La Scorciatoia
per l'Universita'

racconto

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La 44esima strada è separata dall'enorme complesso dell'università di Georgetown da un folto boschetto.
Il frammento di 44esima di cui stiamo parlando si snoda quasi parallelo al confine orientale dell'università e quindi va a sfociare nel fiume Potomac per poi ricomparire di là da esso, nella parte sud della città.
(...le strade di Washington paiono fiumi sotterranei che si perdono sottoterra nelle faglie profonde e
sempre risbucano fuori da qualche altra parte, come per respirare...)
Il boschetto, sulla carta, fa parte del Glover Archbald Park che però si estende soprattutto a nord e inizia, di fatto, una volta attraversata Reservoir Road. Quindi, più che la penisola meridionale del parco, come dovrebbe essere, il boschetto ne è l'isola mal collegata, rinchiusa com'è, appunto, dal muro compatto delle villette a schiera della 44esima ad est e dai recinti dell'università ad ovest, dal traffico continuo della Reservoir a nord e dal Canal Road e dall'acqua melmosa del Potomac a sud.

Ci sono diversi modi per entrare nell'università di Georgetown. Ben quattro entrate affacciano sulla Reservoir. L'entrata numero 4 è quella riservata alle macchine che devono accedere al parcheggio del lotto numero tre, che è quello grande all'aperto ed è accessibile anche dall'unico ingresso su Canal Road, severamente vietato ai pedoni. L'entrata numero tre, invece, collega direttamente all'ospedale e al pronto soccorso. Le ultime due portano entrambe al centro dell'università, come anche l'entrata dalla 37esima, che è considerata l'entrata principale, ed è effettivamente piuttosto coreografica.
Un giorno stavo risalendo la 44esima con l'intenzione di scalare la ripida Reservoir ed entrare all'università dall'entrata numero tre. Da lì avrei preso una specie di scorciatoia che, sebbene un po' zigzagando, mi permette di accorciare sensibilmente la strada per la biblioteca che si trova a sud-ovest, proprio sotto l'entrata della 37esima. Avrei giusto dovuto attraversare il parcheggio accanto al campo di football dove il giorno prima avevo assistito all'Hoya Homecoming, una festa d'inizio d'anno organizzata degli studenti dell'università.
Quando ero passato il giorno prima erano le quattro del pomeriggio e la festa era quasi conclusa: il parcheggio era ridotto ad un immondezzaio, lattine di birra dovunque, a migliaia, e nell'aria c'era un odore soffocante di wurstel e hamburger e alcool e sudore e fumi di benzina bruciata proveniente dai tubi di scappamento delle macchine accese. Mi ricordo chiaramente di essermi chiesto perché mai avessero scelto uno squallido parcheggio per organizzare una festa quando, a due passi, per esempio, c'era il tranquillo boschetto con le sue immacolate e spaziose radure. Poi ho capito. Gli americani sono un popolo che adora la comodità ed il solo pensiero di poter andare in un posto con la propria macchina piena di birra, scendere dalla macchina, aprire il bagagliaio, bere un paio di casse di birra con gli amici e poi chiudere il bagagliaio, salire in macchina, accendere il motore ed andarsene è semplicemente una tentazione troppo forte.
A questo punto ero quindi piuttosto curioso di vedere come era ridotto il parcheggio
the day after.
E comunque di lì avrei dovuto passarci
per forza.

