NO SURRENDER

Bruce Springsteen, Milano, 28 giugno 2003

di Paolo Vites

su JAM, settembre 2003

"L’idea che Bruce Springsteen ha di un concerto rock è molto semplice: dovrebbe essere qualcosa come il Natale, qualcosa che aspetti con ansia, che arriva lentamente, con trepidazione e festosità", ha scritto qualche anno fa la scrittrice Joyce Millman.

Ed è probabilmente la definizione più giusta. Ho visto Bruce per la prima volta proprio a quel concerto di San Siro di 18 anni fa che lui stesso ha ricordato la sera del 28 giugno ("Sono passati 18 anni, siamo cresciuti insieme... spero siano stati anni buoni per tutti voi", ha detto nel monologo durante Growin’ Up, un monologo che, durante qusta canzone, mancava dal 1978, ed è stato profondamente diverso da quelli di allora, dando la misura di quanto Springsteen sia cambiato). Ero un ragazzo di 22 anni con tutti i suoi sogni ancora interi e quel concerto fu una epifania: fu entrare con un biglietto di sola andata (almeno così credevo) nella promised land. Naturalmente il biglietto conteneva anche il ritorno dalla terra promessa, ma io non me ne ero accorto. L’ho imparato in questi 18 anni, e adesso che ne ho 41 e gran parte di quei miei sogni sono stati bruciati via dalla realtà della vita, per tre ore almeno Springsteen mi ha ridato l’innocenza e tutti i sogni dei miei vent’anni. Di più: mi ha dato "hope, faith and love" e questa volta, dalla promised land, non intendo tornare indietro. Non è poco, ma è pressapoco come il giorno di Natale. Mi ha detto che, anche a quarant’anni, "you gotta follow that dream wherever that dream may lead you", come ha cantato in una toccante e sorprendete Follow That Dream, eseguita in esclusiva per i "pazzi italiani" di San Siro (la seconda esecuzione con la E Street Band negli ultimi quindici anni, da quel luglio 1988 quando l’aveva suonata a Basilea su richiesta di alcuni ragazzi italiani). Credo che per Springsteen, infatti, non sia più tempo di sogni: quel "dream", oggi, può essere tradotto con un "ideale", che è ben diverso da un sogno. Il sogno si corrompe alle luci dell’alba, l’ideale persiste nella vita di tutti i giorni. L’ideale lo trovi quando vivi con gli occhi aperti sulla realtà.

Perché Bruce Springsteen è realista fino in fondo: "Badlands, you gotta live it everyday", ed è da uno sguardo vivo sulla realtà che nasce un disco come The Rising e una canzone come My City Of Ruins (in cui un coro di 65mila voci ha fatto girare gli occhi allo stesso Springsteen, commosso e sorpreso, il più grande coro gospel che quella canzone abbia mai avuto). Di fronte alla tragedia della vita, di fronte all’impossibilità dell’uomo a trovare la via d’uscita dalle badlands, puoi solo alzare lo sguardo e chiedere che Qualcuno si faccia presente, ora: "C’mon rise up!", "Avanti, risorgi!".

Ed è da questo realismo che nasce un approccio al rock’n’roll unico nella storia di questa musica: a differenza di tutti gli altri (con la possibile eccezione di Bob Dylan, ma è un’altra storia), Springsteen non è qualcuno che per un paio d’ore si dimentica della vita e indossa i panni "del rocker" (mi vengono in mente gli Stones, sempre a San Siro, due settimane prima: bellissimo spettacolo, ma puzza di entertainment fine a se stesso dall’inizio alla fine. Insomma, chi crede più a Brown Sugar o a Sympathy For The Devil? Nemmeno Mick Jagger e Keith Richards), Springsteen crede fino in fondo in tutto quello che canta, è semplicemente uno di noi che sale sul palco per tre ore. È così che si spiega un pubblico come il pubblico di Springsteen: impressionante e unico, esattamente il ‘prolungamento’ dell’uomo che canta sul palco. Quando vedi un pubblico come quello che si è ‘esibito’ (alcuni spettatori tedeschi e americani, giunti appositamente a San Siro, hanno detto di essere venuti più che per "un altro show di Springsteen", per vedere "il pubblico italiano") la sera del 28 giugno, l’impressione più grande che ne hai è quella di vedere in azione ‘un popolo’, non un insieme di fan.

Nonostante l’acustica pessima (in questo senso, e solo in questo, gli Stones hanno battuto Springsteen) e nonostante la E Street non sia certo "la più grande r’n’r band del mondo", neanche lontanamente, è stato allora un concerto eccezionale, un concerto di cui sono fiero di dire che mia figlia di nove anni vi abbia assistito (era il suo primo rock show): fra dieci anni non so cosa potrà andare a vedere mentre questa serata, ne sono certo, la ricorderà per sempre.

Oltre alla già citata sorpresa di Follow That Dream, l’altra sorpresa è stata Who’ll Stop The Rain, uscita di getto a Bruce quando il diluvio universale si è rovesciato su San Siro, e in parte la pioggia è stata fermata. Ma naturalmente va detto anche dell’intro di Ennio Morricone (da C’era una volta il West) suonata mentre uno ad uno i musicisti salivano sul palco: non accadeva dal tour del 1981, quando veniva usata soltanto per introdurre Badlands, ed è stato un tuffo al cuore.

Se sono mancati momenti come Twist And Shout e il Detroit Medley, talvolta eseguiti durante questo tour europeo, c’è stata una rarissima Rosalita in conclusione e tante, tante grandi canzoni. Dai pezzi di The Rising in cui spicca l’ottimo violino di Soozie Tyrell alle chicche di No Surrender e Bobby Jean (eseguite in sequenza), a una torrenziale Ramrod (stoppata e ricominciata per ben quattro volte) mentre anche una routinaria Land Of Hope And Dreams (un pezzo che certo non spicca nel songbook di Bruce) ha avuto il ‘suo’ momento con una citazione nel finale di People Get Ready di Curtis Mayfield. Senza dimenticare il lungo monologo in italiano durante Mary’s Place, in cui un Bruce degno di una comparsata ai Sopranos ci ha presi in giro tutti, ma con affetto: "Voi italiani siete pazzi... ma vi amo!".

Sì, è stato proprio come il giorno di Natale. E sebbene odi citare queste parole per la milionesima volta, non c’è niente da fare. Erano vere trent’anni fa e sono vere anche oggi, nel 2003: "In una serata in cui sentivo il bisogno di sentirmi giovane, (Bruce Springsteen) mi ha fatto sentire come se stessi ascoltando musica per la prima volta". Le scrisse quel signore che è salito sul palco a suonare la chitarra e a saltellare (fuori tempo) durante Dancing In The Dark e io mi permetto soltanto di aggiungere una citazione, un voto che questa sera ho rinnovato: "We swore blood brothers against the wind, now I’m ready to grow young again".