| (segue - IL DIRITTO DI SECESSIONE)
Tre pesi tre misure: esempi istruttivi dal mondo Ci pare a questo punto di sentire nelle nostre orecchie il ritornello che politici e professori emeriti, al servizio della Repubblica Italiana, sarebbero subito pronti a ripetere: "Se la vostra richiesta di secessione è così formulata, allora essa poggia sul nulla, poiché il diritto internazionale prevede che il diritto di secessione possa essere invocato solamente sulla base di precisi requisiti elencati nei seguenti trattati, ecc. ecc." Ebbene, come dicevamo in precedenza, abbiamo attentamente osservato le cose del mondo, e in particolare i precisi fatti che si sono susseguiti nei primi mesi del 2008; possiamo dire che essi ci hanno fornito preziosi insegnamenti in merito al diritto di secessione; questi fatti, che ora andremo ad elencare, ci hanno egualmente fornito ottime argomentazioni per rispondere all'obiezione che abbiamo appena ipotizzato. Andiamo per ordine: 1) come accade ormai da moltissimi anni a questa parte, la comunità internazionale (politici italiani inclusi) e i mass-media di tutto il mondo hanno seguito giorno per giorno, con un preciso computo dei morti, la recente crisi fra Israeliani e Palestinesi dovuta al lancio di razzi dalla Striscia di Gaza alla parte centro-meridionale di Israele; la parola d'ordine della diplomazia internazionale, per risolvere la lunga crisi israelo-palestinese, è la ormai nota formula "due Popoli due Stati", ovvero la separazione giuridica fra Israele da un lato e le aree palestinesi, soggette al controllo dell'ANP, dall’altro; 2) in febbraio la regione serba del Kosovo, già sottoposta ad una forma di protettorato militare internazionale a seguito del conflitto del 1999, ha unilateralmente proclamato la secessione dalla Serbia; il neonato Kosovo indipendente è stato subito riconosciuto da svariati membri dell'Unione Europea, fra i quali l'Italia, mentre altri, fra cui la Spagna, hanno espressamente detto che non lo riconosceranno; nel caso spagnolo, tale rifiuto si deve al timore che Paesi Baschi e Catalogna possano utilizzare il precedente kosovaro per invocare il proprio diritto formale a secedere dalla Spagna stessa; naturalmente, la Serbia ha disconosciuto la secessione della propria ex-regione meridionale di lingua albanese, riaffermando la propria sovranità sul Kosovo, le cui autorità indipendentiste sono state dichiarate ribelli e passibili di arresto; 3) nel mese di marzo sono scoppiati tumulti autonomisti e separatisti in varie aree della Cina e, in particolare, nel Tibet; questa regione, situata nell'estremo ovest, è stata occupata dalle truppe comuniste cinesi e annessa con la forza militare negli anni cinquanta del Novecento; l'annessione cinese è stata caratterizzata da persecuzioni religiose, violenze e da una spietata repressione culturale; il capo politico e spirituale tibetano, il Dalai Lama (già Nobel per la pace nel 1989), vive oggi in esilio ed è considerato una delle figure più carismatiche e degne di rispetto al mondo, soprattutto per l'approccio ultrapacifico con cui egli si fa testimone, in ogni luogo, della sofferenza del popolo tibetano oppresso e colonizzato dalla Cina; come avvenuto anche in passato, di fronte alle nuove persecuzioni della dittatura comunista cinese ai danni dei tibetani, la diplomazia internazionale ha risposto con un imbarazzato silenzio o, al massimo, con qualche ipocrita invito alla moderazione e al dialogo. Abbiamo dunque elencato i fatti che negli ultimi tempi più hanno attratto la nostra attenzione, nel mondo, con riferimento alla nostra richiesta di secessione. Ebbene, che cosa ci dimostrano questi tre casi internazionali? Partiamo da una considerazione incontestabile: in tutti e tre i casi in questione esistono, almeno a grandi linee, i presupposti richiesti dalle norme internazionali per l'esercizio del diritto di autodeterminazione (cioè di secessione); infatti palestinesi, kosovari e tibetani rappresentano chiaramente entità nazionali ben distinte rispetto allo Stato di appartenenza, con un proprio territorio di riferimento giuridicamente individuato e, almeno in una parte significativa, corrispondente a quello per cui viene chiesta l'applicazione del diritto di secessione; infine, in tutti e tre i casi, queste entità nazionali autonome possono invocare a fondamento del proprio diritto di andarsene la latente o manifesta situazione di conflitto interetnico, tale da rendere impossibile, o comunque molto difficile, la convivenza all'interno degli Stati di appartenenza. Nonostante questo dato di partenza similare, la diplomazia internazionale ha adottato criteri di giudizio completamente difformi per ognuna delle tre situazioni, in un caso addirittura -quello del Kosovo- dividendosi apertamente al proprio interno, persino fra Paesi membri dell'Unione Europea, che dunque dovrebbero quanto meno condividere alcuni criteri per il riconoscimento degli Stati. I tre casi proposti ci dimostrano, quindi, che la comunità internazionale non è affatto coerente nel definire e nel riconoscere il diritto di secessione, o meglio, i requisiti che darebbero il diritto di invocare la separazione di un territorio dallo Stato di appartenenza. Dunque è inutile, se non addirittura controproducente, affidarsi ai criteri stabiliti nei trattati per cercare di capire se la Regione Lombardia abbia o meno il diritto di secedere dallo Stato italiano. Ecco perchè non crediamo che il diritto di secessione, da noi invocato per la Regione Lombardia, debba trovare il proprio fondamento giuridico in caratteristiche storiche, etniche, culturali, socio-economiche o similari. Questo tipo di ricerca ci esporrebbe, come è accaduto tra l'altro sino ad ora, a obiezioni di ogni genere, la più surreale delle quali è sempre questa: "la Lombardia non è una nazione". Con il che si è detto tutto e niente: cos'è, infatti, una nazione? Secondo Mussolini anche la Corsica faceva parte della nazione italiana, secondo Hitler era sufficiente la presenza di una piccola minoranza tedesca per trasformare un Paese libero in una parte della "grande nazione tedesca", da riassorbire con le armi, naturalmente. No, questi discorsi sulla nazione non ci piacciono e li lasciamo volentieri ai retori della nazione italiana e ai nemici della Lombardia. Per definire il carattere nazionale della nostra Regione preferiamo rifarci ad un criterio, decisamente più democratico e pacifico, definito dal francese Ernest Renan nell'Ottocento e ribadito un secolo dopo dall’americano Murray Newton Rothbard: il consenso. La Lombardia è proprio questo, per certi aspetti: una nazione per consenso, non impostasi ad altri sulla punta delle baionette, con la forza e il sopruso, ma piuttosto formatasi come laboriosa e pacifica comunità di luoghi, città e persone; una comunità che ha saputo accogliere e integrare, arricchendo se stessa e i propri vicini. Chiamiamola come preferiamo, nazione, regione o, semplicemente, comunità politica. E' sempre e comunque lei, la nostra Lombardia, un territorio che oggi, dopo oltre un secolo di sfruttamento fiscale e di sottomissione politica, deve rivendicare il proprio diritto di scegliere liberamente con chi stare. Il proprio diritto di secessione. |
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