Appunti di Psicologia

Copyright 1995-1996-1997 by Dr. Salvatore Manai

Appunti sulle teorizzazioni del rapporto terapeutico

Dr. Salvatore Manai (Psicologo-Psicoterapeuta)


Una considerazione storica delle teorie sul rapporto terapeutico, ci porta a identificare alcuni modelli generali entro i quali si sviluppano le diverse concezioni.

Il modello scientifico-positivistico

Nello studio della natura si è andata sviluppando nel tempo una tendenza a raccogliere i dati sui fenomeni, riducendo al minimo possibile l'influenza dell'osservatore. L'aspirazione massima di questa impostazione si concretizza nell'uso di "strumenti" chiamati "obbiettivi", che dovrebbero garantire il ricercatore rispetto al rischio di "influire" e quindi in qualche modo di "inquinare" i dati oggettivi. La pretesa di un modello del genere è quella di trovare, attraverso la collezione di questi dati "oggettivi", la "rappresentazione" di ciò che accade nella realtà. Concetti quali la "neutralità" del ricercatore, la "verità" scientifica delle scoperte, la "ripetibilità" delle esperienze e soprattutto la convinzione che le cosiddette "leggi di natura" esistano realmente da qualche parte, ha portato l'uomo ad estendere le sue conoscenze facendogli però dimenticare, nel tempo, che "legge di natura" è pur sempre un modo, una strategia tutta umana, che serve per riflettere sull'esperienza, in fin dei conti una "invenzione" dell'uomo, fondamentale per poter parlare delle esperienze, ma che forse può non corrispondere a qualcosa di "reale".

Questa tradizione scientifica ha dato origine, nell'ambito delle scienze applicate all'uomo, a tentativi di "oggettivizzare", di ricondurre a "leggi generali" anche il comportamento umano, con lo scopo di non farsi "distrarre", nel momento della ricerca, da tutti gli elementi di soggettività che accompagnano qualsiasi comportamento vitale per concentrarsi sulle "modalità generali" del funzionamento dell'uomo, sulle "leggi" del suo psichismo, sulla "realtà-verità" dell'essere umano. La rinuncia all'applicazione di questo modello scientifico-positivistico anche per ciò che riguarda lo psichismo, il comportamentale, poteva significare o l'inconsistenza di larghi settori della nostra esperienza individuale (ciò che non può essere misurato non esiste), oppure l'abbandono di tutta la soggettività al regno delle "credenze", delle "religioni", delle "magie di tutti i tempi".

Per fortuna, e ad esempio la storia della fisica ce lo insegna, proprio quei principi irrinunciabili perchè una teoria possa chiamarsi scientifica, hanno improvvisamente cominciato a tentennare. La tradizionale distanza tra osservatore ed osservato, requisito indispensabile per una osservazione "veramente scientifica", è sempre più diventata un miraggio. Il fisico nucleare oggi sa che il fenomeno che lui osserva, è modificato dal semplice fatto di essere osservato. Il fisico scopre, improvvisamente, che una particella a livello subatomico appare in un punto dello spazio, sparisce, per poi riapparire in un altro punto ma senza attraversare i punti intermedi tra la prima e la seconda posizione. La matematica, che "misura" i fenomeni in modo "esatto" (esatto = che corrisponde a verità) diventa statistica, le certezze diventano probabilità, il mondo descritto dalla scienza mediante le leggi naturali diventa uno dei mondi possibili, soprattutto il ricercatore si espone al rischio della responsabilità personale nel momento in cui enuncia una legge scientifica, non più "scoperta" nei meandri oscuri della "realta" cosmica ma in un certo senso "inventata" come possibilità, utilizzata come maggior probabilità di avere conseguenze interessanti per lui.

