Dai-Hara Kizendo

Capitolo 1 – Dai-hara kizendo

Spiegare come e perché, a un certo punto, io abbia sentito la necessità di cercare una via personale, forse anche "intima", nel mio percorso di studio delle arti marziali non si esaurirebbe in un volume, in quanto rappresenta la storia di una vita intera.

Quello che cerco di fare con questi "appunti di viaggio" è fissare il ricordo di ciò che faccio giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, nella speranza che le difficoltà ma anche i riscontri positivi che sto incontrando possano servire a qualcun altro che desideri, come me, cercare la radice vera di un’esistenza, magari passando attraverso le arti marziali.

Le indicazioni che fornisco nascono, come detto:

 

 

da uno studio incessante delle tecniche tradizionali delle arti marziali, in particolare quelle giapponesi, e di tecniche di combattimento corpo a corpo, mescolate con la necessità personale di adattarle all’immediatezza di uno scontro nella vita reale, che spesso non dà il tempo di trovare la tecnica giusta tra le tante che magari si ha la fortuna di conoscere;
dalla pratica zen, che mano a mano sta modificando fin dalle radici quelle che erano le mie errate convinzioni, i miei pregiudizi, le mie paure, portandomi verso uno stato di sempre maggiore calma, tranquillità e potenza interiore. Gli ostacoli e le difficoltà, in questo campo, sono stati forse maggiori che nel campo fisico, in quanto il lasciarsi andare all’intuizione, il vivere nell’ora anziché nel ricordo del passato e nell’attesa del futuro, spesso non è facile in una vita come quella attuale, estremamente stressante.

 

La vita e in particolare le difficoltà della vita, ci mettono di fronte ai nostri limiti, alla nostra caducità, ma anche a quel qualcosa che ci rende tutti uguali, tutti figli della stessa energia vitale, cui attingiamo quando e quanto possiamo.

 

E’ proprio la carenza di questa energia vitale, del ki, che ci porta ad ammalarci, ad affrontare in situazioni di stress e debolezza fisica e mentale i problemi della vita moderna, a vivere male.

 

Quindi dobbiamo trovare in noi quel collegamento al ki che ci circonda, dobbiamo imparare a sentire come esso fluisca in noi, se solo glielo consentiamo, dobbiamo ritrovare la capacità di assorbirlo dall’esterno ma anche di ridarlo all’ambiente che ci circonda, per non farlo marcire in noi, come ogni cosa viva tenuta chiusa in un ambiente malsano.

 

Trovare, sviluppare e far circolare il ki: questi sono i primi tre passi che dobbiamo compiere nella nostra vita.

 

Per farlo, il metodo che personalmente ho trovato essere ideale è lo zen. Per questo motivo ho deciso che chiamerò il cammino che sto seguendo, insieme con i miei primi allievi, dai-hara kizendo - la via del grande hara attraverso il ki e lo zen.

 

Lo scopo del dai-hara kizendo è cercare l’armonia, sia personale che con gli altri esseri umani e con la natura tutta. Esiste una realtà universale nella vita che ci troviamo a vivere, un qualcosa che trascende e accomuna le nostre esistenze, una meta da raggiungere a qualunque costo, se si intende vivere in armonia.

 

E’ l’unione di corpo e spirito in noi, unita al corpo e allo spirito universale che ci circonda, shin shin toitsu, direbbero i giapponesi. Dobbiamo fare in modo di far crescere lo spirito di pari passo con il corpo, curando l’uno e l’altro al meglio delle nostre possibilità. E’ solo attraverso questa sensazione di potente unione interna e esterna che possiamo pienamente vivere e non essere vissuti dagli eventi.

 

Non intendo mostrare o insegnare tecniche "segrete" o misteri occulti; non voglio essere uno dei molti che parlano tanto e sanno poco. Cercherò di dare spazio alla sostanza delle cose, mirando a far cogliere, attraverso un’analisi dei dettagli, l’universale che è in ogni cosa e viceversa.

 

Non vi darò, insomma, una grammatica, perché questo testo, come detto, non vuole essere preso come paradigma di un cammino che per ognuno è e deve essere diverso e personale; cercherò di darvi un metalinguaggio, una grammatica che si genera e cresce con il contributo di ognuno dei lettori, per arricchire la conoscenza comune del ki.

 

La testimonianza personale che porto è quella di una persona che, tra mille difficoltà, si è sempre tirato fuori da esse ricorrendo allo zen e al ki, e ogni volta in cui, per presunzione o trascuratezza, tralasciava di seguire i principi di cui vi parla, ha sempre pagato, e seriamente, sulla propria pelle tale errore.

 

Cercherò ora di introdurre e spiegare i quattro termini che formano la parola con cui, per convenzione, ho deciso di chiamare questo percorso: hara, ki, zen e do.

 

Hara è l’addome, genericamente, anche se in giapponese, come mostrerò più avanti, questo ideogramma ha un significato molto più ampio e profondo. Hara è il cuore, l’anima, la mente, tutto in tanden no ichi, in un unico punto. E’ il centro fisico, geometrico, ed equilibrante del nostro corpo, ma è anche la fonte e il punto di contatto con l’energia interiore e con quella universale.

 

Se cercaste in un vocabolario della lingua giapponese il termine ki, trovereste una sua definizione come mente, cuore, spirito, energia. In giapponese l’ideogramma ki fa parte di centinaia di espressioni che, generalmente riguardano emozioni o stati d’animo. Nonostante ciò, a tale ideogramma viene spesso associato un significato che sfocia quasi nella filosofia. In questi casi il ki viene inteso come si fa, ad esempio nelle arti marziali e nella medicina giapponese, ovverosia come energia vitale, forza vitale, fonte di energia.

 

Come si vede il termine è di difficile comprensione e spiegazione, pure se fa riferimento a un qualcosa che ognuno di noi ha dentro e fuori di sé e che può essere utilizzato per fare del bene a sé e agli altri; per questo motivo ribadisco come sia necessaria un’esperienza diretta per la comprensione del ki.

 

Il termine ki deriva dal cinese Qi, spesso tradotto con la traslitterazione chi (pronunciato come fosse scritto ci). Nella cultura cinese questo termine è trovabile, ad esempio, in parole come t’ai chi quan o qi gong, tanto per citare le due più note in occidente.

 

Per quello che sperimento quotidianamente posso dire che il ki è l’energia che ci circonda e ci comprende, che è capace di espandersi infinitamente come di contrarsi fino quasi ad annullarsi, un energia cui possiamo attingere per rigenerarci e vivere bene ma che non appartiene a nessuno di noi. E’ un’energia che è al di là dello spazio e del tempo come li intendiamo comunemente, che dona molto se viene utilizzata bene ma che può spesso danneggiarci, anche seriamente, se non ci sforziamo di capirla e usarla per quello che essa realmente è.

 

Per quanto detto si può intuire come il ki sia la fonte stessa della nostra vitalità, senza di cui non potremmo sopravvivere; e questo implica, ancor più sottilmente, la necessità di far vivere in perfetto sincronismo e coordinazione il nostro corpo e la nostra mente.

 

In un corpo sano il ki è libero di fluire liberamente, là dove la mente lo lascia andare; in una mente sana l’energia che viene dal corpo che sta assorbendo e donando il ki genera uno stato di profondo rilassamento e tranquillità, avvicinandoci a quella "mente comune" che percepiamo essere il collante del genere umano.

 

Un detto giapponese cita: "Nannosono iwao omo tosu kuwa no yumi" cioè: "Un uomo con forte volontà può far penetrare in una pietra una freccia di legno". Detti simili esistono in tutte le culture e dimostrano come una coordinazione completa tra la volontà della mente e quella del corpo possano portare a risultati strabilianti.

 

La meditazione zen, da questo punto di vista, permette di raggiungere prima il risultato, anche se di per sé non è sufficiente.

 

Per questo motivo è dai-hara kizendo: perché lo sviluppo del ki passa per lo zen e lo zen deve avvalersi del ki.

 

A cosa ci servirebbe, in effetti, essere perfettamente in grado di concentrarci e di sentire il nostro ki solo quando stiamo meditando, mentre poi, nella vita di tutti i giorni, tale sensazione sparisce completamente? Per questo motivo è necessario associare alla meditazione una corretta dose di esercizi e di allenamenti fisici, e viceversa.

