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Il tema del doppio negli X-Men di Chris Claremont
- di Pietro Meroni -
(continua)


Strani riflessi per Betsy Braddock Il periodo successivo più interessante per il nostro saggio è quello "sperimentale" che passò sotto il nome di "Dissoluzione e rinascita" (UXM 246-264)

Le mie sensazioni di fronte a questo particolare gruppo di episodi sono controverse: da un lato, si segnala da parte di Claremont un tentativo di profondo rinnovamento, stilistico e di tematiche. Il mondo dei sogni, dei presagi, si fa sempre più spazio in un gruppo di personaggi fino ad allora molto legati alla sfera del "reale": sia Psylocke (UXM 250 e 256) che Wolverine (UXM 251) hanno "visioni" che sembrano le allucinazioni date dal Peyote, la droga sacra degli sciamani. Futuri possibili, il passato, simboli come punti fermi della personalità che si sfalda, cambia, ritorna se stessa.
Claremont ha sempre avuto una passione per il "flusso di coscienza", una forma letteraria introdotta dagli scrittori James Joyce e Virginia Woolf (tra gli altri) che vuole ritrarre il flusso dei pensieri nella mente tramite le libere associazioni. In questi episodi ne fa libero uso, con risultati spiazzanti. Non c'è più la tensione che guida alla rivelazione, c'è solo lo specchio con il suo enigma, il labirinto senza uscita. Come in "Chutes and ladders", gli X-Men si trovano inghiottiti in una storia più grande di loro, che li massacra ad uno ad uno. Ma in questo caso la fine non è intuibile, non si riesce a capire dove si approderà, è il caos vero, senza speranza, lontano dall'idea rassicurante di "letteratura"; questi sono gli episodi più crudi e violenti degli X-Men.
All'epoca, alcuni lettori italiani osservarono come in questi episodi Claremont procedesse a velocità altissima, inserendo una densità pazzesca di trame e sottotrame. Il che era in parte giustificato dalla sua ormai prossima separazione dalla testata, ma anche da un estremo bisogno di "ricerca" stilistica.

Il disegno di questi episodi è tuttora spiazzante: vorticoso, impazzito, deviante. Marc Silvestri non ha mai disegnato così frettolosamente: gli albi uscivano 2 volte al mese in quel periodo, ma rivedendoli adesso si ha come l'impressione che non riuscisse a tenere il passo con il martellante, furioso procedere delle idee dello sceneggiatore. A volte mi domando se il tratto "bello" e commerciale come un hamburger di Jim Lee (pure presente, ma inghiottito dalle chine, in UXM 248) avrebbe giovato alla storia. A volte mi rispondo di no. Quella manciata di episodi è lì, come un caos ribollente. Il tema della visione si impadronisce di quello del doppio, per dargli nuovi confini. Ma andiamo con ordine.

Tempesta vede il robot della Tata mutarsi in lei

"L'inaugurazione" ufficiale della saga avviene con le morti di Rogue e Tempesta. I retroscena di quest'ultima saranno svelati solo in UXM 267, che contiene quella che porterei ad immagine-simbolo di tutto il nostro saggio: Tempesta, catturata, che fissa gli occhi, terrorizzata, in un robot che assume le sue sembianze. "Sacra Dea! I suoi lineamenti... stanno diventando i miei!"
Dazzler si misura di nuovo (dopo l'Annual 11, già citato) con gli spettri del suo futuro in UXM246. Sfaccettature di lei stessa che convergono in un "doppio" mostruoso che le promette la morte. Una predizione oscura.
Dopo il passaggio nel Seggio Periglioso ogni X-Man rinasce come doppio di se stesso, ma senza ricordi del passato, lasciando così al lettore il compito del "confronto" fra prima e dopo, fra doppio e sdoppiato. Il sentimento di disagio, di spiazzamento che emerge da tutta la saga è dovuto a questa "sospensione del giudizio" da parte di Claremont, che si limita ad accumulare fatti su fatti, senza interpretarli, senza ordinarli, senza dargli priorità o importanza relativa. È materia narrativa grezza, oscura, cangiante: non c'è da stupirsi se sarà fonte di ispirazione per un mucchio di trame in futuro (tutte inferiori al punto di partenza), a partire dalla morte di Xavier.

