(segue - LE RAGIONI DI UNA SCELTA)



Meglio una secessione vera di un federalismo falso


Il secondo ordine di ragioni, a sostegno della secessione, è strettamente collegato con quanto abbiamo appena scritto. Abbiamo dato un'immagine sommaria, ma crediamo molto significativa, del livello di sfruttamento fiscale cui è sottoposta la nostra Regione. Abbiamo quindi spiegato che, al danno del prelievo predatorio, si aggiunge la beffa di una legislazione, specialmente in ambito tributario, che è concepita per ostacolare i contribuenti lombardi, nel loro lavoro e nella vita quotidiana (un piccolo esempio concreto: "grazie" ad un improvvido intervento del ministro delle liberalizzazioni di cartone, avvenuto poco prima delle elezioni politiche 2008, vendere o affittare una casa è oggi molto più complicato, per via del numero di certificazioni che vanno allegate all'atto).

"Ebbene" -qualcuno potrebbe osservare- "basterà fare un buon sano federalismo e questi problemi si ridimensioneranno drasticamente: le tasse rimarranno per lo più là dove vengono versate e, di contro, le leggi verranno concepite e applicate da funzionari e amministratori pubblici strettamente collegati al territorio in cui sono stati assunti o eletti e in cui si trovano ad operare".
Questa sarebbe certamente la descrizione di un federalismo quasi perfetto, concepito per avvicinare la pubblica amministrazione alle comunità locali e per limitare al minimo la redistribuzione territoriale delle tasse, che oggi, invece, è profondamente iniqua e sfruttatrice nei confronti della Padania e, specialmente, della Regione Lombardia.
Il problema è che da quasi vent'anni si discute di riformare l'Italia in senso federale, senza che si sia arrivati, però, ad alcun risultato concreto. Anzi, se possibile, la classe politica italiana è riuscita in un capolavoro di cinismo: ha dato vita ad un processo di federalizzazione molto parziale e, purtroppo, falsa, inventando nuove tasse locali aggiuntive rispetto a quelle nazionali, e obbligando le Regioni e gli altri enti territoriali a contribuire al diluvio di novità normative.
Se la parziale federalizzazione sin qui attuata fosse stata sincera e votata al buongoverno, il livello generale della tassazione sarebbe dovuto rimanere sostanzialmente invariato. Infatti, attribuendo nuove funzioni agli enti locali e, pertanto, nuove tasse, appunto locali, per svolgere quelle funzioni, lo Stato centrale, di converso, avrebbe dovuto ridurre in proporzione i propri tributi. E invece no. Invece lo Stato italiano è riuscito nel capolavoro malvagio di aumentare la tassazione centrale (IVA, IRPEF, IRES, contributi pensionistici obbligatori) e, al contempo, di creare le nuove tasse locali (ICI, IRAP, addizionali IRPEF regionali e comunali). Queste ultime si sono pertanto aggiunte al carico fiscale complessivo, appesantendolo in modo notevole. L'impressione che molti cittadini ne hanno tratto è che il federalismo moltiplichi le tasse, invece di ridurle o, quantomeno, di redistribuirle fra i vari livelli di governo, in modo tale da non aggravare il prelievo complessivo e, semmai, da mettere in concorrenza fra loro gli enti territoriali, inducendoli ad attuare politiche fiscali virtuose. In realtà si tratta di un'impressione errata, frutto purtroppo di un'applicazione volutamente distorta del federalismo: in parole povere, un federalismo falso.

Non contenta di questa mostruosità, la casta politica italiana ha regolamentato le nuove tasse locali in modo talmente assurdo e punitivo, da renderle immediatamente odiose ai contribuenti. In breve tempo, l'ICI e l'IRAP sono divenute le imposte più odiate: perchè colpiscono un bene essenziale come la casa e perchè rappresentano un fardello dalla dubbia legittimità giuridica sulle spalle di chi produce, perchè richiedono calcoli spesso astrusi e perchè sembrano fatte apposta per limitare lo sviluppo economico.