Invece, appena prima dell'incrocio della 44esima con Reservoir, giro a destra ed entro nel boschetto.
E? una domenica americana in cui la luce è abbacinante e il silenzio pressoché totale.
Il boschetto mi accoglie con un grande spiazzo concavo in cui il verde dell?erba è interrotto solo da uno stretto sentiero tracciato che disegna delle anse dolci, bianche, nel prato irregolare. Scendendo, a destra, ci sono dei tavoli da picnic, deserti.
Subito dopo i tavoli, il sentiero si immette nel boschetto vero e proprio, composto nella maggior parte da un tipo di albero che non conosco. Proprio all'entrata del boschetto, attaccata ad uno dei due alberi che fungono da porta per il sentierino, è affissa una foto di una donna sui 50 anni e un numero di telefono da chiamare nel caso in cui qualcuno l'avesse vista. Pare che la donna sia scomparsa nel nulla da mercoledì scorso.
Il boschetto è fitto ed ombroso e il sentiero è quasi tutto ricoperto da migliaia di foglie, ognuna con una sfumatura di giallo diversa. Il frignare instancabile delle cicale sembra provenire da dovunque allo stesso tempo come un dolby surround di ultimissima generazione.
La mia supposizione è che ci deve pur essere un modo per arrivare all'università tagliando per il boschetto. Io so, poiché me lo ha detto la signora, che il sentierino finisce su Canal Road e inoltre, quando la domenica scorsa ho esplorato il lato est dall'interno dell'università, non mi è sembrato di vedere alcun sentiero che da lì scendesse verso il boschetto.
Però sono sicuro che un passaggio deve pur esserci.
Credo che gli studenti dell'università che abitano sulla 44esima non siano né mai siano stati così tanti da aver bisogno di un passaggio privilegiato ma confido nei joggers e nel loro presumibile desiderio di variare i percorsi affannati nel boschetto con una  bella deviazione verso l'università.
Mentre penso questo, incrocio un jogger con le cuffie preceduto da un temibile bulldog e, per un attimo, sono tentato di fermarlo per chiedergli se sa di un sentiero che porta all'università. Mi ero già preparato la domanda... "excuse me, how can i get to the university from here?", domanda alla quale, solo ora me ne rendo conto, avrei al 99% ricevuto come risposta... "torna indietro sulla Reservoir e vai su a destra, pirla!", risposta che mi avrebbe depresso per un'intera serata.
Ormai stavo camminando da poco più di dieci minuti, a passo lento e guardandomi intorno, e, secondo i miei calcoli, mi trovavo circa a metà del boschetto.
Mi rendo conto che il boschetto, un tempo, deve essere stato il letto di un fiumiciattolo affluente del Potomac perché sia da una parte sia dall'altra del sentiero il terreno s'inerpica verso l?alto, creando in mezzo una sorta di valle in miniatura.
Mi imbatto in un altro tavolo da picnic (lì in mezzo? in questo
buio?) e, poco dopo, sul lato destro del sentiero, in un enorme tronco riverso che sembra una carcassa di animale ed è completamente divorato dalle termiti, che di questa zona sono i veri indiscussi padroni. L'albero, dall'esterno, è quasi dello stesso colore di quelli vivi ma le termiti ne hanno sbudellato il cuore e dall'interno il legno appare nero e poroso, friabile.
La vista del tronco sbranato mi inquieta e comincio a pensare, chi me lo ha fatto fare di voler passare di qua? e se incontro un malintenzionato che faccio? mi metto a gridare?
Mentre penso a queste cose e cammino mi accorgo che il sentiero sta per fare una decisa svolta a destra.
Ora, secondo i miei calcoli, sempre che il mio senso dell?orientamento non mi abbia tradito completamente, il sentiero, seppure non seguendo una linea perfettamente diritta, si è sempre diretto verso sud, più o meno parallelamente alla 44esima e ai recinti dell'università. Adesso, però, gira decisamente a destra mentre io devo andare a
sinistra!
Seguire il sentiero e girare a destra significa per me allontanarmi troppo dall'università e molto probabilmente significa anche che Canal Road è vicina e che non c'è nessun sentiero che porta all'università. Certo, volendo potrei inerpicarmi per le salite che hanno sempre costeggiato il sentiero alla mia sinistra ma non mi va di andare alla cieca tra gli alberi e poi la borsa piena di libri mi intralcia.
Sto appunto per tornare indietro, deluso, quando mi accorgo che, proprio alla mia sinistra, seminascosto da un cespuglietto, parte un sentierino.
Non è così ben tracciato ed evidente come il sentiero principale ma è inequivocabilmente un sentiero e va a sinistra, cioè verso dove io credo che si trovi l'università.
