Intervista al dott. Salvatore Manai

Essere psicologi - Fare psicologia

a cura di Gelindo Castellarin

I personaggi, le narrazioni e le testimonianze della pratica psicologica in Italia

Professione di Psicologo - Giornale dell'Ordine Nazionale degli Psicologi
(Anno VI n. 1 - Gennaio 1999)


Dott. Manai, dove sei nato e dove hai trascorso i tuoi anni infantili e giovanili?

Sono nato a Seriate in provincia di Bergamo e ho trascorso i miei primi undici anni in Val Seriana. Successivamente la mia famiglia si trasferì per ragioni di lavoro a Viterbo, dove ho iniziato le scuole superiori. All’età di sedici anni ci trasferimmo nuovamente, questa volta a Viareggio dove tuttora vivo e esercito la professione.

Dott. Manai, come e quando hai scoperto che volevi diventare uno psicologo?

Durante gli ultimi anni delle scuole superiori ero un insaziabile lettore di libri in edizioni economiche. Le mie letture, in verità piuttosto disordinate in quel periodo, riguardavano quasi esclusivamente argomenti di carattere scientifico e filosofico. Probabilmente fu la lettura delle opere di Ivan Pavlov, Bertrand Russel e Sigmund Freud a suscitare in me il desiderio di approfondire lo studio della psicologia. Devo molto a questi tre autori.
La lettura di Pavlov mi ha introdotto per la prima volta nel mondo della ricerca fisiologica applicata allo studio del comportamento. Con il tempo sono riuscito a cogliere anche i limiti di questo approccio, pur continuando ad apprezzarne il rigore metodologico. Ricordo come particolarmente stimolanti i resoconti dei "mercoledì pavloviani", quelle sistematiche discussioni che l’autore effettuava con i propri collaboratori.
Le pagine di Russel mi hanno introdotto gradualmente nel campo della riflessione filosofica trasmettendomi il senso e l’importanza dell’atteggiamento critico nei confronti delle teorie. I suoi scritti di logica mi hanno sempre intimorito mentre quelli politici spesso mi hanno lasciato perplesso.
La lettura di Freud, limitata a ciò che era disponibile in edizione economica in quegli anni, mi ha aperto l’orizzonte verso le possibilità del "non visibile". La riflessione sui suoi casi clinici, all’epoca un po' frettolosa e sicuramente superficiale, mi consentì comunque di cogliere il significato della storia personale nella vita dell’uomo.

Dott. Manai, la tua formazione psicologica, i tuoi studi, le tue curiosità scientifiche, da dove sono partiti?

Quando giunse il momento di scegliere la facoltà universitaria, ero dibattuto tra l’idea di iscrivermi a Medicina e quella di iscrivermi a Filosofia. Entrambe le facoltà suscitavano il mio genuino interesse, ma nessuna sembrava esaurire completamente le mie curiosità intellettuali. All’epoca non esistevano ancora i corsi di laurea in Psicologia. Fu così che chiesi consiglio a due persone che ammiravo moltissimo in quegli anni: il filosofo Francesco Barone e lo psicoanalista Emilio Servadio. Da quei colloqui scaturì la decisione di iscrivermi al corso di laurea in Filosofia presso l’Università di Pisa. Il Consiglio di Facoltà mi approvò un piano di studi che comprendeva diversi esami della facoltà di Medicina. Dopo la laurea mi iscrissi al primo anno di Psicologia a Roma.

Quante altre professioni, come i sogni, sono rimaste da qualche parte nel cassetto?

Sicuramente quella di musicista. Ho sempre subito il fascino della musica per organo di J.S. Bach e per anni, da autodidatta, ho cercato di districarmi tra i pentagrammi dei suoi brani più accessibili. Attualmente un quarto dello spazio nel mio studio è occupato da un organo classico, con tanto di pedaliera a trenta tasti.

Come hai cominciato a fare psicologia?

