi del corpo mistico, delle due città, delle ascensioni verso Dio, alle quali il tono lirico dei Salmi danno le ali. Il testo commentato è quello dei Settanta rivisto dallo stesso Agostino.

3. Discorsi.
Frutto della predicazione durata ininterrottamente per quasi quarant’anni. La biblioteca d’Ippona doveva conservarne moltissimi, forse tre-quattromila, dei quali una gran parte, probabilmente non rivisti dall’autore e non pubblicati, sono andati perduti. I Maurini ne accolsero 363, divisi in quattro classi (sulla Scrittura, sui tempi liturgici, sui Santi, su argomenti vari), altri ne giudicarono dubbi, altri ancora spuri; il Morin inoltre ne ritenne autentici e ne pubblicò 138 (MiscAg., 1, Roma 1930) su alcuni dei quali altri studiosi avanzarono dubbi (Clavis, nn. 284-287; PLS Il 417 ss.); il Lambot ne ha pubblicati altri ancora (RB 1933-1958; PLS, 11 744); ancora altri ne hanno pubblicati Verbraken, Étaix, Dolbeau: tutti insieme poco più di 500. Ad opera del Lambot il CCL ha intrapreso una nuova ed. critica, molto attesa, dei Discorsi Ag.ni: è uscito il primo volume (CCL 41) comprendente i discorsi sull’Antico Testamento (1-50). Il contenuto è vario e ricco, abbraccia tutti i temi della Scrittura e della liturgia e serve di prezioso commento alle grandi opere di dommatica e di esegesi. Sono un modello di eloquenza popolare, chiara insieme e profonda, vivace e incisiva, immediata ed efficace.
Meritano di essere qui ricordati alcuni discorsi sulla cui autenticità si è discusso e che gli editori hanno pubblicato a parte:

Sermo de Urbis excidio, tenuto " recenti excidio tantae urbis ", quindi nel 410 o poco dopo: contiene l’espressione dei dolore e le speranze per l’accaduto, e la spiegazione dell’utilità delle tribolazioni. Forma e contenuto sono agostiniani.

Sermo ad catechumenos de symbolo, di data incerta: spiegazione del simbolo; cfr. Serm. 213; 214; 215. Gli altri tre discorsi sul simbolo che nei mss. come negli stampati seguono a questo non sono agostiniani: vengono attribuiti, da alcuni, al vescovo di Cartagine Quodvultdeus (Clavis 401-403).

Sermo de disciplina christiana, di data incerta, sul vero amore di Dio e del prossimo che costituisce la somma dei precetti cristiani

Sermo de utilitate ieiunii, ricordato da Possidio (Inidicolo, 76, 55 MSCA II 195), tenuto forse nel 411 (v. ivi, 13). Sulla natura del digiuno cristiano: polemica contro i manichei e accorato appello ai donatisti

5. - OPERE DUBBIE
Aggiungiamo qui alcune opere la cui autenticità è fortemente dubbia o più o meno probabile:

De grammatica liber. Lo ricordano la Ritrattazioni (1, 6) e Possidio (Indicolo, X1 3: MSCA Il 175). Agostino dice di non averlo più in biblioteca, ma pensa che alcuni lo abbiano. Il testo che possediamo, trasmessoci in due recensioni – una lunga e una breve – non si può dire che sia, in nessuna delle due, genuino; ma alcuni pensano, non senza qualche verosimiglianza, che queste costituiscano un estratto del testo genuino.

Principia dialecticae. Menzionato nelle Ritrattazioni (1, 6) con le parole: " De Dialectica... restarono solo i principi, che tuttavia anch’essi abbiamo perduti; ma credo che alcuni li abbiano ". Ritengono molti, contrariamente all’opinione dei Maurini, che quelli che abbiamo siano autentici.

Principia Rhetoricae (Retract. 1, 6).

Oratio s. Augustini in librum de Trinitate. Lunga preghiera a Dio uno e trino.


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