Il mostruoso "doppio" di Jean Grey creato da Masque... Claremont abbandona a tratti il tema del doppio in sè per concentrarsi sulla trasfigurazione grottesca, sulla caricatura ai limiti dell'orrore: i sosia mostruosi degli X-Men in UXM 261, 262 e 263, la paurosa mutazione di Jean Grey e Banshee in UXM 262. Nella follia di Masque, che deforma e imbruttisce tutto ciò che tocca, c'è forse un inconscio riferimento a un certo editor...

... e la punta della sua lingua...! La saga del Re delle Ombre è di Claremont solo in parte: tutta la costruzione delle premesse avvenne in lunghissimi mesi di sottotrame, episodi in cui anche personaggi marginali come Valerie Cooper e il Colonnello Vazhin si arricchiscono di sfumature.
Si segnala un duello "riparatore" fra Rogue e Carol Danvers. Duello inutile in verità, forse dettato da un manicheo senso della giustizia tutto americano. Rogue vince perchè dimostra pietà. La Danvers invece non è lei, è posseduta. È uno scontro che non ha ragion d'essere, se non per far incontrare Rogue e Magneto.

"Più conosco Zala Dane, più mi sento intrappolato in uno specchio, e fisso un'immagine distorta di me stesso". Se dovessi scegliere la vetta delle vette della produzione di Claremont forse sceglierei la saga della Terra Selvaggia (UXM 274-275). I pensieri che ho citato appartengono a Magneto, mai più così amaro e al tempo stesso dotato della "pietas" dei latini, la dote di vedere la miseria altrui, comprenderla e il desiderio di porvi rimedio. Al tempo stesso sa essere freddo e spietato.
Sfidando Zala Dane, Magneto sfida se stesso. "Quando mi scontrerò con Zala Dane, sarà senza quartiere. È nel suo stile, come lo era un tempo nel mio". Il tema del doppio non è più solo un risvolto stilistico: diviene l'occasione per misurare il valore etico, la forma della moralità di Magnus. Al termine di questa saga, Magneto è di nuovo forgiato per il futuro. Nella splendida tavola a 12 vignette i visi di Nick Fury, Magnus e Rogue si rincorrono: personalità a confronto, punti di vista in pieno contrasto. Ogni volto è chiuso in se stesso, rappresenta una possibilità, una via d'uscita. Nessuno riesce ad aprirsi verso gli altri. Non c'è scambio. Non c'è redenzione.

Il Professor Xavier affronta lo Skrull con le sue fattezze Più "effettistico" è il nucleo dell'altro versante della saga, con il complotto di una falange di Skrull che assume l'aspetto di Xavier e di tanti altri alleati. Gli Skrull, alieni mutaforma, si sono presentati come perfetta incarnazione del "doppio malvagio" fin dalla prima volta, in Fantastic Four 2, per cui in questo caso Claremont si limita a rifarsi pesantemente al genere. "Di genere" è anche tutto il procedere della storia: i momenti di vera tensione si avvertono solo quando il falso Xavier tortura la Guardia Imperiale.

Claremont lascia gli X-Men con un trittico di storie imperniato su Magneto, in cui il tema del doppio non trova posto a livello stilistico. È una storia ricca di contrapposizioni, di dialettica, di dure convinzioni che si scontrano con altrettante dure convinzioni. Un ritratto senza luci soffuse di Magneto, che in sottofondo tortura gli X-Men (anche Rogue! Ma come può farlo?!?), concede la sua fiducia a chi lo tradirà (e questo è per eccellenza uno dei grandi temi della tragedia classica) e muore (perchè muore: i suoi ritorni successivi sono baggianate) con una durezza e una rigidità un po' artefatte. L'avventura stilistica si conclude con una scultura a tutto tondo, piena e plastica, estremamente "reale".

E si conclude anche il viaggio in 16 anni di idee. Il doppio in Claremont ha assunto diversissime forme e potenzialità come abbiamo visto, ma se dovessi trarne un'unica immagine, direi che per lo scrittore inglese il doppio è una prova, un esame: chi lo affronta cresce, si evolve, raggiunge il pieno potenziale; oppure ritorna, si libera, rinasce. Il simbolo del doppio è il simbolo della lotta più grande: quella contro se stessi. Chi la affronta, sul duro, ingrato terreno dell'introspezione così come nell'abbagliante mondo reale, può fregiarsi del silenzioso, nascosto titolo di "eroe".
 

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