 

Certamente il cammino da percorrere è lungo e non facile, ma i frutti che si raccolgono già dall’inizio del viaggio valgono lo sforzo; la difficoltà maggiore che si incontra è la percezione più delle differenze che delle similitudini tra il nostro corpo e la nostra mente. Questa errata idea che essi siano diversi e inconciliabili, con un limite ben determinato tra l’uno e l’altra può portare molto lontano dallo scopo finale, e rappresenta quindi l’elemento su cui si deve maggiormente lavorare fin dal principio.

 

Quello che si deve cercare di fare è capire come agisce la mente e come agisce il corpo e poi far funzionare queste leggi insieme, come il giorno e la notte che, pur essendo diversi tra loro, insieme compongono una giornata intera.

 

Lo zen è, per chi non lo sapesse, una scuola del Buddhismo Mahayana, nata in Cina ma sviluppatasi principalmente in Giappone a partire dal VI secolo. Tale scuola rifugge da ogni categorizzazione, da ogni forma di culto, da ogni forma di superstizione e credulità, indicando come scopo finale dell’esistenza umana il raggiungimento del satori o illuminazione, ovverosia il ricongiungimento con la mente del Buddha, con il nostro "io prima di essere", con il ki, se volete vederla come me.

 

Un do è un cammino (è la traslitterazione giapponese dell’ideogramma cinese tao), una strada, una scuola di vita.

 

Per questo, e per quello che troverete nelle pagine seguenti, è dai-hara kizendo.

 

Capitolo 2 – I principi di base

 

I principi di base, essenziali per poter giungere alla coordinazione tra la mente e il corpo e per poterla mantenere anche dinamicamente, in ogni circostanza della vita, sono cinque:

 

     

  1. Mantenere il tanden.
  2.  

  3. Rilassarsi completamente senza lasciarsi andare.
  4.  

  5. Far assestare il peso nel suo punto più basso.
  6.  

  7. Estendere il proprio ki.
  8.  

  9. Liberare la mente e agire con fluida determinazione.

 

2.1 Mantenere il tanden

 

Il tanden (parola giapponese che potrebbe venire tradotta con "punto, zona") è il punto del nostro corpo da cui fluisce il ki. Questo punto, immateriale, si trova all’incirca tra i cinque e i dieci centimetri sotto l’ombelico e tre centimetri all’interno del corpo. Per farla più facile, si trova all’incirca a metà strada tra l’ombelico e il punto di inizio dei peli pubici e un poco sotto la pelle. Questo punto corrisponde al baricentro del nostro corpo ed è abbastanza facile riuscire a percepirlo mettendosi in piedi, con le gambe divaricate alla larghezza delle spalle, e rilassando completamente il corpo. Il tanden è in quella parte del corpo che in giapponese viene definita hara, la quale, come vedremo più avanti, rappresenta la parte più importante del nostro corpo, della nostra mente e della loro unione.

Il tanden, come punto di accumulazione ed emissione del ki, è un po’ come un piccolo sole, attorno al quale gira un po’ di tutto. Per la nostra personale esperienza, il nostro proprio tanden è il centro dell’universo in cui ci troviamo a vivere.

L’universo è parte di noi, quindi, e noi siamo parte dell’universo stesso. Non c’è, per ognuno di noi, l’uno senza l’altro.

 

 

2.2 Rilassarsi completamente senza lasciarsi andare.

 

Molte persone intendono il rilassamento come un abbandono totale del corpo e della mente, come se dormissero, in condizione di "debolezza" fisica; invece esso non è altro che una condizione di assenza di tensioni muscolari e nervose, per rendere il corpo pronto a reagire con immediatezza di fronte a qualsiasi situazione.

Se fate caso a quello che succede quando ci innervosiamo, vediamo chiaramente che per prima cosa irrigidiamo i muscoli e prepariamo la mente a reagire in base a ciò che ci aspettiamo. Ma ciò innanzitutto rende difficile reagire con spontanea velocità e precisione fisica e inoltre fa sì che la nostra mente non veda con chiarezza ciò che sta succedendo, troppo presa com’è dal cercare riscontri del suo precedente giudizio.

 

2.3 Far assestare il peso nel suo punto più basso.

In base alla statica, la branca della fisica che studia l’equilibrio dei corpi, sappiamo che un corpo si comporta come se tutto il suo peso fosse concentrato in un unico punto, detto baricentro. Senza voler entrare nel dettaglio delle equazioni che mostrano questo fatto, dobbiamo però convincerci che la posizione di maggiore stabilità sia quando siamo fermi sia quando ci muoviamo è quella in cui il peso si assesta naturalmente in basso, nel suo baricentro, appunto.

Questo ci deve far capire che dobbiamo muoverci assecondando la fisica del nostro corpo e non opporci a essa o forzarla, altrimenti corriamo il rischio di perdere l’equilibrio e la stabilità.

Un corpo che si muove rispettando le leggi di conservazione dell’energia, scegliendo sempre i cammini (o percorsi) più energeticamente vantaggiosi, è veloce, difficile da fermare, potente … 

Per questo motivo nel tirare le tecniche dobbiamo cercare sempre di percepire dove sia il punto più basso di ogni parte del nostro corpo e adattare le traiettorie delle tecniche stesse a questa normale attrazione verso il baricentro.

Ovviamente ci sono situazioni in cui saremo costretti a violare questa regola, ma l’obiettivo è far sì che questo accada il minor numero di volte possibile e soprattutto mai nei combattimenti reali, in cui quello che conta è rimanere sani.

 

2.4 Estendere il proprio ki

 

Se l’universo è in noi, anche il ki è in noi; così come non possiamo tirarci fuori dall’universo non possiamo impedire al ki di attraversare il nostro corpo.

Se però lo facciamo passivamente, non otterremo nessun vantaggio da questa straordinaria fonte di energia. Al contrario dobbiamo in ogni momento percepire il flusso del ki nell’universo e in noi e cercare di amplificarlo e contrarlo secondo le nostre necessità.

La contrazione del ki però può essere fatta solo per pochi istanti, in quanto l’energia è tale che non è gestibile; dobbiamo allora cercare di vivere in espansione, con allegria, con gioia, con generosità di spirito e di intenti. Trattenere il ki senza farlo uscire lo rende marcio e ci avvelena.

Per questo motivo dobbiamo estendere il nostro ki, farlo fluire liberamente nel nostro corpo per rinforzarlo e sanarlo, e poi farlo uscire verso l’esterno, in una continua osmosi, in una sorta di respiro energetico continuo tra noi e l’universo.

La nostra mente, il nostro atteggiamento mentale ancor di più, possono influire notevolmente sulle nostre condizioni psicofisiche. Per questo motivo, principalmente, dobbiamo cercare di indurre un circolo virtuoso di pensiero positivo, perché il ki attira altro ki se gli permettiamo di spaziare in una mente serena come un fiume profondo e in un corpo rilassato.

Rilassare completamente il corpo prima, durante e dopo ogni movimento deve diventare naturale, come l’acqua naturalmente aggira gli ostacoli che le si pongono davanti, erodendoli allo stesso tempo.

L’entrata nella guardia dell’avversario deve essere mirata al suo asse verticale e immediata; non ci deve essere tempo tra il momento in cui si percepisce il ki dell’avversario e quando si inizia a espandere il proprio.

Dritto, raccolto e stabile, sono i tre atteggiamenti fisici in combattimento e nella vita di chi ha raggiunto la comprensione dell’uso del tanden.

 

2.5 Liberare la mente e agire con fluida determinazione

 

Quando la nostra mente è legata, ha dei vincoli che la tengono in un qualunque modo ferma, anche il corpo ne risentirà, e questo, quando ne va di mezzo la propria salute o la propria sicurezza, è un vantaggio che non possiamo concedere a chi ci sta di fronte.

 

Come insegna lo zen, se non siamo come delle sfere fatte di specchio, non riusciremo mai a riflettere rapidamente e quindi a reagire rapidamente agli stimoli della vita, ma saremo sempre costretti a compiere azioni indotte.

 

E’ quindi fondamentale, nel dai-hara kizendo, riuscire, attraverso la pratica zen, a trovare quel cammino verso il satori che ci permette di assumere giorno dopo giorno un atteggiamento sempre più libero e determinato che deve caratterizzare i praticanti della nostra arte marziale.

 

Una volta che la mente si è liberata, la nostra determinazione agisce liberamente e la coordinazione tra mente e corpo è enormemente enfatizzata, grazie anche alla potenza della respirazione ki.