(...infatti l'intricatezza dei rami non mi permette di intravedere nemmeno le sommità delle pur alte costruzioni dell'università...)
Preso da un'improvvisa allegria, saltello e zompo come un piccolo muflone sui sassolini scivolosi del vago sentierino finché non ne supero di slancio il primo pezzo.
Mi ritrovo quindi in un piccolo slargo pianeggiante in cui la vegetazione è meno fitta e il sole passa tra i rami con fasci di luce più consistenti. Davanti a me si può adesso vedere in lontananza il pezzo di un muro giallo che riconosco essere l'edificio che ospita la palestra dell'università e che in effetti confina con il lato orientale.
Vedi che avevo ragione?, mi dico felice e, chissà perché, mi sento di essere tornato bimbino, quando la domenica, al paese dei miei nonni, dopo pranzo, andavamo in esplorazione nel boschetto dietro casa e io guidavo un branco formato da mio fratello, che fungeva da primo attendente, e mio cugino. Io inventavo delle avventure, dei giochi in cui l'obiettivo, il più delle volte, era arrivare da un punto A ad un punto B. Cambiavano le regole del movimento. Una volta, per esempio, era nel modo più veloce, un'altra in quello più breve, oppure in quello più difficile, toccando tutti gli alberi o senza toccare nemmeno un ramo o una foglia, oppure senza mai poggiare il piede per terra..."come perché?  ma perché il campo è pieno di bombe atomiche che esploderebbero al minimo contatto, perciò noi dobbiamo arrivare alla pozza d'acqua passando sui rami degli alberi! seguitemi! dobbiamo fare in fretta!"...
Intanto il vago sentierino si divide in due.
Uno punta decisamente ad ovest, verso l'università, mentre l?altro pare scendere lievemente a sud. Sebbene il primo sia molto più ripido del secondo, e sebbene sia sicuro che anche il secondo porti comunque all'università, decido di non fidarmi e, ormai in piena euforia da avventura, io, vestito da studente perbenino, con i jeans puliti, la camicina blu scura e la borsa a tracolla, mi butto a capofitto nella salita, aggrappandomi a rami, radici sporgenti, ciuffi d'erba e puntellandomi a sassi e cavità.
Mi sono sempre ritenuto un bravo trekker ma non è facile essere eleganti con le scarpette nere che difettano drammaticamente di grippaggio e slittano come gomme lisce sul ghiaccio. Quantomeno riesco a non cadere e arrivo in un altro piccolo spiazzo piuttosto pianeggiante.
Vedo per terra un pacchetto di Marlboro Mild.
Mi dico, cazzo! queste qua è la PRIMA volta che le vedo in vita mia!!
Il pacchetto è blu intenso e l'effetto di questo colore su di un pacchetto di Marlboro è così straniante che per un po' rimango lì come se avessi visto un alieno.
Dallo spiazzo si vede chiaramente il bordo della strada e il muro della palestra.
Mancheranno si e no 50 metri di salita.
Ma l'accesso è bloccato da un cancello di ferro chiuso da un lucchettone che peserà come minimo 10 chili. Il cancello, però, sembra essere stato forzato e, sebbene il lucchetto abbia resistito, il cancello stesso è uscito un po' fuori dai cardini, non è più in asse ma trasversale e quindi crea un'apertura attraverso la quale, calcolo, se mi rannicchio ci passo tranquillamente. Mentre calcolo, mi viene in mente che lucchetto = proprietà privata e che se finora sono riuscito, chissà come, ad evitare di essere trucidato da uno dei tanti serial killer che si dice popolino i boschetti di Washington in attesa di incauti turisti, ora finirò probabilmente pestato a sangue dalla polizia americana per violazione di proprietà privata.
Vagli a spiegare che volevo tornare bimbino.
Mentre mi impaurisco, noto che, proprio a sinistra del cancello, c'è un buco nella rete di metallo, tra l'altro molto più grande e confortevole dell'apertura nel cancello. Nell'ansia di arrivare, salto qualche passaggio logico e mi convinco che passare attraverso un buco in una rete metallica sia decisamente meno compromettente che passare attraverso un cancelletto scardinato ed entro. Mi faccio l'ultima fangosa salita e finalmente arrivo!

Davanti a me c'è una fontana con le paperelle che sguazzano allegre e un villaggetto di casine piccine piccine che probabilmente servono come dependance per i custodi dell'università.
Io sto sulla cima del mio personale Everest e, completamente sudato, guardo sotto di me quella sconfinata distesa di casine, palazzi, parchetti e parcheggi che è l'università di Georgetown.

La prossima volta prendo un taxi.