Appunti di Psicologia

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Il "Progetto" nel Penale Minorile

di Mario Abrate

E' nella cultura e nella formazione dell'Assistente Sociale considerare la professione di operatore sociale strettamente legata ad una serie di risorse, umane, economiche e sociali, che l'assistente attiva e coordina a favore del proprio utente, a qualsiasi settore di intervento esso appartenga.

L'assistente sociale sarebbe quindi colui che, in qualche modo, abbina alcune risorse a propria disposizione e, professionalmente, stabilisce quali essere le più idonee per il caso che sta trattando. Questo lavoro di reperimento, cernita, valutazione, proposizione e gestione, va sotto il nome di progetto.

In realtà poi, la dove l'operatività lo permette, non è più il singolo assistente a progettare, ma una équipe di differenti professionalità secondo il concetto per cui, se la realtà è un mosaico, più punti di vista permettono una più completa visione della situazione.

Si verifica quindi una ben definita separazione di ruoli: da una parte i tecnici, coloro che, professionalmente, lavorano a favore di, e dall'altra parte, l'utenza, che ha bisogno di ciò che gli operatori vogliono dare loro.

Quest'ultima affermazione non è sempre vera, soprattutto in quei contesti in cui, come il penale minorile, non esiste una utenza spontanea ed una richiesta più o meno chiara di ciò che l'utenza veramente vuole. In questo caso quindi il progetto è qualcosa che spesso non viene richiesto, che spesso viene subito dal ragazzo.

Il progetto cosi' connotato risponde inoltre a due esigenze spesso confuse fra loro:

  1. Progetto come strumento educativo
  2. Progetto come prima pena
Spesso l'operatore nel procedere nel suo lavoro, tende a rimuovere quella che, ideologicamente e culturalmente, ritiene essere l'esigenza meno gratificante e "utile".

Troppo spesso nasce cioe' una vera e propria schizofrenia tra ciò che l'équipe vuole e ciò che il ragazzo vuole. E come se ci fossero due livelli paralleli (e quindi che non si incontreranno mai) in cui, contemporaneamente, gli attori agiscono: una stessa cosa su cui due parti lavorano (utenza e operatori) viene comunque considerata diversamente. Il ragazzo come "cosa che mi tocca fare", gli operatori come "intervento educativo".

Gli operatori dunque fanno un tipo di lavoro che, concettualmente, quasi mai viene riconosciuto dall'utenza nei reali termini in cui viene pensato e costruito.

Non esiste quasi mai un proposito comune, una sintonia nell'indirizzo che diamo al nostro intervento nei confronti dei ragazzi.

L'effetto pragmatico di questa situazione è facilmente immaginabile: nel momento in cui si tende a dare una valutazione finale dell'intervento, se si vuole andare a scoprire se l'obiettivo è stato raggiunto o il perché questo non lo è stato, molto facilmente ci troveremo a registrare degli insuccessi, degli abbandoni, ad affermare che il ragazzo (e quasi mai il progetto) non ha tenuto. Già, tenuto: dire che il ragazzo non tiene, non regge, in realtà significa dare per assodato che il progetto era valido ma che la debolezza del ragazzo non gli ha permesso di andare avanti. Non credo di avere mai detto, ne sentito dire che il progetto non ha retto, che il ragazzo è stato in gamba ma noi non abbiamo retto come operatori, come équipe. Tuttalpiù possiamo trovare in una parte équipe (in genere lo psicologo) o in una qualche risorsa, una causa di incompetenza che ha fatto saltare il lavoro. Ma noi non sbagliamo mai?

E nel momento in cui tiriamo le somme, mai teniamo in considerazione come il discorso non sia quello de "il ragazzo ha raggiunto l'obiettivo" ma invece "il ragazzo ha raggiunto il mio obiettivo di operatore".


Nella predisposizione del progetto di intervento sociale, l'assistente sociale moderno mette in gioco dei presupposti teorici ed ideologici che costituiscono le fondamenta della propria operatività. Vediamone alcuni:

  • Il lavoro nobilita. Si da cioè per assunto che il lavoro sia educativo, che sia una valida alternativa al crimine, che sia di per sè stesso agente di cambiamento. Tanto che spesso, e penso soprattutto all'Autorità Giudiziaria, progetto e inserimento lavorativo diventano sinonimi.
  • Che un ambiente negativo influenza grandemente il comportamento di un ragazzo da cui ne consegue che un cambiamento di ambiente influenzi lo stesso positivamente. Si pensi alle comunità.
  • Che l'intervento, in contesti in cui esso non è richiesto esplicitamente dall'utenza, sia comunque dovuto e necessario per il bene del ragazzo. Siamo cioè veramente convinti che se lui segue le nostre indicazioni lui si salverà.
  • Un irregolarità del comportamento è assunto come sintomo. Quindi si instaura un modello medico lineare per cui ad una malattia si risponde con una medicina (il Progetto).
Ed altro ancora.

Il progetto diviene quindi, di fatto, ad essere considerato come la panacea per ogni disagio, come il farmaco universale.
 


Le statistiche in nostro possesso dicono che, volendo dare una valutazione al rapporto tra attuazione del progetto e sua realizzazione, questo risulta essere molto scarso e deficitario rispetto al raggiungimento degli obiettivi. Il comico, a parer mio, e che non è dato di sapere quali siano questi obiettivi: i nostri di operatori? Quelli del ragazzo? Quelli del Tribunale?

