(segue - UN TABU' DA INFRANGERE)


Il ruolo ambiguo della Lega Nord


Va detto che, per un periodo di tempo non brevissimo, dal maggio 1996 alla fine dei Novanta, la Lega Nord, ovvero il più ampio e importante movimento autonomista peninsulare, ha fatto proprie le parole d’ordine separatiste e ha dominato spesso le prime pagine dei quotidiani e dei telegiornali, con iniziative chiaramente secessioniste (dalla catena umana lungo il Po con annessa Dichiarazione di Indipendenza dei popoli padani del 15 settembre ’96 alle elezioni del 26 novembre ’97 per il Parlamento della Padania -quello con sede a Chignolo Po-). Questo dato di fatto storico potrebbe indurre a credere che, quantomeno in quegli anni, il tabù della secessione fosse stato infranto, che il concetto di superamento dello Stato italiano fosse divenuto non soltanto argomento di pubblico dominio, ma anche di concreto, serio e approfondito dibattito. In effetti, però, anche allora la tematica venne trattata con superficialità, sarcasmo, disprezzo e persino pesanti minacce dalla politica italiana, nonostante il vastissimo consenso elettorale del movimento leghista e il sostegno alle tesi secessioniste ampiamente diffuso fra la popolazione padana. Anzi, probabilmente proprio temendo il dilagare di un’idea comunque considerata tabù, si mosse direttamente la stessa magistratura, che in più occasioni finì per scavalcare la politica. Le pesanti azioni giudiziarie condotte nei confronti di militanti separatisti, anche non appartenenti alla Lega, restano uno dei capitoli più oscuri e inquietanti della risposta al secessionismo settentrionale di quegli anni.

A nostro parere, però, la Lega Nord non ha contribuito realmente, all’epoca, a rompere il tabù della secessione. Diciamo questo sulla base di alcune fondamentali osservazioni di quanto accaduto allora.
In primo luogo, la Lega non è stata dichiaratamente secessionista; fin da subito essa ha infatti preferito utilizzare il termine “indipendenza”, ritenendolo forse più moderato e, quindi, politicamente spendibile, favorendo però in questo modo una lettura più vaga -per non dire ambigua- della propria effettiva posizione politica. Posizione che, e siamo così al secondo dubbio sulla reale natura del “secessionismo” leghista, il partito di Bossi ha contraddetto ampiamente, continuando ad agire come attore politico nell’agone parlamentare e partitico romano-italiano; la Lega ha preferito concentrarsi sulla lotta politica nella capitale, piuttosto che sul controllo capillare e stabile delle amministrazioni locali del Nord. Questa scelta ha contraddistinto fin dalle origini il partito, non a caso detto del “Senatur”, carica romana per eccellenza. A causa di tale strategia, che potremmo egualmente definire “romana”, il movimento si è radicato sul territorio essenzialmente nella forma di un diffuso consenso politico-elettorale (una specie di massiccio voto d’opinione), dotato di un significativo bacino di militanti di base (il famoso “partito di attacchini”, avverso alla formazione di qualsiasi classe dirigente locale autonoma dallo stretto controllo bossiano, in ossequio alla visione sociale “popolana” propria della Lega). Questa peculiare struttura e natura del leghismo-partito ha condotto i seguaci di Bossi a trascurare nettamente l’importanza del controllo amministrativo delle proprie Regioni.
Volendo così concludere il discorso sull’ambiguo e più che altro virtuale separatismo leghista, e proprio ricollegandoci alla nostra precedente osservazione sul mancato controllo degli enti locali padani, dobbiamo rilevare che la Lega ha scelto di costruire, nel suo periodo secessionista (e non solo in quello), istituzioni padane fittizie, utilizzate peraltro e per lo più come grancassa propagandistica di partito. Tali istituzioni, che pure hanno avuto un qualche peso simbolico, sono state ben presto svuotate, dalla Lega stessa, di qualsiasi effettiva potenzialità rivoluzionaria ed eversiva del sistema italiano. Ma la scelta di edificare governi e parlamenti padani poco più che virtuali, caricandoli al contempo di significati e di aspettative regolarmente tradite e disattese, ha avuto la perversa conseguenza di delegittimare, agli occhi dei leghisti di base, le reali istituzioni locali padane ufficialmente riconosciute dallo Stato italiano (Regioni e Province in primis); in tal modo, la Lega ha costruito un mondo padanista autoreferenziale, quando non del tutto inesistente tranne che sulla carta, invece di dedicarsi attivamente e in modo serio al controllo e all’utilizzo, in chiave secessionista, delle Regioni e delle Province del Nord.
Queste scelte, che possiamo tranquillamente giudicare sbagliate e controproducenti, unite alla non sempre elevata credibilità della classe dirigente leghista, hanno contribuito a depotenziare, e di molto, la posizione nominalmente secessionista della Lega. La secessione, così, quando non è stata oggetto di scherno, è rimasta semplicemente oggetto misterioso e proibito.
Un tabù, per l'appunto.

Per capire il senso profondo di questo nostro giudizio negativo sulla fase "secessionista" della Lega e sui suoi esiti, non solo pratici, ma soprattutto comunicativi, basti pensare a questo aspetto: i cittadini padani hanno avuto un Bossi che, da leader di partito un po' di lotta un po’ di governo, in quel di Roma, ha di fatto usato l'argomento del separatismo come puro strumento di propaganda elettorale e di tattica politica; cosa sarebbe successo se, invece, il programma secessionista fosse stato fatto proprio da un ipotetico governatore lombardo (o veneto) della Lega, che avesse cercato di indire, ad esempio, un referendum regionale sul tema, come avvenuto in quegli stessi anni nella provincia francofona canadese del Québec?
Forse la nostra storia sarebbe cambiata. Certamente la secessione sarebbe diventata finalmente un serissimo argomento di dibattito pubblico e un progetto politico da affrontare apertamente. Una scelta di questo genere avrebbe costretto chiunque a prendere posizione in merito; la discussione pubblica sul tema avrebbe finalmente superato la fase semicarbonara in cui tuttora è relegata, e che si caratterizza di solito per essere incentrata su "sparate" da una parte e insulti/minacce dall'altra. Finalmente saremmo giunti alla fase successiva, quella in cui il confronto si basa sulla valutazione di serie argomentazioni a favore e (si spera) serie argomentazioni contro.