A queste considerazioni va aggiunto un dato giuridico fondamentale: gli enti locali sono obbligati ad applicare le nuove tasse loro attribuite. L'unica autonomia concessa ai nostri enti, da parte dello Stato, riguarda la possibilità di modulare leggermente questi tributi, applicando nei vari casi differenti aliquote variabili, all'interno, comunque, di una "forchetta" di percentuali stabilite dalle autorità di Roma. I tentativi di alcuni comuni di non applicare del tutto l'ICI sulla prima casa sono stati dichiarati illegittimi.
Al contempo, lo Stato ha progressivamente ridotto i trasferimenti agli enti locali padani (cioè la restituzione di una parte di quello che i rispettivi cittadini versano con le imposte "nazionali"): ciò ha di fatto costretto i nostri Comuni e le nostre Regioni ad utilizzare le nuove tasse locali per compensare il suddetto calo dei trasferimenti.

La questione ha un risvolto amaro. Gli enti locali padani, nel corso degli anni, sono divenuti sempre più autonomi, dal punto di vista tributario, proprio grazie alle nuove tasse locali. Ciò significa che i buoni bilanci dei Comuni, delle Province e delle Regioni del Nord, sono il frutto della capacità di questi enti di fare tesoro dei tributi locali raccolti sul territorio. E significa, soprattutto, che gli enti locali padani sono ormai in grado di svolgere le proprie funzioni senza bisogno di trasferimenti aggiuntivi provenienti dallo Stato. Cioè, senza chiedere indietro quote significative delle tasse "nazionali" versate dai rispettivi cittadini.
Per contro, gli enti locali meridionali hanno bilanci disastrati e completamente dipendenti dagli "aiuti" di Stato, in quanto le tasse locali al Sud vengono evase da una gran massa di cittadini e imprese e, per giunta, le aliquote di tali tasse sono spesso molto ridotte rispetto a quelle che si pagano al Nord.
Traduciamo in parole più comprensibili questo passaggio.
Dunque: in Lombardia i servizi pubblici di Comuni, Province e Regioni sono pagati quasi interamente con le tasse locali. Le tasse nazionali che versiamo finiscono a Roma e solo in minima parte ritornano qua da noi, sotto forma, peraltro, di servizi pubblici statali di scarsissima qualità, ben al di sotto dei livelli europei.
La restante parte delle imposte nazionali, che noi lombardi versiamo all’Erario statale, finisce al Centro-Sud, per mantenere i servizi locali, i servizi pubblici statali forniti in quelle Regioni e, ovviamente, l'enorme ragnatela clientelar-politico-mafiosa che domina in quelle terre (Roma inclusa).

In sintesi: la parziale e falsa federalizzazione, regalataci dai politici italiani negli ultimi 15-20 anni, ci ha portato ad un risultato sorprendente: noi lombardi paghiamo i nostri servizi pubblici con le nostre tasse (vero federalismo), però paghiamo anche buona parte di quelli del Centro-Sud (falsissimo federalismo).

Si badi bene: questa non è solidarietà; è spreco di risorse. In primo luogo, infatti, la quota di denaro pubblico, di origine soprattutto lombarda, che si riversa al Sud, è enorme, ben al di sopra di qualsiasi ipotetico contributo di solidarietà, che sarebbe dovuto in una situazione di normale compensazione fra territori diversi. In secondo luogo, il Centro-Sud ha costruito, nei decenni, una vera e propria industria del malaffare e del clientelismo parassitario, che letteralmente vive e prolifica su questi fondi pubblici, alimentati soprattutto dalle tasse versate dalle imprese e dai cittadini lombardi. Ormai il "contributo di solidarietà" che la Regione Lombardia versa allo Stato italiano, per mantenere il Centro-Sud, è divenuto una specie di droga per quei territori. I quali potrebbero tranquillamente produrre molto di più e vivere soprattutto del frutto del proprio lavoro, mentre invece preferiscono monopolizzare la classe politica italiana e gli apparati pubblici per poter continuare ad estorcere alla nostra Regione (e, in parte, anche alle altre del Nord) enormi quantità di denaro attraverso la tassazione.