Separando questi tre interrogativi veniamo in effetti ad avere tre risposte diverse:

Gli obiettivi degli operatori non sono stati granché raggiunti (il cambiamento in ultima analisi) Gli obiettivi dei ragazzi, per quanto non abbia dati certi, mi parrebbe che siano stati raggiunti in modo decisamente più considerevole (evitamento della punizione grave, grave perché quella più lieve, l'adesione al progetto, in realtà è già stata espiata). L'obiettivo intermedio, il rimandare il più possibile il momento della pena sembra anche quello largamente raggiunto.

Si ha inoltre il sospetto che gli obiettivi del ragazzo siano spesso assai simili a quelli dell'Autorità Giudiziaria, quindi l'evitamento di una pena troppo afflittiva, la difficoltà a condannare ecc.

Da ciò si evince che il lavoro e la filosofia che sta dietro all'intervento del servizio sociale (teso al cambiamento) sia in realtà del tutto inutile, visto che, a fronte di interventi terminati con insuccesso corrisponde comunque un atteggiamento dell'Autorità Giudiziaria che non ne tiene conto.

Logicamente cioè verrebbe da pensare che, ad interventi falliti corrisponda un provvedimento del Tribunale negativo nei confronti dei ragazzi. Cosa che non è data!

Il Tribunale quindi non mira, come noi, al cambiamento, ma, penso, al mero astenersi, spesso parziale, dal commettere reati (la buona condotta). Non ne faccio un discorso critico, è solo una riflessione sul nostro lavoro. Quindi il raggiungimento del nostro obiettivo di operatori non è fondamentale per il contesto in cui operiamo. Questo dovrebbe in ogni caso risollevarci il morale...


Torniamo al Progetto, questo sconosciuto, e a quei quattro punti sopra elencati. Il progetto, per noi assistenti sociali, équipe e operatori vari, è uno strumento che ha come scopo quello di cambiare, seppur parzialmente, la vita di un ragazzo. Nobile proposito, assolutamente condivisibile. Ma perché mai l'andare a lavorare, spesso per due soldi ed in ambienti neanche molto invitanti dovrebbe, per Diana, cambiare in meglio un ragazzo?

I presupposti teorici sono, in linea di massima i seguenti: fai qualcosa di costruttivo, impari la soddisfazione di vedere realizzato un tuo lavoro, cogli la soddisfazione nel vedere retribuito qualcosa che guadagni tu e che ti spetta di diritto, instauri relazioni positive nel tuo ambiante di lavoro, assapori il gusto della normalità e della liceità.

Ti accorgi di come sia bello vivere in una situazione ambientale sana, positiva, con relazioni con persone giuste, a posto.

Finalmente ti renderai conto che fino ad ora hai vissuto in un ambiente deprivato, che i tuoi genitori non sono stati all'altezza ecc. ecc. e che se fai qualcosa di disonesto non è perché sei cattivo ma perché risenti di un ambiente negativo. Ed io ti ho guarito da tutto questo.

La mia sensazione personale è che tutto questo sia piuttosto presuntuoso, che sei mesi o un anno di fiato sul collo non possa minimamente influire in anni di esperienze diverse, di relazioni familiari le più forti, di dinamiche interpersonali consolidate e spesso già sclerotizzate. Ricordiamo che noi entriamo nella vita di queste persone a 14, 15 anni, non a due o tre! Senza dimenticare che l'utente non ci chiede niente di ciò che noi offriamo loro!

Se si parte quindi da questo presupposto ecco che il progetto finisce per avere molto meno importanza e soprattutto molta meno validità terapeutica. Verrebbe quasi da pensare che dal punto di vista processuale ha un sicuro e ben delineato scopo (l'assoluzione dei peccati), ma come agente di cambiamento faccia acqua da tutte le parti (come dimostrano le statistiche).

Credo quindi che noi, nel nostro lavoro quotidiano, si debba avere ben presente che il progetto non ha il potere di cambiare il ragazzo e che nel valutarne l'efficacia non si debba guardare a come il ragazzo era prima e come è dopo, ma più semplicemente al fatto se è servito o no ad evitare al giovane la condanna. In pratica far coincidere il nostro obiettivo con quello dell'Autorità Giudiziaria e con quello del ragazzo.

Il cambiamento è tutta un' altra cosa e dipende più dal soggetto che dall'operatore. Può accadere che il ragazzo, in quel dato momento della sua vita, ti riconosca come competente per un aiuto che vada in direzione del suo cambiamento, ma allora sarai tu il vero agente di cambiamento, non sicuramente il progetto nella sua accezione più comune e mitizzata. Ma raramente, ahimè, ci si imbatte in quel tipo di utenza in un contesto penale!

Tutto questo forse per dire che i nostri progetti tutto sommato non sono così fondamentali e che anche noi, nel nostro lavoro, non siamo così importanti. Almeno fino a quando si sia noi a cogliere, in quei casi rari e sporadici, l'occasione per essere noi stessi progetto per qualcuno.

Mario Abrate
Assistente Sociale
(abrax@mbox.vol.it)