 

Le tecniche vanno eseguite in questa maniera: non attendendole ma cogliendole nell’attimo in cui rompono il maai, per poter rispondere ad esse non rimanendo legati alla tecnica ma all’energia dell’avversario che va incanalata e guidata grazie alla nostra, usata con assoluta determinazione.

 

Gli atemi che vengono portati in questo modo e ogni tecnica diretta a colpire più che a deviare o a controllare, hanno, in questo modo, un’efficacia notevolmente accresciuta rispetto alla tecnica in cui si utilizza solamente la forza o la velocità.

 

Vedremo più avanti come esistano tecniche che sfruttano in maniera devastante questo principio, e altre che lo sfruttano per assorbire e reindirizzare completamente un attacco.

 

 

Capitolo 3 – Lo sviluppo dell’hara e del kikai tanden

 

Mettere salde radici in un suolo che non viene smosso da nulla di ciò che accade nella vita; questo, in un’unica frase, rappresenta il senso dell’hara e dell’uso che ognuno ne dovrebbe fare.

I giapponesi dicono hara no aru hito (uomo con il ventre) di un uomo che ha un proprio centro, che è in grado di giudicare in maniera obiettiva, serena ed equilibrata in ogni circostanza. Quest’uomo ha la capacità di sapere sempre scegliere ciò che va fatto e come va fatto, in quanto riesce a cogliere i vari nessi esistenti tra ciò che gli si presenta di fronte. Egli non vive nel timore dell’ignoto, ma anzi lascia che le cose accadano senza opporre resistenza ad esse ma intervenendo al momento giusto, con la giusta intensità e la giusta scioltezza.

In una situazione del genere, alla quale ognuno dovrebbe mirare, si notano gli effetti dell’uso del kikai tanden, trovato e svincolato dalle varie funi che l’autocoscienza di norma pone attorno ad esso, impedendo il nostro contatto con ciò che rappresenta il nostro punto d’origine.

I giapponesi indicano con il termine haragei (letteralmente arte del ventre) ogni attività, ogni azione fatta utilizzando l’hara. L’haragei rappresenta dunque il vertice massimo della coscienza individuale dell’hara, il punto raggiunto il quale può finalmente rinascere l’io originario, incontaminato, senza paure né vincoli.

In base a quello che è stato appena detto si capisce come ogni uomo abbia in sé la possibilità di rafforzare e sviluppare il proprio hara.

Però il raggiungimento di uno stato in cui si possa dire di stare padroneggiando l’haragei è una conquista vera e propria, una lotta che deve essere combattuta fino alla vittoria, che richiede ogni nostra energia, la massima dedizione e il desiderio di migliorare sé stessi.

Se il compito di un uomo è quindi quello di cercare di compiere in sé quell’unità con l’originario che si è persa negli anni, allora questo compito va di pari passo con i progressi che si devono compiere nell’uso del ki e dell’hara non solo in determinati momenti del giorno, ma in ogni circostanza, fino al momento in cui il velo che ottunde la nostra visuale sarà squarciato e noi potremo rivedere quella luce che ci vivifica e ci rende degni uomini.

Certamente il cammino è lungo e impegnativo, non privo di fatica e sofferenze, ma non tale da non poter essere percorso da chiunque sia animato da un retto sforzo.

Lo sforzo deve essere retto nel senso che non deve essere mirato all’acquisizione di un benessere fisico o spirituale, quanto ad una vera e propria rivoluzione interiore, che rifletterà i propri effetti anche esteriormente, rendendo l’uomo che abbia raggiunto il satori finalmente libero dalla sofferenza causata dall’Io, classificatore e separatore.

Gli elementi che possono indirizzare fin dall’inizio della pratica e del cammino verso la meta sono certamente quelli che si richiedono in ogni vero mutamento che coinvolga l’intera persona: dedizione assoluta, risolutezza e determinazione nel rimuovere ciò che ci allontana dalla meta anziché avvicinarci ad essa, forza di volontà e costanza.

Elementi che al contrario ci portano lontani dalla giusta strada sono: l’ambizione personale, il desiderio di primeggiare e di eccellere, la paura di fallire, l’attaccamento all’Io, l’astrazione e i desideri onirici.

In Occidente abbiamo sempre dato una grande importanza alla testa, alle funzioni cerebrali, all’intelligenza, alla razionalità, senza però renderci conto che tutte queste erano nulla più che strumenti datici in dono per sbrigare meglio i nostri compiti, ma non dovevano divenire essi stessi la ragione della nostra esistenza.

Si è preso un abbaglio clamoroso ogni volta in cui si pensa che la mente sia il motore della nostra esistenza, che la ragione e la logica siano elementi che ci uniscono al mondo interiore, all’unità, al divino.

Il nostro cervello, con tutte le sue funzioni, è un grande catalogatore: discerne, riconosce, cataloga, apprende, ma in sostanza divide.

E da questa divisione continua di ciò che ci circonda, che noi alla fine prendiamo addirittura per reale, nascono i desideri, le frustrazioni, le ansie, le paure. Non riusciamo più a renderci conto che la vera salvezza sta nel ritrovare l’unione super partes, non tanto il primus inter pares.

Quella che propone il cammino che l’uomo deve affrontare per ritrovare codesta unità, non è una salita verso le stelle, ma una discesa dentro di noi, al centro del nostro corpo, in cui si trova anche il centro della nostra esistenza spirituale, materiale e divina.

E’ lo sviluppo dell’autocoscienza che porta l’uomo ad allontanarsi dall’unità primordiale. E’ nell’affermazione del proprio Io come negazione dell’altro da sé che si forma la personalità.

E’ in questo senso che bisogna fare attenzione all’uso errato della conoscenza scientifica: essa spesso non è in grado di dare altre risposte oltre quelle che logicamente e concettualmente soddisfano l’Io. In effetti all’uomo che continua ad affidarsi esclusivamente alle sue "facoltà mentali" è preclusa ogni profonda comprensione della vita, e anzi, spesso, la vita di chi crede ciecamente solo a ciò che può spiegare e capire attraverso formule, equazioni, classificazioni, schemi, suddivisioni non è una vita felice e libera, o almeno non lo è nel senso che qui si dà a tali termini. L’uomo comune non si rende conto dell’incessante lavoro che la natura compie attorno a lui, e questo anche se lui non volesse; proprio per questa cecità parziale egli non sa spiegarsi l’attrazione, continua per tutto l’arco della vita, verso forme diverse di comprensione e di atteggiamento.

La realtà oggettiva, non quella che ognuno, soggettivamente crede di vedere e alla quale però dà credito di concretezza, è da ritenersi, per quanto si è detto, in contrasto con l’atteggiamento razionalmente ordinatore e catalogatore che l’intelletto compie.

Va rilevato che ogni uomo vive sostanzialmente tre aspetti della sua vita, in maniera più o meno consapevole:

     

  1. in relazione con la sua specificità naturale;
  2. in relazione con l’ambiente che lo circonda;
  3. in relazione con sé stesso.

Innanzitutto, quando si raggiunge il satori e si comprende e si padroneggia l’haragei, l’uomo si rende conto della sua corporeità unica nell’universo, che gli permette di fare alcune cose pur vietandone altre.

L’uomo vive sulla terra, non ha grande velocità nella corsa, nuota ma non può resistere a lungo immerso, non può volare. Può afferrare oggetti, può comunicare con i suoi simili attraverso una voce e un linguaggio che permette l’astrazione di concetti.

Ognuno di noi sa di essere così, ma spesso lo diamo talmente per scontato da dimenticarlo. L’uomo con hara sa come è fatto il proprio corpo e lo sa sfruttare al meglio. In base alla sua corporeità, l’uomo deve necessariamente trovare il suo centro di gravità per poter vivere appieno il suo ruolo nel mondo fisico: tutto tende a portarsi verso il basso, e questo è un principio di base dello sviluppo del ki.

Un uomo deve sempre confrontarsi con l’ambiente che lo circonda, o chiudendosi oppure aprendosi. Il modo in cui egli decide di comportarsi, se è regolato non dall’hara ma dall’Io sarà sovente basato sullo stato d’animo, sulla stanchezza, sulla simpatia o antipatia, e sarà influenzato dal ricordo delle esperienze, sia quelle piacevoli che quelle spiacevoli, capitate in passato. Inoltre l’Io proietta al di fuori di sé un’immagine alla quale in genere l’uomo tende a conformarsi e questo lo allontana ancora di più dalla vera libertà di atteggiamento e apertura.

