![]() |
|||||||||||||||
| Bernardino Drovetti a Tebe con amici, viaggiatori e agenti. Antonio Lebolo è il primo in piedi a sinistra | |||||||||||||||
| Le mummie del profeta L'incredibile storia di Antonio Lebolo (Castellamonte, 1781-1830) |
|||||||||||||||
| Una mattina di un giorno non precisato fra il 1819 e il 1821 Antonio Lebolo uscì dal suo antro nella Valle dei Re per il consueto giro a caccia di antichità egizie. Come quasi tutti nel distretto di Gurna, abitava una tomba arredata alla meno peggio e combatteva l'umidità bruciando pezzi di sarcofago. Fuori, fra le asperità della necropoli tebana, lo attendeva il suo squadrone di operai pronto per una nuova tornata di scavi. Sembrava una giornata come tante altre, almeno sino a che le urla eccitate dei fellah egiziani non annunciarono la grande scoperta. Fra le pieghe del terreno era stato trovato un sepolcro intatto. All'interno, oltre a qualche povero oggetto di legno, c'era un mucchio polveroso di corpi bendati, undici mummie per le quali si profilava l'insolito destino di diventare uno dei punti di riferimento per i mormoni della Chiesa dei Santi dell’Ultimo Giorno. Lebolo era arrivato in Egitto nel 1815 direttamente dal Piemonte. Era nato il 22 gennaio di trentaquattro anni prima a Castellamonte, nel Canavese, dove aveva vissuto sino al 1799, quando si era arruolato volontario nell'esercito napoleonico. Nel marzo del 1801 fu ferito, ed interruppe la carriera militare, ma non il suo servizio pubblico. Entrò nella polizia, visse a Milano e fu fedele alla causa di napoleonica sino alla caduta dell’impero. Dopo Waterloo, come molti altri, si ritrovò intorno terra bruciata e decise di cambiare aria: il ricordo di una vecchia amicizia gli consigliò di imbarcarsi alla volta dell’Egitto. Nel 1815 il console francese ad Alessandria era Bernardino Drovetti, canavesano di Barbania, ex ufficiale di Bonaparte che una quindicina di anni prima, come commissario del governo provvisorio, si era affidato a Lebolo per l’arruolamento di truppe in Piemonte. Accolse il vecchio commilitone con calore e lo assoldò nella squadra dei suoi agenti, nel gruppo di avventurieri e viaggiatori la cui missione era procacciare stutue, papiri e ogni altro tipo di reperto per la collezione del diplomatico. Erano personaggi determinati, figure di talento come Frédréric Cailliaud e Jacques “Riffo” Rifaud, e altre prive di scrupoli come il piemontese Rosignani. Lebolo legò all’istante con gli altri: in capo a qualche mese era una delle punte di diamante della formidabile Banda Drovetti. La qualità del lavoro degli agenti del console francese è dimostrata dalla quantità di reperti straordinari che negli anni successivi furono venduti con gran profitto ai principali musei d’Europa. Una parte significativa della raccolta del Museo Egizio di Torino fu recuperata da Rifaud e compagni. Lebolo sembra però aver avuto un posto speciale nel cuore di Drovetti, che lo autorizzò a scavare parecchio per conto suo e, alla fine, gli diede in dono una schiava africana che l’esule di Castellammonte convertì al cristianesimo e sposò qualche anno più tardi. Nonostante la forte concorrenza degli «inglesi», il cui uomo migliore era guarda caso l’italiano Giovanni Battista Belzoni (Rosignani, non sopporta ndo i suoi successi, arrivò al punto di sparargli), i «francesi» vissero lungo il Nilo una magnifica stagione di scavi. Lebolo mise da parte una fortuna, ma vendette solo una parte del suo bottino. Quando nel 1825 decise di far ritorno a casa nel bagaglio aveva una miriade di piccoli pezzi di valore, e le undici mummie trovate nellla Valle dei Re, probabilmente nella tomba numero 32 dove la firma del canavesano appare su una parete. Gli antichi corpi bendati non raggiunsero però il Piemonte: furono lasciati ad uno spedizioniere di Trieste, Albano Oblasser, perché li mettesse in vendita. La transazione avvenne nel 1833, e l’acquirente fu tale Michael H. Chandler di New York. Lebolo non potè beneficiare dell’incasso. Era morto a Castellamonte nel febbraio di tre anni prima. Le undici mummie varcarono dunque l’Atlantico e per cominciare una tournée nel nuovo mondo. Chandler, che si spacciava per un nipote di Lebolo, le espose per la prima volta a Philadelphia dell’aprile del ‘33 e, strada facendo, prese a venderne una dopo l’altra. Nel febbraio del 1835 l’insolita carovana arrivò a Hudson nell’Ohio che le spoglie egizie erano ridotte a quattro, numero sufficiente per attrarre l’attenzione di un personaggio fuori dal comune come Joseph Smith, il profeta della Chiesa dell’Ultimo Giorno. Per il padre della religione dei mormoni fu un’illuminazione: acquistò le antiche reliquie e da queste trasse undici frammenti di papiro nei quali riconobbe il «Libro di Abramo», volume destinato a diventare uno dei testi sacri fondamentali della Chiesa. La questione della sua autenticità è al centro di una violenta diatriba. I mormoni sostengono che Smith tradusse i papiri per grazia e con l’aiuto di Dio, e che il testo riferisce le parole e il pensiero di Abramo. Numerosi storici (considerati anti-mormoni) affermano che Smith non era in grado di leggere i geroglifici e che, oltrettutto, il testo era il Libro dei Respiri, uno di quelli che gli egizi mettevano nelle tombe per il viaggio eterno del corpo in attesa del ricongiungemento con l’anima. Non è questa la sede per continuare la disputa. Quello che interessa è che i papiri furono in seguito venduti, finirono in un museo, si credettero perduti nel grande incendio di Chicago del 1871, e sono infine riapparsi nel 1966 nel Metropolitan Museum of Arts di New York che, senza pensarci due volte, li ha restituiti ai mormoni. Ora sono conservati con tutti gli onori nello Utah. Tutto questo ha fatto sì che Lebolo non cadesse completamente nell’oblio. Nella natia Castellammonte pochi ricordano il suo nome, ma ogni tanto sbarca un americano che va diritto a bussare alla porta della casa dove abitava questo eroe dimeticato, il figlio di un produttore di granaglie che servi l’Imperatore, e scavò a lungo nella terra dei re egizi. Fu commerciante e imprenditore, archeologo nel senso più elementare del termine, certo non egittologo. Visse gli ultimi anni in uno sfarzo orientale, bruciò tutti i suoi soldi e lasciò poco ai figli che non fecero una bella fine. Di lui sono rimaste poche tracce, qualche faldone all’Archivio di Stato a Torino, poche righe nei volumi della biblioteca castellamontese. A Salt Lake City, capitale dei mormoni, è invece una mezza celebrità. Il che dimostra che l’impossibilità di essere profeti in patria non è soltanto una questione proverbiale. |
|||||||||||||||
| Ritorna alla pagina di Giovanni Battista Belzoni | |||||||||||||||