Appunti di Psicologia

Copyright 1995-1996-1997 by Dr. Salvatore Manai


Istituzione scolastica e servizio psicologico: quale rapporto?

Dr.ssa Lucia Balduini (Psicologa)


Questa riflessione nasce essenzialmente dalle mie esperienze di insegnamento in scuole materne ed elementari, dal confronto e dalle discussioni avute con una psicologa operante nel settore della Psicologia dell'età evolutiva in una U.S.L toscana, dallo scambio di esperienze e vissuti avuti nel corso degli anni con alcuni colleghi insegnanti di scuola elementare e materna. Quando si parla di rapporto tra gli operatori scolastici e gli operatori del servizio psicologico entrano in campo numerosi fattori di non facile individuazione data la complessità dei sistemi che rappresentano i poli di tale comunicazione, una comunicazione complessa, delicata, difficile, una comunicazione circolare, sistemica appunto, dove aspetti culturali, sociali, organizzativi-economici, dinamiche psicologiche collettive, si intersecano in vario modo.

Da questa rete di rapporti sembrano emergere diverse figure prodotto di un immaginario collettivo difensivo ed estremamente semplificante, conseguenza appunto della logica di difesa del proprio ambito territoriale di azione di competenza e professionalità: gli operatori scolastici amano definire con il termine di "assenza" la "presenza" appunto degli operatori del servizio psicologico nell'ambito scolastico, mentre gli psicologi generalmente rimarcano l'impreparazione culturale e psicologica degli insegnanti, l'incapacità di rispettare e comprendere lo sviluppo psicologico del bambino della fascia scolare dell'obbligo. In tale rimando di stereotipi rimangono sullo sfondo i nodi centrali della questione, tutti gli elementi che contribuiscono a comporre la circolarità del rapporto, le condizioni oggettive-soggettive in cui tale rapporto si verifica.

Tali nodi di discussione possono essere focalizzati in alcune domande-chiave:

- le richieste sociali ed economiche che vengono poste all'istituzione scolastica ed a quella sanitaria attualmente ed i conseguenti assetti organizzativi di esse;

- le differenti culture e le differenti condizioni di operatività;

- il rapido evolversi dei cambiamenti geneerazionali e dell'immagine dell'infanzia oggi così come viene percepita da chi opera quotidianamente a contatto con essa se pur in ambiti estremamente diversificati.

E' scontato, ma corretto, puntualizzare che una risposta seria ed articolata a tali quesiti, necessiterebbe di una ricerca seria e delimitata ad alcuni aspetti specifici, ben altra cosa da questo mio intervento che scaturisce appunto da esperienze personali e riflessioni di gruppo.

All'insegnante di scuola materna ed elementare sono richieste oggi una serie di variegate competenze che spaziano dal campo pedagogico, a quello più prettamente metodologico-didattico, sullo sfondo di una "competenza" psicologica di base che viene quasi data per scontata nella relazione con l'alunno singolo, con la classe, con la classe ed i colleghi, con la scuola come micro-cosmo, con la famiglia, con le famiglie, con il territorio in senso più vasto, una serie di richieste collocate in una scansione temporale rapida, con ritmi accelerati, in un contesto classe o sezione composto da ventotto alunni; la scuola di oggi risponde ad una produttività precisa, alla richiesta sociale di un bambino o bambina competente nei diversi ambiti, nelle differenti aree disciplinari, potremmo definirlo "abile ma flessibile".

Una super-stimolazione direi quasi artificiale, curricolare è quella a cui stiamo assistendo nelle nostre scuole, a cui rischiamo di sottoporre i bambini e le bambine della fascia di età dai tre ai dieci anni, eccessivamente oggetto di richieste e di "prestazioni" che se sono da considerarsi consone alle richieste ufficiali dei programmi ministeriali certamente non favoriscono un sano evolversi dei processi di sviluppo e di conseguenza di apprendimento del bambino/a e semmai sono volte a inserirsi nella tendenza culturale odierna, nella super-stimolazione passiva che si concretizza nella fruizione accentuata dello strumento televisivo.