Quindi in rapporto al mondo esterno l’uomo deve riuscire a trovare il terzo superiore nella continua divisione tra aperture e chiusure. L’Io e il Non Io devono poter esistere ognuno per sé, senza dover affermare l’uno per poter accettare o comprendere l’altro. Ma allo stesso in cui essi si dividono, necessariamente si uniscono, si connettono.

Questa continua lotta tra i due estremi non può essere vinta da chi si metta allo stesso livello del confronto; vi è l’assoluta necessità di trascendere il piano usuale in cui ci si trova a vivere per entrare, attraverso l’illuminazione, a un livello in cui non vi è divisione ma sintesi.

Chi ha trovato il proprio centro non oscilla da una posizione all’altra, non è in balia dei sentimenti, delle emozioni o delle circostanze; piuttosto appare come colui che lascia che la Natura viva la propria vita, lasciando che il proprio respiro faccia parte di quello Universale, senza per questo rinunciare alla propria esistenza individuale.

Un uomo siffatto non si smarrisce nel mondo, non viene sballottato dalle circostanze, non si stacca e non si apre senza volerlo fare. In relazione con sé stesso l’uomo appare, se non ha hara, o rigido e sostenuto, o troppo permissivo, o una qualunque delle infinite combinazioni possibili tra i due atteggiamenti.

L’uomo che non ancora trovato il giusto rapporto con sé stesso, con il proprio Io, soffrirà per le vicissitudini che una realtà continuamente mutevole lo costringe a sopportare. Quando però egli trova il proprio tanden il mondo esterno di colpo si rivelerà per quello che oggettivamente è, senza più la distorsione e l’aberrazione ottica creata dalla lente separatrice dell’Io e della coscienza.

Il mondo apparirà finalmente nella sua armonia e l’uomo capirà di appartenervi senza esserne posseduto.

Si può affermare che in questo modo la forma si è ricongiunta, anche qui ad un livello superiore, alla realtà. La forma sarà vitale e reale, permettendo l’adeguata realizzazione e il necessario continuo rinnovamento dell’uomo nel suo complesso.

Quando ho iniziato il mio cammino non capivo il perché della ripetizione delle forme e dell’invito alla saggezza, all’autocontrollo. Tutto in me era proiettato a capire e imparare il maggior numero di tecniche attraverso le quali poter affrontare serenamente i miei avversari. Ma più procedevo nella pratica più sentivo dentro di me crescere l’energia unificatrice del ki e allora man mano mi rendevo conto che dovevo cercare un altro modo di percorrere la via.

Se non sapevo controllare il mio tanden la tecnica non era efficace, e svaniva la percezione di tranquillità e sicurezza che avevo quando lasciavo scorrere l’energia. 

L’irruenza giovanile e l’egotismo portano spesso i praticanti alle prime armi a volersi confrontare con altri praticanti, per verificare i loro progressi. Ma nel fare questo separano la mente dal corpo, impediscono alle radici di nutrire le fronde, che si seccano rapidamente. E’ solo attraverso lo sviluppo dell’hara e del ki che si comprende un termine fondamentale nello studio di sé durante il cammino: musubi.

Potrei tradurre musubi con unità, ma questo renderebbe solo una minima parte del significato reale del termine.

Vorrei che tutti coloro che mi seguono e che mi seguiranno potessero dire: ho imparato il vero senso di musubi. Allora avrei fatto il mio dovere di insegnante. Musubi è la capacità di percepire e di unificarsi armoniosamente con l’energia e il movimento, con la mente e con il corpo, quindi, al partner. Questo è il cuore di ciò che insegno.

Se nella nostra mente non c’è la capacità di avere sensibilità e fiducia negli altri e quindi in noi, non sarà possibile progredire nello studio del dai-hara kizendo.

Quando faccio lezione mi assicuro sempre che si instauri un reale dialogo e un franco rapporto tra me e i miei allievi. Sono duro e deciso, ma sono legato a loro come se fossero miei figli.

Io parlo e ascolto.

Io vedo e faccio vedere.

Comunico con loro.

Non ci sono parti segrete o istruzioni non date allo studente che fa lo stesso, che si apre e lascia che il suo hara si riempia di ki e si espanda durante la pratica.

Ho visto, in questi anni, che è l’approccio a questa comunicazione la base per la vita e l’armonia. Se blocco il mio ki nascono le divisioni e torna fuori la mia mente dualistica. Se invece è la mia mente di Buddha a intervenire, e se la mia mente e il mio corpo sono uniti, allora tutto è musubi.

 

Capitolo 4 – La base tecnica

 

Alla base delle tecniche di aikido c’è la seguente massima: "Ruotate in tenkan quando venite spinti e entrate in irimi quando venite tirati".

E’ quindi lo sviluppo del ki in azione circolare o retta in risposta ad azioni che agiscono principalmente in linea retta. Questo sviluppo permette di enfatizzare l’utilizzo della forza centrifuga e/o di quella centripeta attorno alle nostre anche quando entriamo nel punto morto della tecnica del nostro avversario.

Inoltre, sul piano del combattimento posso dire che è utile anche rammentarsi che:

Se c’è spazio per entrare fallo senza esitazione e usa la tua sensibilità per trovare i varchi necessari a colpire più spesso e con più ki possibile.
Se l’avversario ti attacca e non riesci a trovare irimi usa tenkan e lavora sui punti deboli della sua forza.
Se l’avversario ti lascia l’iniziativa espandi il tuo ki e sovrastalo con tutte le tecniche e con tutto ciò che percepisci possa servire a sconfiggerlo.
Se l’avversario si copre e si difende durante la tua azione o reazione, portati alla distanza di controllo e infiltrati come acqua nei suoi varchi.

 

4.1 Posizione e spostamenti

 

La posizione adottata nel dai-hara kizendo è una posizione naturale, corretta, in cui non siano presenti contrazione, tensione o rigidezza.

La posizione di base è una posizione che ricorda una piramide equilatera (quindi con alla base una forma triangolare equilatera o Sankaku tai) e viene chiamata Sankaku tai hanmi.

Le "entrate" effettuate nel dai-hara kizendo sono essenzialmente di 4 tipi:

       

    1. Irimi - diretta
    2. Tenkan – in rotazione
    3. Yoko - laterale
    4. Toitsu - unendosi

Le prime due sono tipiche dell’aikido anche se gli atemi portati sono presi da varie arti marziali giapponesi, la terza è l’entrata tipica del kendo e del budo armato in generale, l’ultima nasce da una sintesi di tecniche di autodifesa e del Wing Tsun.

Gli spostamenti sono ovviamente legati al tipo di attacco e al tipo di entrata che si deve compiere ma i più utilizzati sono i seguenti, utilizzando il nome che hanno nell’arte marziale di provenienza:

Tsugi ashi – slittamento avanti.
Ayumi ashi – passo avanti.
Kaiten ashi – passo avanti e mawatte.
Tenkan ashi – mawatte con passo indietro in rotazione.
Tai sabaki – movimento in rotazione del corpo.
Shikko – spostamenti in ginocchio.
Gyaku no tsukomi – spostamento laterale per colpire di braccia.
Hangetsu ashi – spostamento a mezzaluna per colpire di gambe.

Le distanze che si possono identificare in uno scontro sono essenzialmente 4:

       

    1. La distanza dei calci.
    2. La distanza dei pugni.
    3. La distanza del controllo e delle prese.
    4. La distanza della lotta (in piedi e al suolo).

Tutte e 4 queste distanze devono essere studiate attentamente e si deve essere in gradi di passare dall’una all’altra senza avere difficoltà o cali di rendimento o sicurezza.

Sicuramente la distanza alla quale più frequente si fa lavora nel kizendo è la terza, ovvero la distanza del controllo e delle prese. A questa distanza si è al riparo dai calci e dai pugni dell’avversario, e quindi possiamo utilizzare tutte le nostre armi migliori, avendo sempre sotto controllo quelle dell’avversario.

Certamente è fondamentale imparare a sviluppare e a mantenere la sensibilità necessaria a lavorare a questa distanza, il che richiede di ricondizionare l’istinto che farebbe chiudere gli occhi e cercare di allontanarsi piuttosto che cercare di riempire i varchi come farebbe l’acqua di un torrente in piena attorno ad un ostacolo, per quanto grande esso sia.