Accanto all'aberrante sistema della tassazione locale aggiuntiva (e non sostitutiva delle tasse nazionali), c'è un altro aspetto negativo nella falsa federalizzazione dell'Italia: esso riguarda la scarsa autonomia legislativa riconosciuta alle Regioni. Anche in questo caso, lo Stato si è riservato il potere di legiferare quasi in ogni materia che riguardi, in modo significativo, la vita delle persone e i rapporti economici. Sicché la facoltà delle Regioni di incidere in questi ambiti, possibilmente con una legislazione più liberale e meno vessatoria, è di fatto ridottissima. Al contrario, come ulteriore beffa, lo Stato ha codificato un principio giuridico in virtù del quale le Regioni non possono derogare dagli obblighi minimi stabiliti dalla legge, quando legiferano su determinate materie. In ambito edilizio e urbanistico, ad esempio, la legge statale fissa degli standard obbligatori minimi per i cittadini, consentendo alle Regioni la sola facoltà di inasprire detti standard e non, invece, di ridurli ulteriormente. E' chiaro che quest'autonomia legislativa limitata ha un evidente effetto negativo per le Regioni: se non legiferano, alzando gli standard, esse rinunciano, di fatto, alla propria competenza in materia; se, per contro, decidono di inasprire gli standard di legge, esse finiscono per risultare, agli occhi del cittadino comune, come enti repressivi e burocratici.

Purtroppo, la Regione Lombardia, negli ultimi anni, invece di condurre una battaglia radicale e serrata per ottenere forme di autonomia fiscale e legislativa ben più significative di quelle attuali, ha preferito occuparsi proprio di recepire svariate normative nazionali inasprendone gli standard. Questa specie di "pierinismo" da primi della classe ha avuto l'effetto di complicare, spesso, gli adempimenti burocratici e amministrativi richiesti ai cittadini per lo svolgimento delle loro attività. Certo non tutto ciò che la Regione ha fatto da 15 anni a questa parte va giudicato negativamente; la Lombardia è pur sempre la meglio governata; tuttavia, l'impressione generale è che le vere battaglie per l'autonomia siano state condotte in modo assai blando e inconcludente. Del resto, se così non fosse, non ci troveremmo qui, oggi, ad invocare la secessione. E non guarderemmo sconsolati all'esempio della Catalogna, che nello stesso lasso di tempo ha continuato ad aumentare la sfera del proprio autogoverno, in un crescendo talmente spettacolare da farla considerare come una specie di Stato autonomo all'interno di quello spagnolo, e lo stesso dicasi per i Paesi Baschi; mentre questi ultimi, però, hanno conosciuto il terrorismo, la Catalogna ha conquistato la sua autonomia senza sparare una sola pallottola.
Certo, nel caso catalano va rilevata una sostanziale differenza di natura politica con la Lombardia: a Barcellona, la sinistra è su posizioni che vanno dall'autonomismo spinto al separatismo radicale. Qui in Lombardia, invece, la sinistra è pressoché completamente subordinata ai diktat delle segreterie romane dei rispettivi partiti d'appartenenza. Di più: le sinistre lombarde sono, sostanzialmente, antisettentrionali e pauperiste, cioè non vogliono trattenere qui le risorse prodotte sul territorio, come avviene in tutti i contesti autonomisti dell'Europa occidentale, il che permetterebbe peraltro di aumentare la qualità dei servizi pubblici lombardi portandola a livelli scandinavi. No, le sinistre lombarde, purtroppo, sono convinte che la nostra Regione debba mantenere i servizi pubblici del Centro-Sud, continuando a perpetuare un solidarismo falso e ipocrita che non produce alcuno sviluppo e che, al contrario, finisce per essere profondamente svilito, in una serie di sprechi e di regali al clientelismo immorale meridionale e alla criminalità organizzata (che sui fondi pubblici fa affari e prospera).