Questa rottura del modello recupera in un modo estremamente potente la dimensione soggettiva nella scienza. Forse la scienza, vista più come interpretazione dell'uomo che come rappresentazione della realtà, può seriamente occuparsi del comportamento umano, senza costringere il suo divenire negli angusti ambiti di ciò che è scientificamente provato in senso positivistico. Forse la scienza può azzardare di più, può ad esempio tentare di rendere conto della molteplicità dei modi con cui le persone interagiscono tra di loro, inventando, se è necessario, soluzioni nuove a problemi nuovi ma soprattutto rinunciando alla ricerca della "verità" nei rapporti umani per scoprire forse "le verità" in questi rapporti.

Il complesso di semplicità

Un altro elemento importante, nel lavoro scientifico, ed ormai assimilato acritricamente anche nel contesto delle scienze umane, è il tentativo necessariamente "artificiale" di isolare, in ogni ricerca, le variabili. Difronte alla complessità dei fenomeni osservati, sembra utile applicare il vecchio principio cartesiano che ci porta a scomporre i fenomeni in piccole parti, più facilmente aggredibili dal pensiero scientifico. Difronte a un problema complesso, la preoccupazione sarà quella di isolare tanti piccoli problemi che porteranno a tante piccole risposte. Queste ultime costituiranno quindi la soluzione del problema complesso, o così almeno si presuppone. Tendenzialmente, questo metodo "analitico" porta a una scomposizione degli oggetti di ricerca fino ai presupposti "costituenti fondamentali", non più ulteriormente scomponibili, e questi "costituenti fondamentali" dovrebbero coincidere con la realtà ultima.

Nella psicologia, lo studio del comportamento (fenomeno estremamente complesso) porta alla scomposizione delle varie funzioni psichiche, e da queste allo studio dei "substrati elementari" in genere biologici o biologicizzati. Da qui possiamo ricavare tendenze cosiddette "scientifiche" che ci spiegano la maggior o minor "abilità sociale" del malato di mente in base al particolare metabolismo cerebrale, forse immodificabile ma sicuramente "modulabile" con l'uso di determinate sostanze chimiche a loro volta combinate, scomposte, analizzate, sintetizzate. In ultima analisi, gli elementi ultimi del comportamento possono interagire con gli elementi ultimi della materia (le sostanze utilizzate dalla psicofarmacologia) e tutto diventa "controllabile". Teoricamente il problema comportamentale diventa "semplice". E noi spesso sentiamo dire che in realtà il malato di mente è in crisi perchè non segue la prescrizione farmacologica. Possiamo addirittura pensare di "prevenire" comportamenti giudicati patologici con l'uso di medicamenti sicuramente efficaci. Tutto in teoria diventa semplice, direi anzi banale, forse troppo banale.

La riscoperta della terapeuticità del rapporto operatore - paziente può diventare "abilità" nella persuasione all'uso del farmaco. Il rapporto terapeutico può diventare strumento per ricondurre gli aspetti comportamentali indesiderati a "rapportarsi" con determinate sostanze; paradossalmente io avrei un rapporto con il paziente per rapportarlo al farmaco, ignorando tutti gli altri aspetti che non sono "chimicamente controllabili" e costituiscono quindi solo "variabili disturbanti", da ridurre necessariamente al minimo.

La complessità ci spaventa. Il rapporto con l'altro, specialmente quando l'altro è "diverso", rischia di travolgerci. La scienza ci soccorre, con i suoi principi "asettici" e i suoi rimedi "efficaci". Tutto diventa controllabile dietro un camice lindo, e i "reparti della follia" sono stranamente tranquilli.

L'idea di fondo che permea un approccio positivistico rispetto ai problemi del comportamento umano, consiste nell'attribuzione del carattere di "complessità", nelle sue accezioni negative (difficoltà, confusione, caos) al fenomeno osservato mentre viene rivendicata, per lo strumento di intervento, la semplicità, la trasparenza, soprattutto la perfetta aderenza alla Teoria che lo ha generato; in sostanza lo strumento, per essere accettato, deve essere "puro". Nello studio dell'interazione umana, ad esempio, e quindi anche nella ricerca di modelli di riferimento pratici per utilizzare in senso terapeutico il rapporto con il malato, si attribuirà la caratteristica della "complessità-difficoltà-confusione" al rapporto stesso, se non addirittura a una delle due persone implicate nel rapporto (l'altro, il diverso, il folle) mentre si cercherà uno strumento semplice, giustificato da una Teoria che sappia allontanare confusione, difficoltà e quindi anche complessità, e che funga da guida, da decalogo nell'interazione e nel rapporto chiamato "terapeutico". Poco importa se la complessità del rapporto, banalizzata attraverso l'uso della teoria e della tecnica "pura", viene ridotta a un insieme di risposte standardizzate da dare a chi ci sta difronte.