Quindi, di fronte ad avversari o compagno che non conosciamo dobbiamo cercare di porci ad una distanza che non consenta loro di trovare spazio per tirare tecniche: la distanza di un avambraccio, mano esclusa.

Dobbiamo lavorare sulla sensibilità che è il presupposto fondamentale per essere efficaci a questa distanza e per poter far entrare le nostre tecniche. Più siamo vicini e "incollati" all’avversario nel momento del contatto, più facilmente il nostro ki avrà il sopravvento sul suo.

 

4.2 Le tecniche

 

Le tecniche di controllo e proiezione sono quelle usate nell’aikido, e non verranno qui riportate per brevità. Le tecniche di pugno sono quelle del karate, del pugilato e del Wing Tsun. 

Le tecniche di calcio, e le tecniche di ginocchio e di gomito sono state sintetizzate dal Muai Thai, dal karate, dallo Shorinji kenpo e dal kick boxing.

Le leve articolari, la lotta a terra e gli strangolamenti sono una sintesi del Chin - Na, del Jujitsu e di tecniche di difesa personale.

Il combattimento corpo a corpo sia armato che disarmato è una sintesi delle tecniche di autodifesa (close combat) e del Wing Tsun.

4.3 La divisa e le armi

 

La divisa per la pratica è il gi da judo o da karate. Gli appartenenti allo judanka possono indossare l’hakama oltre alla cintura nera.

Per la pratica del combattimento è prevista la possibilità di indossare una tuta di colore nero, con maglietta del colore del grado del praticante.

Le armi utilizzate durante la pratica sono:

Bo – bastone da 150 – 180 cm.
Jo – bastone da 130 cm per 2.5 cm.
Ken – spada di legno o alluminio da 130 cm.
Shinai – spada in bambù.
Coltello – in legno o alluminio da 30 cm.
Tonfa – manganello con impugnatura a L.
Escrima stick – bastone da escrima da 66 cm.

 

4.4 I gradi

 

I gradi sono quelli delle arti marziali giapponesi: 10 Kyu e 10 Dan. I tempi per il conseguimento delle cinture sono:

9° Kyu
8° Kyu
7° Kyu
6° Kyu
5° Kyu – cintura gialla – 40 ore di pratica o 3 mesi.
4° Kyu – cintura arancione - 50 ore di pratica o 4 mesi.
3° Kyu – cintura verde - 60 ore di pratica o 5 mesi.
2° Kyu – cintura blu - 70 ore di pratica o 6 mesi.
1° Kyu – cintura marrone - 80 ore di pratica o 9 mesi.
1° Dan – cintura nera e hakama - 100 ore di pratica o 12 mesi.
2° Dan - cintura nera e hakama - 200 ore di pratica o 24 mesi.
3° Dan - cintura nera e hakama - 300 ore di pratica o 36 mesi.

Per gli altri Dan si deve aspettare un numero di anni corrispondente al grado di Dan da conseguire.

 

4.5 Gli esami

 

L’esame consiste in una serie di esercizi in coppia con un compagno di grado pari o superiore per dimostrare la capacità di eseguire le tecniche bilateralmente e con le 4 entrate.

L’esame prevede anche l’esecuzione di un kata con un’arma a scelta del candidato e un combattimento libero con uno o più compagni di grado pari o superiore, armati o no, a seconda del livello tecnico da conseguire.

L’esame è svolto e giudicato da una commissione tecnica in cui sia presente almeno 1 cintura nera con almeno 2 anni di insegnamento attivo nel curriculum.

4.6 I combattimenti

 

I combattimenti sono di due tipi: armati e disarmati.

Il combattimento disarmato non ha un tempo fissato per gli atleti maggiorenni e ha una durata massima di due minuti per quelli minorenni. Si indossa il gi o la tuta nera da combattimento con le seguenti protezioni minime: caschetto, paradenti, guanti, conchiglia per gli uomini e paraseno per le donne, paratibie e parapiede. Altre protezioni possono essere indossate a piacimento.

Il regolamento sportivo prevede il contatto fisico non completo (non è consentito il knock out) su tutto il corpo, esclusi colpi diretti agli occhi e alla gola (inclusi gli strangolamenti) e tecniche oltre il limite fisiologico sui legamenti articolari. 

Il combattimento si interrompe per: manifesta superiorità, blocco a terra, resa.

Durante l’incontro l’arbitro non interrompe lo scambio se non per sanzionare le scorrettezze. Il giudice di sedia tiene conto delle tecniche segnate dall’arbitro. I punti vengono assegnati per tecniche arrivate a segno chiaramente, senza difesa adeguata.

Il combattimento armato, che si svolge con le stesse protezioni più una protezione per la gola, per le braccia e per le spalle/torace, dura fino ad un contatto sul corpetto o alla testa di uno dei contendenti o fino alla resa. Sono proibite le tecniche portate sulle articolazioni, oltre il limite di normale tollerabilità e funzionalità.

4.7 La lezione

 

La lezione dura tra una e due ore e comprende le seguenti fasi:

 

Riscaldamento e preparazione atletica
Studio delle tecniche
Combattimento
Rilassamento e stretching
Meditazione, sviluppo del ki e massaggio

Almeno una lezione al mese è puramente teorica e comprende:

 

Basi della pratica zen.
Principi di anatomia.
Principi di alimentazione.
Principi di fisiologia.
Sviluppo e test del ki
Il massaggio.

 

Capitolo 5 – Il livello della percezione

 

Quando lavori in scioltezza percepisci l’energia dell’avversario: è una questione di sensibilità non solo epidermica ma globale. Qualcosa in te è cambiato, dalle prime volte in cui ti esercitavi. Non c’è quasi più la paura del contatto fisico e puoi gestire la fase del contatto.

L’avversario proietta, anche senza che tu possa saperlo o sentirlo, all’inizio della pratica, il suo ki verso di te, e tu puoi arrivare a cogliere l’attimo dell’inizio del suo attacco senza neppure rendertene conto consciamente. Questo accade perché il suo ki ha chiamato il tuo, e se tu impari a lasciar andare il tuo ki quando esso deve muoversi, i tuoi movimenti saranno armoniosi ed efficaci.

Senti la sua presa, avverti la pressione delle mani, delle braccia, del corpo e trova un varco in essa. Entra proiettando il tuo ki in modo tale da trovarti al centro dell’azione, spazzando via i residui della sua tecnica, ormai sotto il tuo pieno controllo.

Alla base di ogni azione ci deve essere, una volta che si è compresa la tecnica, innanzitutto la percezione della intenzione dell’uke, quindi del modo in cui egli la manifesta concretamente.

Per questo motivo bisogna spesso mettersi dalla parte di uke, e non solo nei momenti di scontro, ma anche durante lo studio: bisogna sapere come si sviluppa un attacco, quali sono le sue potenzialità ma anche imparare a sentirne i limiti e i rischi.

Non si può essere veramente completi se non si riesce ad avere la seppur minima percezione del mondo esterno.

Quando viviamo, lo facciamo a contatto con un mondo che non ci deve sopraffare ma che non dobbiamo neppure cercare vanamente di piegare alla nostra volontà; questo vale anche per il dai-hara kizendo.

Devi sempre cercare di adattare la tua risposta allo stimolo che ricevi, senza esagerare o mancare in nulla.

Se non c’è armonia vuol dire che non c’è comprensione e se manca questa vuol dire che non si vive ancora aperti al mondo.

Lavora sulla percezione, sulla sensibilità, sullo sviluppo del ki e vedrai che i risultati si vedranno sul tuo spirito ancora prima che sulle tue tecniche.

Se alleni solo le tecniche non potrai mai capire il vero senso della vita, e perderai la via del kizen.

Ma anche se eserciti solo la mente non farai mai progressi. E’ nell’unione tra tecnica e mente, tra corpo e mente che troverai la chiave per percepire le intenzioni di uke addirittura attimi prima che lui stesso ne sia consapevole.

Le mani hanno ruoli diversi, pur nel loro dover essere uguali: una, quella avanzata è il tuo scudo, l'altra è la tua spada, ma senza l’energia della mano avanzata l'altra è una spada di latta.

Quanto ho detto non è di facile comprensione: devi lavorare e lavorare e lavorare ancora per capirlo.

Per raggiungere l’obiettivo ti devi allenare e devi fare in modo da avere le tre armonie:

tra la mente e l’universo;
tra il corpo e l’universo;
tra il ki e l’universo.