Procedendo con la disamina dei guasti della falsa federalizzazione italiana, arriviamo alla questione dei bilanci dei Comuni lombardi. La pressione fiscale locale, pur incidendo sulla vita dei cittadini, si è spesso mantenuta entro livelli ragionevoli, grazie alla correttezza fiscale della popolazione lombarda nell'adempimento dei propri obblighi tributari: in Lombardia le tasse locali si pagano, a differenza di quanto avviene al Sud, dove sorgono persino interi quartieri abusivi nel volgere di qualche mese, senza che ovviamente alcun potere dello Stato, nazionale o locale, si prenda la briga di intervenire.
Il problema è che, però, i Comuni lombardi, invece di pretendere a gran voce -magari anche con iniziative radicali- di poter trattenere sul proprio territorio quote significative dei tributi nazionali versati dai loro cittadini, preferiscono cercare scorciatoie furbesche per incrementare ulteriormente i bilanci, al di là degli introiti garantiti dalle tasse locali di cui abbiamo detto e, soprattutto, senza “disturbare” lo Stato bensì a spese, nuovamente, dei cittadini padani. E così, ecco spuntare un po' ovunque telecamere, definite, con una gran dose di ipocrisia, "antitraffico", e che invece servono per lo più ad un ben preciso scopo: multare a più non posso i cittadini e, in tal modo, aumentare i flussi di entrate extra, nelle casse dei nostri Comuni, per compensare i continui tagli dei trasferimenti statali (cioè, lo ribadiamo per l'ennesima volta, affinché non ci siano equivoci, per compensare il mancato ritorno di quote significative dei tributi nazionali versati dai cittadini lombardi).

Nella stessa logica si inserisce il tema del valore catastale degli immobili. Anche in questo caso, i politici locali stanno facendo di tutto per ottenere un aumento significativo delle valutazioni catastali dei fabbricati, poiché da tale valutazione dipende l'importo dell'ICI, che è infatti proporzionale al valore degli immobili. In questo modo, i politici locali, non potendo applicare indiscriminatamente le aliquote massime dell'ICI per ragioni di immagine, stanno cercando di alzare il cosiddetto "imponibile", cioè il suddetto valore catastale, per ottenere un aumento delle entrate ben maggiore e non direttamente collegabile alle decisioni politiche. Si tratta, infatti, di una procedura di natura tecnica, esattamente come quella di mettere gli autovelox un po' ovunque.

Ecco, in questi casi la politica dei Comuni lombardi è davvero preoccupante. Essa, infatti, dimostra di essere profondamente vigliacca nei confronti del cittadino da un lato e dello Stato centrale dall'altro. Forte con i deboli, debole con i forti, potremmo dire.
I nostri Comuni dovrebbero semplicemente chiedere, e pretendere, che una quota significativa delle tasse nazionali, versate da noi cittadini lombardi, resti sul territorio; ciò darebbe loro la possibilità di ridurre al minimo le tasse locali e di erogare servizi pubblici all'altezza delle nostre esigenze ed aspettative. Invece, purtroppo, i nostri Comuni preferiscono adottare scorciatoie come quelle descritte, che finiscono per appesantire ulteriormente il carico fiscale diretto e indiretto sui cittadini e sulle imprese. I nostri Comuni hanno paura (anche per bieche ragioni di appartenenza ideologica e partitica) di alzare la voce con lo Stato italiano. Preferiscono farlo con il cittadino comune. Da un lato applicano le tasse locali con una certa ragionevolezza e misura, dall'altro, però, si ingegnano per trovare strade "tecniche" che permettano loro di aumentare le entrate nei rispettivi bilanci.
Va peraltro rilevato che, negli ultimi anni, c'è stata comunque una tendenza costante all'aumento delle aliquote applicate dai Comuni. Anche la buona volontà o, quantomeno, le ragioni d'immagine sono state spesso travolte dalle mere esigenze di cassa.

I limiti della parziale e falsa federalizzazione dello Stato italiano, sui quali abbiamo indugiato sinora, devono farci seriamente riflettere sui vantaggi che deriverebbero alla nostra Regione dalla secessione. Rompere la subordinazione fiscale e legislativa con l'Italia significherebbe poter vivere, finalmente, in una Lombardia dotata di risorse economico/fiscali realmente straordinarie. I nostri Comuni non avrebbero più alcun bisogno di tartassare i cittadini e le imprese con balzelli odiosi e surrettizi; non dovrebbero più inventarsi patetici escamotages per avere i fondi necessari per i servizi pubblici. In Lombardia oggi si percepisce chiaramente una carenza di disponibilità finanziarie, nel settore della pubblica amministrazione, locale e non. Raccogliere i fondi per fare una strada sembra un'impresa; lo stesso dicasi per realizzare nuove metropolitane. Le forze dell'ordine sono sempre scarse e le scuole lamentano un certo abbandono. Certamente in tutto ciò gioca un proprio ruolo lo spreco di denaro pubblico che, seppur in misura ridotta, avviene anche nella nostra Regione. Tuttavia, la ragione principale per cui gli enti locali riescono a far fronte solo all'ordinaria amministrazione, e talvolta nemmeno a quella, deriva dalla rapina fiscale che lo Stato italiano attua in queste terre.