La mia prima attività di psicologo fu quella di collaboratore presso la cattedra di Psicologia dell’Università di Pisa per la raccolta e l’elaborazione dei dati relativi a ricerche finanziate dal CNR, ricerche che riguardavano gli atteggiamenti degli adolescenti nei confronti della violenza giovanile e della tossicodipendenza.
Contemporaneamente svolgevo attività di ricerca a carattere epidemiologico presso un servizio per le tossicodipendenze della Versilia. Qualche anno dopo ho iniziato a lavorare nei servizi di salute mentale del Consorzio Socio Sanitario di Empoli e dal 1985 presto servizio presso l’Unità Operativa di Psicologia della Ausl di Viareggio. Attualmente svolgo anche la libera professione.

Ti ricordi i tuoi primi clienti (utenti)? Come te la cavavi nei tuoi primi lavori psicologici?

Di alcuni ricordo ancora il nome e il volto. Ho imparato molto da loro e dal confronto continuo con i colleghi.

Come ti sei formato successivamente? Come è cambiata la tua pratica professionale negli anni?

Dopo una prima esperienza di psicoanalisi di gruppo con G. Bartolomei, ho iniziato un percorso individuale secondo l’orientamento fenomenologico esistenziale e seguendo la classica scansione dell’analisi personale, della didattica e della supervisione. Nel tempo, con i miei pazienti, ho imparato progressivamente a parlare di meno e ad ascoltare di più.

Quali aneddoti illuminanti per la tua pratica professionale?

Ogni persona che ho incontrato nel mio lavoro mi ha lasciato qualcosa di particolare. Ricordo una ragazza che, al termine dell’ultima seduta della sua terapia e dopo avermi salutato, distese sul mio tavolo uno spartito e intonò a gran voce un’aria di Verdi.
Non ho mai apprezzato particolarmente la musica operistica, ma quell’aria riuscì a comunicarmi il sentimento della sua gratitudine per il lavoro fatto.

Hai ricordi amari del tuo fare psicologia?

Nel corso di questi venti anni trascorsi nei vari servizi di psicologia ho vissuto le fasi alterne che hanno caratterizzato la storia della nostra professione in generale e nel servizio pubblico in particolare. Non conservo ricordi particolarmente amari. Ho soltanto qualche lieve turbamento per quanto riguarda il nostro futuro e il futuro dei nostri giovani colleghi. La nostra professione, non più giovane a mio parere, conserva tuttavia i tratti significativi di ogni crisi adolescenziale: una profonda ambivalenza tra le forti spinte verso l’autonomia e l’emancipazione e un desiderio di sicurezza che spesso sconfina con la dipendenza. Questa crisi, a mio modo di vedere, dovrebbe essere seriamente affrontata al nostro interno.
Sono convinto che nessuno può fare bene il proprio lavoro tentando di fare il lavoro di altri. E questo principio, naturalmente, non vale solo per noi.

Quali insegnamenti vorresti trasmettere alle nuove generazioni di psicologi?

Ritengo che la psicologia abbia sempre avuto, nel corso della sua storia e in modo ancor più evidente ai giorni nostri, due anime: una a statuto scientifico, l’altra a statuto umanistico. La prima anima è in perfetta sintonia con il progresso scientifico in generale e utilizza il criterio dell’"esattezza" del calcolo e del ragionamento nel tentativo di spiegare gli eventi psichici. La seconda anima trae origine dalla irriducibile tendenza dell’uomo alla comprensione del mondo e di se stesso e utilizza il criterio del "rigore" nel proprio argomentare. Esattezza e rigore, spiegazione e comprensione, verità e significato non si escludono a vicenda, ma non possono convivere nello stesso dominio. Ai giovani psicologi posso solo suggerire di affrontare con molta serietà lo studio delle varie discipline psicologiche e di rifuggire da ogni semplificazione che apparentemente sembra portare a una "integrazione" dei modelli teorici esistenti, ma che spesso porta semplicemente a una rassicurante banalizzazione e confusione del nostro operare. La neuropsicologia è una scienza, la psicoterapia è un’arte. Sono convinto che entrambe devono albergare in potenza nella nostra coscienza professionale.