E’ il ki che unifica mente e corpo e se lo fa e tu lo unisci all’universo, ecco: hai la percezione!

E’ necessario allenarsi per rinforzare continuamente la nostra resistenza e salute fisica, ma senza la corretta attitudine mentale e spirituale qualunque sforzo fisico è vano.

In anni di pratica mi rendo conto ogni volta di più che si devono raggiungere l’imperturbabilità mentale, la salute fisica e l’unità originaria. Se non mi alleno cercando di raggiungere questi tre obiettivi contemporaneamente subito mi accorgo che sorgono divisioni, separazioni, pregiudizi e contrasti, tutte cose che rallentano l’esecuzione corretta delle mie tecniche.

Ripeto l’esercizio finché il mio corpo è esausto e la mia mente non arriva più a percepire la stanchezza, perché solo così arrivo a capire l’unità. E’ lì che sono felice, è lì che sento di dover tornare ogni volta che mi allontano, è lì che ho e sono me con la mia "mente di Buddha".

Le tecniche all’inizio non sono mai naturali, non possono esserlo, perché ancora non ne percepisci l’energia. Ma quando sei in grado di sentire la più piccola delle variazioni del ki che ti circonda ecco: la tua tecnica è già eseguita! Ma devi essere umile e pronto a ricominciare ogni volta dal tuo errore, anche il più insignificante, perché se inizi a pulire uno specchio devi togliere tutta la polvere e tutte le ditate.

Anche quando ti sembra di progredire, di migliorare, controlla se senti l’unità, verifica se sei sulla strada o se te ne stai allontanando, ritornando verso il tuo io che si autocompiace del risultato. Sii pronto a riprendere il cammino, tieni un atteggiamento umile e aperto. Non preoccuparti dei fallimenti, sono scogli sui quali l’approdo è più difficile, ma senza i quali non puoi arrivare alla meta.

Il dai-hara kizendo non finisce … non si ferma. E’ in me, e fuori di me, è ovunque lo cerchi e ovunque non lo cerchi.

O Sensei diceva:

     

  1. L’intento originale del budo era uccidere con un colpo solo. Per questo obbedirete al vostro maestro e non intraprenderete combattimenti.
  2. Il budo originale è la via che connette al tutto. Per questo studierete essendo consapevoli di tutto. Dovete sempre essere coscienti di ciò e stare all’erta.
  3. Praticate sempre con gioia.
  4. Il vostro insegnante vi guida, vi indirizza. Ma è la pratica costante che vi porta al satori. Comprendete attraverso il corpo e studiate una tecnica alla volta.
  5. Allenatevi cercando di non farvi male e siate pienamente coscienti di ciò che state facendo.
  6. Scopo del budo originale è allenarsi in armonia. Dovete essere persone in grado di migliorare il mondo. Le tecniche che il maestro vi mostra sono il lato segreto del budo e non devono essere mostrate a chi ne potrebbe fare un uso cattivo.

Tengo a mente sempre queste regole e invito anche voi a farlo sempre, per tutta la vita.

Durante la pratica dovete ricordarvi che l’avversario non è fuori da voi, è dentro di voi. Questo è il motivo per cui l’allenamento del dai-hara kizendo è un koki, una sfida a sé stessi.

A me interessa arrivare al controllo di ciò che faccio, di come reagisco di fronte alle circostanze piacevoli e a quelle spiacevoli. Per questo motivo è importante vivere il proprio cammino come un koki, per non essere presuntuosamente convinti che si possa affermare di essere arrivati. Nel cammino non vi è origine e non vi è fine, né soste o punti di riposo. Si deve continuamente lavorare su sé stessi per sviluppare il kikai tanden attraverso lo studio delle tecniche dell’haragei.

Quando in me agisce il ki allora c’è musubi e posso controllare e addirittura influire modificando in positivo gli eventi.

Ma come posso sviluppare questa armonia, questa percezione? Dedicandomi incessantemente ad essa.

Questi due elementi non sono alla base solo della pratica del dai-hara kizendo ma sono gli elementi portanti della nostra esistenza. E’ questo il messaggio che lascio a chi mi segue: cambiate la vostra vita integralmente, accogliete in voi il ki, la percezione, e cercate di raggiungere il satori attraverso il musubi e l’haragei.

Come posso percepire se non apro il mio cuore e la mia mente nella vita di tutti i giorni?

Come posso percepire se non permetto al mio corpo di percepire il ki che proviene dal partner e il mio?

Come posso percepire se non vivo unendo la mia mente e il mio corpo? Ecco qui il perché è importante la percezione. E’ il mezzo attraverso cui posso mettere in pratica quanto vi ho detto prima.

Dopo anni di allenamento mi rendo conto che per affrontare i miei partner e i miei avversari, qualora ancora ve ne fossero, devo attenermi a poche considerazioni, che, pur se poco utili se solo elencate ma non comprese e fatte proprie, voglio fissare:

Quando siamo chiamati ad affrontare un evento sfavorevole o un avversario, la vittoria sta nell’aver vinto dentro di sé, perché siamo più uniti al Grande ki di quanto non lo sia l’avversario.
Guarda oltre il tuo avversario, lui è solo un ostacolo tra te e il tuo vincere su te stesso. Non fissarti su di lui, ma su di te, sul tuo hara, sul tuo ki e sul tuo respiro.
Utilizza il tuo corpo e le armi che ti troverai ad avere come un’estensione di questo Grande ki e travolgi con assoluta determinazione e velocità l’ostacolo, riconducendolo sotto il controllo del tuo ki.
Sii fluido, perché sei come l’acqua di una tempesta di mare che si sta abbattendo su un piccolo sasso. Ma non devi frantumare il sasso, quanto piuttosto travolgerlo e farlo tuo. Non cercare gli atemi se non hai intenzione di colpirli seriamente; cerca piuttosto di prendere il controllo e smontare a poco a poco tutte le difese dell’avversario.
Lotta e espandi il tuo ki finché puoi, perché finché lo farai non sarai morto.

Per questo motivo mi sono reso conto che la percezione è veramente la base di quello che faccio ogni giorno quando mi alleno o quando faccio meditazione, e che questo livello di percezione va esteso a tutto il giorno e a tutte le attività quotidiane.

Lo zen mi ha insegnato una lezione fondamentale: vivi il presente senza ricordo del passato o attesa del futuro, per essere sempre presente qui e ora con tutto te stesso e con tutto il tuo ki.

Quando mi alleno e quando faccio lezione cerco di andare per gradi, guidandomi e guidando attraverso i livelli che una corretta pratica richiede:

La liberazione della mente da tutte le paure, i pensieri, i sensi, le abitudini e gli istinti, cose che ci rallentano sia nell’apprendimento che nella vita di tutti i giorni; questo è il livello del mushin.
La riunificazione del corpo e della mente individuale, per poter iniziare a percepire l’effetto del ki dentro di noi, liberi da vincoli interni; questo è il livello di shin shin toitsu.
La riunificazione del corpo e della mente uniti con tutto l’Universo, per poter percepire il ki dell’Universo che fluisce in noi istante dopo istante; questo è il livello di dai shin toitsu.

Capitolo 6 – Il Grande ki e il Grande hara

 

Dopo anni di pratica si inizia a percepire che l’energia che noi abbiamo grazie allo sviluppo del ki, allo studio dell’haragei e ad un uso corretto di tali tecniche, non dipende solamente da noi.

Siamo gocce in un mare di energia, e se abbiamo la presunzione di uscire dal mare evaporiamo rapidamente.

Se mi alleno con durezza e costanza, se ogni giorno pratico zazen e la respirazione ki, mi rendo conto che il mio corpo e la mia mente, una volta unificate, non possono fare altro che cercare di unificarsi al Grande ki e al Grande hara, che sono le due manifestazioni dell’energia dell’Universo: la prima è l’energia fisica, la seconda quella spirituale.

Per giungere a questo livello ho dovuto, in anni di pratica, smettere di voler fare le tecniche o di voler forzare una leva o un contatto.

Finché c’è un io in me, devo continuare a demolirlo, a lavorare alle sue basi per farlo crollare, altrimenti non potrò mai affrontare le situazioni della vita in piena armonia e con la piena fiducia di stare operando secondo le indicazioni del Dai Hara.

Se quando mi trovo ad affrontare un compagno o un avversario la mia mente è in movimento, egli certamente troverà dei varchi anche nel mio corpo.