E’ stato calcolato, ad esempio, che la Regione Lombardia disporrebbe di 40 miliardi di Euro in più, rispetto ad oggi, se potesse godere del regime di autonomia speciale del Trentino. Con simili disponibilità finanziarie, potremmo pagarci in un solo anno tutte le infrastrutture progettate, senza dover aspettare che Roma ci restituisca (a rate) le briciole di quanto noi le versiamo. Purtroppo, però, non solo non godiamo dello steso livello di autonomia del Trentino, ma nemmeno di quello, più blando, di qualsiasi altra regione europea. La Lombardia oggi è il bancomat dello Stato italiano. Le nostre tasse vengono spese (e soprattutto sprecate) in luoghi ben lontani dalla Regione di cui siamo cittadini. La classe politica italiana e gli Enti Locali del Centro-Sud non vogliono affatto riconoscerci il diritto di avere forme di autonomia che ci permettano finalmente di trattenere sul nostro territorio la gran parte delle nostre risorse. Ecco perchè dobbiamo secedere dall’Italia.
Dobbiamo farlo perchè la secessione ci permetterebbe, finalmente, di poter gestire appieno i frutti del nostro lavoro e, quindi, otterrebbe due risultati meravigliosi per noi cittadini lombardi: da un lato, la diminuzione netta del carico fiscale subito dalle persone e dalle imprese; dall'altro, l'erogazione di servizi pubblici di qualità nordeuropea e scandinava e la realizzazione di infrastrutture che stiamo aspettando da anni e, talvolta, da decenni.

Chiediamoci: come è possibile che la Lombardia, una delle Regioni più ricche d’Europa (e dunque del mondo) sia costretta a elemosinare i fondi per la costruzione di qualche chilometro d’autostrade in più? Come è possibile che le imprese della nostra Regione siano costrette a competere con quelle del Continente e del Pianeta partendo da una posizione di deficit infrastrutturale tanto acuta?
Oggi la rete stradale e autostradale lombarda è pari solamente al 6,9% della rete nazionale, sebbene la Regione rappresenti il 16% della popolazione italiana e sebbene qui da noi venga prodotto il 20% del Prodotto Interno Lordo (PIL), nonché il 25% circa del commercio con l’estero in termini di quantità fisiche di beni. Questa enorme differenza fra popolazione e merci prodotte, da un lato, e infrastrutture viabilistiche, dall’altro, ci ha portati ad avere un tasso di congestione stradale a dir poco imbarazzante: mentre in Italia ogni chilometro di strada è percorso in media da 6,9 tonnellate di merci, in Lombardia si arriva a ben 21,8 tonnellate, cioè il triplo.
Riassumendo: lo Stato italiano sottrae gran parte delle risorse fiscali prodotte nella Regione Lombardia, di conseguenza non abbiamo i nostri Enti Locali non hanno i fondi necessari da investire nelle infrastrutture, e dunque il traffico intensissimo di merci e persone finisce per imbottigliarsi nelle poche grandi arterie stradali esistenti, le cui dimensioni, in termini di lunghezza complessiva, sono ben lontane non soltanto dalla media dei nostri competitori europei, ma persino da quella delle altre Regioni italiane: altro che investire ancora soldi lombardi nelle infrastrutture al Sud!