Dopo tutto la tristezza di chi ci comunica il suo vissuto esistenziale non è che una particolare configurazione di recettori, mediatori chimici, sinapsi e neurotrasmettitori che "per fortuna" sappiamo influenzare con l'uso di sostanze specifiche dall'apparenza complicata, ma dalla struttura assai semplice e ben conosciuta.

E' possibile considerare la complessità sotto una luce diversa? E' possibile, ad esempio, immaginare che ciò che rende "complesso" un rapporto è la scarsità e la banalità dei mezzi a nostra disposizione? E' possibile considerare un rapporto, compreso quello "terapeutico", così come è percepito da chi ne è coinvolto riservando la "complessità" ai tentativi e alle ipotesi che possono essere fatte da chi vi partecipa? E' possibile, in altri termini, trasformare la connotazione "negativa" della complessità attribuita all'altro-diverso in connotazione positiva in termini di risorse a disposizione di chi intende "terapizzare"? E' possibile risolvere il complesso di "semplicità" che ci porta a banalizzare l'altro, l'intervento e noi stessi, mediante l'invenzione di strumenti "complessi", molto dispendiosi in quanto utilizzabili solo in riferimento alla particolare situazione per la quale sono costruiti ma "aperti" anche al non misurabile, al non classificabile, in sostanza all'umano?

A questo punto, il rapporto terapeutico può essere inteso in due sensi molto diversi, direi alternativi. Da una parte abbiamo un rapporto, una interazione tra due persone che diventa "terapeutica" se riesce ad escludere tutto ciò che la Teoria e la Tecnica non è in grado di controllare; "terapeutico" diventa sinonimo di "ortodosso", il rapporto è terapeutico se si riferisce direttamente a un insieme di regole tecniche derivate da una teoria che in qualche modo sentiamo "vera" in assoluto. Dall'altra l'interazione tra due persone vede una di queste costantemente impegnata a "formulare ipotesi", a "cambiare presupposti", a "complicare" sempre più il proprio intervento nel tentativo di estendere il dominio del rapporto stesso a tutto ciò che viene sperimentato "con" l'altro e non "per" l'altro. E in questo dominio, anche l'altro diventa elemento di esperienza, anche l'altro rende "terapeutico" il rapporto. In questo modo la terapeuticità diventa il vedere noi stessi attraverso gli occhi di chi ci sta difronte, mostrare all'altro l'immagine che noi abbiamo di lui. Il rapporto terapeutico sarebbe uno "strano anello" nel quale due persone "includono" anzichè escludere settori sempre più ampi dell'esperienza, "complicano" anzichè semplificare le risorse a disposizione, rendono "autentico" l'incontro anzichè banalizzarlo, accettano il "rischio" dell'inventare e del costruire al posto della tranquilla osservanza dei principi, delle regole e delle tecniche.

Bibliografia

  • G. Bocchi, M. Ceruti (a cura di): La sfida della complessita', Feltrinelli, Milano, 1985.
  • H. von Foerster: Sistemi che osservano (a cura di M. Ceruti e U. Telfner), Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma, 1987.
  • E. Morin (a cura di): Teorie dell'evento, Bompiani, Milano, 1974.
  • M. Foucault: Storia della follia nell'età classica, Rizzoli, Milano, 1976.
  • G. O. Gabbard: Psichiatria psicodinamica, Cortina, Milano, 1992.
Dr. Salvatore Manai