E questo, nel Budo, e nella vita reale, non è tollerabile per i rischi elevati che può comportare, oltre al fatto che si buttano alle ortiche mesi e anni di allenamento.

In un confronto, la nostra mente e il nostro corpo sono quelli dell’universo stesso, e come nessuno potrà mai sconfiggere il Dai Hara e il Dai ki, allora nessuno potrà mai sconfiggerci.

Questo è l’obiettivo della mia vita, anche se non ne è l’unico motore, sia chiaro.

L’attaccamento all’idea del progresso a tutti i costi è dannosa come qualunque altra idea di attaccamento, a qualunque cosa o a qualunque idea.

Per questo mi ripeto continuamente che devo praticare e allenarmi tenendo sempre presente che la mia è una ricerca di armonia, non di rigidità. Devo essere flessibile nel corpo e nella mente per poter cogliere anche le più sottili vibrazioni e variazioni del ki.

Devo ricordarmi di essere assolutamente serio ma anche assolutamente pronto ad adattarmi, e per far questo l’Ottuplice sentiero del Buddhismo è già un inizio.

Diceva Miyamoto Musashi:

Chi vuole intraprendere la via tenga a mente i seguenti precetti:

       

    1. Non coltivare cattivi pensieri.
    2. Esercitati con dedizione.
    3. Studia tutte le arti.
    4. Conosci anche gli altri mestieri.
    5. Distingui l’utile dall’inutile.
    6. Riconosci il vero dal falso.
    7. Percepisci anche quello che non vedi con gli occhi.
    8. Non essere trascurato neppure nelle minuzie.
    9. Non abbandonarti in attività futili.

Queste regole, dettate nel Gorin No Sho, tra il 1641 e il 1645, mostrano chiaramente quale debba essere l’atteggiamento che dobbiamo cercare di avere nella vita di tutti i giorni e in particolare quando ci alleniamo.

L’allenamento, alla lunga, diverrà la vostra vita, nel senso che manterrete quello stato di attenzione e di armonia assoluta non solo quando farete meditazione ma anche quando farete una qualunque attività quotidiana.

Per questo motivo posso affermare che il dai-hara kizendo è non solo un’arte marziale ma un qualcosa che coinvolge e modifica l’esistenza e la vita intera di ognuno dei praticanti.

Quello che dobbiamo arrivare a fare, nella nostra esistenza, è cercare di sentirci non come un qualcosa dotato di esistenza propria, diversa ex origine dalle altre, quanto piuttosto percepire come ogni nostro movimento, pensiero e azione si innestino in meccanismi più grandi di noi, dei quali inizialmente possiamo non essere consapevoli, ma che si rivelano con sempre maggiore chiarezza man mano che si procede con la pratica.

Il Grande ki che ci circonda e ci dà energia è sempre esistito e sempre esisterà, perché è uscito dalle considerazioni temporali che noi utilizziamo nella vita di tutti i giorni.

E’ come se, parlando di fisica subnucleare, pensassimo di poter raggiungere lo zero assoluto in un esperimento. A quella temperatura, per definizione, cessa ogni attività atomica e nucleare, gli elettroni smettono di ruotare attorno al nucleo e ogni forma di energia cessa di agire. Non c’è più il tempo …

Certamente è impossibile arrivare allo zero assoluto come è impossibile per noi non invecchiare, ma è possibile imparare a nutrirci del sempre giovane Grande ki per poter attingere da esso l’energia di cui abbiamo bisogno per vivere, per crescere, per allenarci.

Non è possibile credere che una tecnica possa essere realmente efficace se la mia mente non è più ferma e stabile di quella del mio compagno, e se il mio hara non proietta più ki di quanto non faccia lui.

E qui parliamo solamente di allenamento.

Ma quando viviamo, quando realmente dobbiamo affrontare situazioni critiche, come possiamo tirarci fuori d’impaccio se non intuendo il nostro legame con il Grande hara che genera il grande ki?

I samurai si basavano, nel loro allenamento, sul bushido, un codice comportamentale che può essere così riassunto:

 

NON HO GENITORI

Il Cielo e la Terra sono i miei genitori.

NON HO POTERE DIVINO

La lealtà è il mio potere.

NON HO MEZZI

L'obbedienza è il mio mezzo.

NON HO POTERE MAGICO

Il Grande ki è la mia magia.

NON HO NE' VITA NE' MORTE

L'eterno è la mia vita e la mia morte.

NON HO CORPO

L’hara è il mio corpo.

NON HO OCCHI

I lampi sono i miei occhi.

NON HO ORECCHIE

La sensibilità e la percezione sono le mie orecchie.

NON HO MEMBRA

La prontezza e la velocità sono le mie membra.

NON HO PROGETTI

L'istante racchiude i miei progetti.

NON HO MIRACOLI

L'essere è il mio miracolo.

NON HO REGOLE

L'adattabilità a tutte le cose è la mia regola.

NON HO NEMICI

L'imprudenza è la mia nemica

NON HO CORAZZA

Buona volontà e rettitudine sono la mia corazza.

NON HO CASTELLO

La mente irremovibile è il mio castello.

NON HO SPADA

La luce della mente calma e fredda è la mia spada.

Come si nota non c’è spazio per nulla che provenga al di fuori di noi per quello che riguarda il comportamento: tutto viene da dentro, da quel kikai tanden che è origine e fonte di tutte le nostre energie.

 

Capitolo 7 – Principi del combattimento del dai-hara kizendo

 

Quando si deve affrontare un combattimento reale, e non un allenamento con un partner, le due uniche cose che contano sono:

  1. Non farsi "troppo" male.
  2. Ridurre la durata totale dello scontro.

Per quello che riguarda il primo punto, chiunque abbia mai affrontato una rissa o uno scontro reale sa che è impossibile o quasi uscirne senza contatto.

Sta alla nostra determinazione, alla nostra sensibilità, alla nostra percezione, al nostro intuito e alla conoscenza di poche regole di base il quanto e il come avverrà questo contatto.

Ho visto persone azzuffarsi per minuti senza farsi mai veramente male e ho visto persone essere mandate al tappeto al primo pugno. La differenza tra le due situazioni sta solo a voi.

Il dai-hara kizendo rifugge dalle tecniche stereotipate e da tutto ciò che non è realmente e concretamente efficace. Come nello zen si elimina il superfluo, anche qui cerchiamo di usare solo ciò che serve.

Per questo motivo lo scontro deve durare pochi secondi, 3, massimo 10. Perché altrimenti i rischi di farsi male aumentano esponenzialmente.

Le tecniche che vedremo in questo capitolo sono solo alcune rispetto a quelle che si studiano durante l’allenamento, ma sono già un buon punto di partenza per chi vuole veramente percorrere il cammino del kizen.

La prima cosa che va ricondizionata per poter affrontare uno scontro reale sono le reazioni istintive.

Il nostro corpo e la nostra mente negli anni ci hanno abituato a compiere una serie di gesti istintivi di difesa che però, essendo ben noti a un aggressore "medio", hanno il difetto di essere non solo prevedibili ma anche facilmente stimolati.

Per questo motivo è necessario allenarsi a cambiare l’atteggiamento nei confronti dello scontro fisico, rimodellando integralmente il nostro schema difensivo, rendendolo non più istintivo ma intuitivo.

L’avversario in questo modo troverà ai suoi stimoli non le risposte istintive che cercava, ma una determinata volontà di entrare direttamente al suo centro di azione con una serie di tecniche che non gli permettano di proseguire lo scontro, una volta che si sia giunti alla distanza del controllo e delle prese.

Munen muso, diceva Musashi. Pensa senza pensare.

Durante un combattimento dobbiamo sapere esattamente dove colpire per fare male, e molto, all’avversario, prima che lui faccia lo stesso con noi.

Ma le nostre intenzioni non devono nascere prima della loro realizzazione.

Questo è difficile da capire e ancora di più da mettere in pratica, ma è l’unica vera realtà del combattimento: vince chi pone davanti all’avversario uno specchio concavo, in cui egli non trovi altro che un vuoto dove cercare di far entrare colpi e tecniche che gli tornano contro senza il tempo di articolare una reazione.

Un combattimento reale non ha una sua via, un suo andamento stabilito.

Va combattuto lì dove ha luogo, in quel momento e con tutta la nostra presenza di corpo e di spirito.