Proviamo ancora a chiederci: perchè dobbiamo elemosinare posti negli asili nido pubblici? perchè la manutenzione delle case di proprietà comunale e regionale deve essere eseguita con il contagocce? perchè bisogna aspettare decenni per avere nuove metropolitane, ferrovie, autostrade? perchè non possiamo avere realmente poliziotti di quartiere e città più pattugliate e, dunque, sicure?
La risposta è semplice: perchè le ingenti risorse, che, attraverso la tassazione, noi cittadini lombardi versiamo allo Stato, vengono letteralmente divorate dal Centro-Sud.
Molti politici di sinistra affermano che lo Stato investe troppo poco nella sanità, nell'educazione, nella ricerca. Molti politici di destra affermano che lo Stato investe troppo poco per la famiglia e per la sicurezza. Sapete qual'è la verità? Lo Stato spende moltissimo in tutti questi settori; il problema è che la spesa si concentra, per la massima parte, negli stipendi dei dipendenti pubblici, assunti dai vari ministeri che si occupano di questi settori; i soldi delle tasse che noi paghiamo, dunque, non vengono utilizzati per fare investimenti, bensì per pagare dipendenti. Il numero di dipendenti pubblici italiani è completamente sproporzionato rispetto a ciò che lo Stato dovrebbe fare e, soprattutto, rispetto a ciò che lo Stato effettivamente fa. Il risultato di questa sproporzione fra l'enorme massa di stipendiati e la loro effettiva utilità ha un esito prevedibile: lo Stato spreca i nostri soldi e fornisce servizi di pessima qualità.
E dove vengono reclutati i dipendenti pubblici? Per il 90% essi sono cittadini delle Regioni del Sud. Se già questo fatto non rappresentasse, di per sè, una preoccupante anomalia, potremmo aggiungerne un altro ancora più significativo. Ai dipendenti pubblici è riconosciuto il diritto di chiedere il trasferimento ad un altro ente, dopo un certo numero di anni di servizio; sfruttando questa possibilità, una quota molto significativa di statali, dopo aver prestato servizio per i dovuti anni negli enti pubblici del Nord, ha ottenuto il trasferimento presso enti pubblici delle rispettive Regioni d'origine. In questo modo, si è creata una notevole differenza, fra le Regioni del Nord e quelle del Mezzogiorno, nella proporzione fra numero di dipendenti pubblici e popolazione. Al Sud, infatti, la proporzione di statali sulla popolazione è molto alta e del tutto fuori da ogni logica, se consideriamo, per giunta, che, in quelle Regioni, le attività e le relazioni socio-economiche sono decisamente più ridotte rispetto al Nord; in altre parole, ci sono molti più statali di quelli che sarebbero indispensabili per erogare i servizi pubblici effettivamente necessari; al contrario, nelle Regioni padane e, in particolare, nella nostra Lombardia, la proporzione fra statali e popolazione è molto più bassa, con conseguenti ricadute negative sulla qualità del servizio (come dimostrano efficacemente, ad esempio, i forti disagi nelle spedizioni postali in Lombardia avvenuti fra 2007 e 2008, le carenze di personale tecnico spesso denunciate dalla magistratura milanese, nonché le reiterate richieste del Sindaco della capitale lombarda di poter avere alcune centinaia di uomini delle forze dell'ordine in più, per controllare le strade e le piazze della nostra capitale).

Ecco, dunque, perchè in Lombardia soffriamo così tanto il malgoverno italiano e la meridionalizzazione dello Stato. Perchè ci vengono sottratte le nostre risorse fiscali, che vengono utilizzate per mantenere sprechi e clientele nel Centro-Sud. Perchè siamo costretti a pagare i nostri servizi pubblici con le tasse locali e quelli altrui con le tasse nazionali. Perchè le nostre tasse vengono utilizzate per pagare stipendi ad una massa enorme di dipendenti pubblici reclutati nel Sud per scopi assistenziali e non perchè la loro funzione sia effettivamente indispensabile. Perchè, come ulteriore beffa, un gran numero di statali assunti presso le amministrazioni pubbliche site in Lombardia, dopo pochi anni chiede di poter tornare nelle Regioni meridionali d'origine e, così, nella nostra Regione restano buchi negli organici del personale e, conseguentemente, situazioni di pesante inefficienza.

Rispetto a questo mostruoso sistema italiano, fatto di falso federalismo e di autentica meridionalizzazione dello Stato, è decisamente molto meglio, dunque, una sana e robusta secessione. In questo modo la nostra Regione, una volta divenuta Repubblica indipendente, potrà gestire appieno le proprie risorse; di conseguenza, potrà diminuire le tasse e ridurre il peso complessivo dell'apparato pubblico. Staremo molto meglio e potremo fruire di servizi pubblici realmente efficienti e trasparenti.