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Intervista al dott. Salvatore Manai Essere psicologi - Fare psicologia a cura di Gelindo CastellarinI personaggi, le narrazioni e le testimonianze della pratica psicologica in Italia
Professione di Psicologo - Giornale dell'Ordine Nazionale degli Psicologi
Dott. Manai, dove sei nato e
dove hai trascorso i tuoi
anni infantili e giovanili?
Sono nato a Seriate in provincia di
Bergamo e ho trascorso i miei primi
undici anni in Val Seriana. Successivamente
la mia famiglia si trasferì per
ragioni di lavoro a Viterbo, dove ho
iniziato le scuole superiori. All’età di
sedici anni ci trasferimmo nuovamente,
questa volta a Viareggio dove tuttora
vivo e esercito la professione.
Dott. Manai, come e quando hai
scoperto che volevi diventare uno
psicologo?
Durante gli ultimi anni delle scuole
superiori ero un insaziabile lettore di
libri in edizioni economiche. Le mie
letture, in verità piuttosto disordinate
in quel periodo,
riguardavano quasi
esclusivamente
argomenti di carattere
scientifico e filosofico.
Probabilmente
fu la lettura
delle opere di Ivan
Pavlov, Bertrand
Russel e Sigmund
Freud a suscitare in
me il desiderio di approfondire lo studio
della psicologia. Devo molto a
questi tre autori.
Dott. Manai, la tua formazione psicologica,
i tuoi studi, le tue curiosità
scientifiche, da dove sono partiti?
Quando giunse il momento di scegliere
la facoltà universitaria, ero dibattuto
tra l’idea di iscrivermi a Medicina e
quella di iscrivermi a Filosofia. Entrambe
le facoltà suscitavano il mio genuino
interesse, ma nessuna
sembrava
esaurire completamente
le mie curiosità
intellettuali.
All’epoca non esistevano
ancora i
corsi di laurea in
Psicologia. Fu così
che chiesi consiglio
a due persone
che ammiravo moltissimo in quegli anni:
il filosofo Francesco Barone e lo psicoanalista
Emilio Servadio. Da quei colloqui
scaturì la decisione di iscrivermi al
corso di laurea in Filosofia presso l’Università
di Pisa. Il Consiglio di Facoltà mi
approvò un piano di studi che comprendeva
diversi esami della facoltà di
Medicina. Dopo la laurea mi iscrissi al
primo anno di Psicologia a Roma.
Quante altre professioni, come i
sogni, sono rimaste da qualche
parte nel cassetto?
Sicuramente quella di musicista. Ho
sempre subito il fascino della musica
per organo di J.S. Bach e per anni, da
autodidatta, ho cercato di districarmi
tra i pentagrammi dei suoi brani più
accessibili. Attualmente un quarto dello
spazio nel mio studio è occupato da
un organo classico, con tanto di pedaliera
a trenta tasti.
Come hai cominciato a fare psicologia?
La mia prima attività di psicologo fu
quella di collaboratore presso la cattedra
di Psicologia dell’Università di Pisa
per la raccolta e l’elaborazione dei dati
relativi a ricerche finanziate dal CNR,
ricerche che riguardavano gli atteggiamenti
degli adolescenti nei confronti
della violenza giovanile e della tossicodipendenza.
Ti ricordi i tuoi primi clienti (utenti)?
Come te la cavavi nei tuoi primi
lavori psicologici?
Di alcuni ricordo ancora il nome e
il volto. Ho imparato molto da loro e
dal confronto continuo con i colleghi.
Come ti sei formato successivamente?
Come è cambiata la tua pratica
professionale negli anni?
Dopo una prima esperienza di psicoanalisi
di gruppo con G. Bartolomei,
ho iniziato un percorso individuale
secondo l’orientamento fenomenologico
esistenziale e seguendo la classica
scansione dell’analisi personale,
della didattica e della supervisione. Nel
tempo, con i miei pazienti, ho imparato
progressivamente a parlare di meno
e ad ascoltare di più.
Quali aneddoti illuminanti per la
tua pratica professionale?
Ogni persona che ho incontrato nel
mio lavoro mi ha lasciato qualcosa di
particolare. Ricordo una ragazza che,
al termine dell’ultima seduta della sua
terapia e dopo avermi salutato, distese
sul mio tavolo uno spartito e intonò a
gran voce un’aria di Verdi.
Hai ricordi amari del tuo fare psicologia?
Nel corso di questi venti anni trascorsi
nei vari servizi di psicologia ho
vissuto le fasi alterne che hanno caratterizzato
la storia della nostra professione
in generale e nel servizio pubblico
in particolare. Non conservo ricordi
particolarmente amari. Ho soltanto
qualche lieve turbamento per quanto
riguarda il nostro futuro e il futuro dei
nostri giovani colleghi. La nostra professione,
non più giovane a mio parere,
conserva tuttavia i tratti significativi
di ogni crisi adolescenziale: una profonda
ambivalenza tra le forti spinte
verso l’autonomia e l’emancipazione e
un desiderio di sicurezza che spesso
sconfina con la dipendenza. Questa
crisi, a mio modo di vedere, dovrebbe
essere seriamente affrontata al nostro
interno.
Quali insegnamenti vorresti trasmettere
alle nuove generazioni di
psicologi?
Ritengo che la psicologia abbia sempre
avuto, nel corso della sua storia e
in modo ancor più evidente ai giorni
nostri, due anime: una a statuto scientifico,
l’altra a statuto umanistico. La
prima anima è in perfetta sintonia con
il progresso scientifico in generale e
utilizza il criterio dell’"esattezza" del
calcolo e del ragionamento nel tentativo di spiegare gli eventi psichici. La
seconda anima trae origine dalla irriducibile
tendenza dell’uomo alla comprensione
del mondo e di se stesso e
utilizza il criterio del "rigore" nel proprio
argomentare. Esattezza e rigore,
spiegazione e comprensione, verità e
significato non si escludono a vicenda,
ma non possono convivere nello stesso
dominio. Ai giovani psicologi posso
solo suggerire di affrontare con molta
serietà lo studio delle varie discipline
psicologiche e di rifuggire da ogni semplificazione
che apparentemente sembra
portare a una "integrazione" dei modelli
teorici esistenti, ma che spesso
porta semplicemente a una rassicurante
banalizzazione e confusione del
nostro operare. La neuropsicologia è
una scienza, la psicoterapia è un’arte.
Sono convinto che entrambe devono
albergare in potenza nella nostra coscienza
professionale.
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