Ma vediamo ai consigli pratici, che però, come ho già detto e come dico continuamente, non devono essere presi come paradigmi o regole assolute, ma come suggerimenti validi spesso, ma che devono poter essere adattati con rapidità a ogni situazione.

 

7.1 La postura e l’atteggiamento.

 

La testa, innanzitutto. Va protetta sempre, ma partendo dal presupposto che non sempre abbiamo la possibilità di metterci in guardia e di poter quindi proteggere il mento con la clavicola, dobbiamo tenere presente che è fondamentale tenerla correttamente allineata al resto del corpo. I punti che dovete sempre cercare di proteggere sono: il mento, le tempie, la nuca, la base del naso e, ovviamente gli occhi. Questo gran numero di punti sensibili ci fa capire con quanta attenzione dobbiamo acquisire la sensibilità e l’intuizione necessaria a capire le intenzioni dell’avversario, per poter sempre essere in una posizione di sicurezza e pronti ad agire con scioltezza e velocità.

Le braccia vanno tenute una a protezione arretrata del busto, una più avanzata, come un’antenna pronta a percepire anche il più piccolo spostamento delle braccia dell’avversario. Quando c’è spazio per entrare, l’entrata deve essere diretta, immediata e decisiva: apriti la strada verso la gola, gli occhi e le tempie, il mento, la base del naso e colpisci sempre più forte e sempre più veloce. In alternativa cerca l’inguine. La mano arretrata serve come estrema protezione ma anche come "artiglieria pesante" nel momento in cui siamo entrati nella guardia dell’avversario. Va però tenuto presente che un attacco portato con la mano arretrata durante un corpo a corpo scopre molto il corpo, e quindi il suo uso va limitato solo a situazioni "sicure". Le mani devono essere aperte e sensibili e chiudersi solo un attimo prima del pugno, che deve sempre essere tirato "a pollice in alto".

I gomiti sono sempre a un pugno di distanza dal torace, per poterlo proteggere adeguatamente e per permettere alle mani di essere sufficientemente alte da difendere il volto. Le articolazioni e i movimenti dei gomiti devono essere fluidi e mai esposti a leve.

Il tronco deve essere appena angolato, non più di 10° – 20° rispetto all’orizzontale, per non offrire tecniche sulla schiena: tutto deve sempre essere sotto controllo, e l’unico sistema è stare davanti all’avversario finché lui non si muove.

Il bacino deve sempre essere pronto a ruotare e a scattare per assecondare le tecniche di braccia e gambe. Sapendo che dal basso addome parte tutta la nostra energia è normale usare questa parte del corpo come il centro di una spirale devastante che deve inglobare e annullare l’energia e la forza dell’avversario.

Le gambe devono stare come le braccia, ma leggermente chiuse sull’inguine per proteggerlo. Mai tenere le gambe in tensione per evitare tecniche sulle ginocchia. La gamba avanti deve andare a cercare, nel corpo a corpo, la gamba dell’avversario, cercando di disturbarne l’equilibrio. La gamba dietro deve essere sempre pronta a partire per rotazioni o tecniche basse al ginocchio o sulla tibia dell’avversario. Ci si muove sempre sulla punta dei piedi e il peso è sempre centrale, tranne che durante l’esecuzione di alcune tecniche di pugno o calcio.

 

7.2 Le entrate dirette

 

Le entrate dirette, o irimi, sono entrate che mirano a prendere immediato possesso dello spazio di combattimento.

Richiedono un corretto studio dei tempi dell’attacco per poter essere in grado di essere effettuate, ma il punto di maggiore difficoltà sta nel ricondizionare l’atteggiamento mentale che vorrebbe istintivamente farci spostare dalla linea di attacco o farci arretrare, mentre qui si tratta di andare dritti verso l’avversario.

Certamente questo tipo di entrata è efficace soprattutto contro tecniche circolari o di presa ai polsi o alle braccia, in quanto permette di sbilanciare l’avversario che sta cercando di "avvolgerci" con il suo attacco, che certo non si aspetta una nostra reazione in senso contrario al suo movimento.

Questo tipo di entrata è elettiva per la prima e la seconda distanza, mentre va evitata per la quarta, a meno di non essere assolutamente esperti nella lotta a terra. Per fare un esempio, pensiamo a un avversario che prova a colpirci con una combinazione di pugni, diciamo diretto sinistro e gancio destro al volto. La reazione istintiva è parare la prima tecnica piegandosi a sinistra, trovandosi così pienamente sulla traiettoria del gancio destro dell’avversario. Invece, la tecnica prevede due varianti simili:

     

  1. Sul primo pugno dell’avversario, il diretto, eseguite un controllo con la mano avanzata che guida il pugno verso la mano arretrata, che lo devia, mentre nel frattempo la mano avanzata, scivolando lungo il braccio dell’avversario, è arrivata al volto, permettendovi di colpire occhi, naso o gola. Dal momento che il gancio sarà già partito, appena la mano avanti ha colpito il viso, deve abbassare il braccio dell’avversario che sta richiamando il diretto mentre l’intero corpo si inclina verso il volto dell’attaccante per colpirlo col gomito, che nel frattempo ci protegge dal gancio. La nostra testa va appoggiata sul torace dell’attaccante per evitare ginocchiate o tentativi di presa. Le nostra gambe sono una in mezzo alle sue e l’altra subito dietro, il che ci consente di effettuare un facile attacco alla testa e all’inguine.
  2. Sul diretto, la mano avanti entra nella traiettoria, portandosi dritta a colpire il viso dell’aggressore, mentre la testa si piega dietro la spalla del braccio avanzato. Non appena è partita la mano avanti, l’intero corpo va a chiudere la distanza per portare un montante di gomito alla gola dell’aggressore, proteggendo, con la mano che sta sulla tempia, il viso dal suo gancio. Senza interruzione, l’altro braccio va a effettuare uno strangolamento "da sotto in su" della gola dell’avversario, mentre con il corpo lo superiamo per metterci al riparo.

 

7.3 Le entrate in rotazione

 

Le entrate in rotazione, o tenkan, sono le entrate più spettacolari, in quanto ci permettono di sfruttare completamente la forza centrifuga che un corpo in movimento può subire.

Richiedono un tempo minore per essere applicate a livello elementare, anche se in realtà, per poter essere sempre efficaci richiedono coraggio e determinazione notevoli, specialmente quando l’avversario è veloce.

Questo tipo di entrata si usa in genere con la seconda distanza.

 

 

7.4 Le entrate laterali

 

Le entrate laterali, o yoko, ci permettono di eludere gli attacchi chiusi o le guardie ben tenute, in quanto lavorano su tagli diagonali che normalmente non sono difesi.

Lo scopo di queste entrate è sempre o lo strangolamento, se portate al viso, o la lesione articolare, se portate sugli arti. Nel corpo a corpo sono molto utili nella fase finale dello scontro, quando, colpito l’avversario, vogliamo finirlo rapidamente.

Essendo molto dure come contatto, richiedono un allenamento specifico, ma i risultati possono essere notevoli.

In genere queste entrate sono associate alla quarta distanza, quella della lotta.

 

7.5 Le entrate "a unirsi"

 

Le entrate in unione, o toitsu, sono quelle che ci portano immediatamente alla distanza del controllo e delle prese.

Sono le entrate più difficili, ma anche quelle che permettono la conclusione più rapida di uno scontro.

 

Sommario

 

Capitolo 1 – Dai-hara kizendo *

Capitolo 2 – I principi di base *

2.1 Mantenere il tanden *

2.2 Rilassarsi completamente senza lasciarsi andare. *

2.3 Far assestare il peso nel suo punto più basso. *

2.4 Estendere il proprio ki *

2.5 Liberare la mente e agire con fluida determinazione *

Capitolo 3 – Lo sviluppo dell’hara e del kikai tanden *

Capitolo 4 – La base tecnica *

4.1 Posizione e spostamenti *

4.2 Le tecniche *

4.3 La divisa e le armi *

4.4 I gradi *

4.5 Gli esami *

4.6 I combattimenti *

4.7 La lezione *

Capitolo 5 – Il livello della percezione *

Capitolo 6 – Il Grande ki e il Grande hara *

Capitolo 7 – Principi del combattimento del dai-hara kizendo *

7.1 La postura e l’atteggiamento. *

7.2 Le entrate dirette *

7.3 Le entrate in rotazione *

7.4 Le entrate laterali *

7.5 Le entrate "a unirsi" *

Sommario *

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