L'atteggiamento dell'insegnante è difensivo di fronte ai rapidi cambiamenti imposti dalla "scuola del 2000", difensivo rispetto alla mancanza di una preparazione professionale adeguata, difensivo rispetto alle condizioni quotidiane di lavoro dove accanto alla richiesta di un rapporto di apprendimento individualizzato emergono i rapidi cambiamenti generazionali, l'accentuarsi delle problematiche inerenti lo sviluppo emotivo ed affettivo del bambino/a.

L'immagine che emerge nell'attività scolastica quotidiana, nel rapporto tra insegnante e classe, tra coetanei all'interno della classe, è quello di una incapacità da parte dell'insegnante a contenere o far esprimere le dinamiche aggressive, a sviluppare un rapporto di ascolto reciproco nel rispetto dei tempi e dei ritmi dello sviluppo di ciascuno/a, un'impreparazione di fronte all'accentuarsi ed al proliferare di sintomatologie psicosomatiche, di disarmonie tra sviluppo delle capacità cognitive e benessere emotivo.

Ci siamo domandati spesso, discutendo tra colleghi se ciò che oggi passa come "normalità", non sia in realtà il risultato di una patologia diffusa, di una norma-sociale che ha legittimato l'immagine di una bambino competente ma emotivamente sofferente, di un bambino che risente di una nuova configurazione del tessuto familiare, della noia e passività del tessuto sociale più vasto. Il disagio avvertito allora se ha condizioni strutturali più radicali non viene più ad identificarsi con il caso singolo, quello tristemente certificato dal servizio sanitario pubblico, ma ha confini maggiormente sfumati e generalizzabili, viene a collocarsi tra l'incrociarsi di numerose variabili familiari, sociali, culturali, strutturali all' istituzione scolastica stessa.

In questo senso io percepisco maggiormente l'assenza dell'apporto psicologico, nel senso di una attività di osservazione, ricerca-attiva, analisi, prevenzione del disagio scolastico all'interno della situazione dinamica di gruppo in cui tale disagio si manifesta.

Occorre aver ben presente ciò che sembra scontato, ossia che l'osservazione psicologica del singolo bambino o bambina nella stanza ad hoc di terapia, la ricostruzione di un percorso individuale dello sviluppo, partendo dai sintomi espressi , è cosa ben diversa dalla collocazione della sintomatologia nel contesto classe-sezione- scuola-società, dall'analisi di un disagio crescente e diffuso nelle nostre scuole.

In questo si concretizza lo stereotipo dell'assenza, nella perdita di un rapporto tra psicologia e scuola che lavori per integrare le differenti ottiche di osservazione della realtà, quella pedagogica e quella psicologica, che sappia confrontare le differenti condizioni in cui si opera, le diverse risorse professionali che sono poste in gioco, che sappia ridefinire il percorso dello sviluppo psicologico del bambino/a nelle reali condizioni sociali e strutturali in cui avviene.

Mai come oggi io credo assistiamo nelle nostre scuole ad un proliferare di inutili ed a volte dannosi corsi di aggiornamento, incontri con esperti specialisti in ogni disciplina e settore, incontri prettamente teorici che se pur utili per una formazione personale, pur sempre avulsi dalla realtà quotidiana di lavoro, dall'osservazione attiva delle situazioni.

In una nuova dimensione andrebbe allora ripensato il rapporto tra psicologia e scuola, nella concretizzazione di una struttura-ponte di incontro dinamico ed efficace tra l'istituzione scolastica e quella sanitaria-psicologica dove la conoscenza delle esperienze reciproche e dei patrimoni teorico-culturali possa essere utile strumento di conoscenza e di benessere per lo sviluppo in età evolutiva.


Dr.ssa Lucia Balduini

Psicologia dell'Età Evolutiva