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GUIDO
BARAGLI
in occasione della mostra
"Il Pozzo della conoscenza"
Palazzo dei Normanni,
Palermo 1999
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| Ritratto di Guido Baragli |
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NERO
DAL BIANCO
Il Pozzo della conoscenza.
Dedicato a Guido Baragli
1. Sull'orlo del precipizio
Noi siamo qui. La carta
bianca, il nulla su cui abbiamo tracciato i nostri segni, le parole,
le nostre uniche saggezze, ciò che le nostre mani hanno toccato,
che i nostri occhi hanno visto, la nausea delle cose conosciute e divorate
dalla consuetudine, ci hanno portato fin qui. Sull'orlo del precipizio.
Attirati dalla vibrazione
di una nuova luce, falene o zanzare della conoscenza, dobbiamo avvicinarci,
ancora una volta, per capire, per sapere. Dobbiamo dare nuova lena al nostro
battito d'ali, forse bruciarci, per quella luce che scorgiamo in fondo
all'abisso, per scoprire da dove viene, quali segreti possiede, se ci attirerà
in un flusso lunare, insipido pallore inerte, o se troveremo una stella
e con lei la rivelazione, e nuova vita.
Non siamo soli, sull'orlo
del precipizio. Il destino è comune, perfino banale, nel suo reiterarsi
senza fine, consapevoli o inconsapevoli, molti giungono qui. Sono arrivati
gli amanti così uniti da non distinguere più chi di loro
farà il prossimo passo, sono giunti i prudenti che hanno misurato
per tempo i pro e i contro e il loro passo è regolare ma determinato
ad andare un poco più in là, qualcuno arriva di corsa inebriato
dal pericolo, qualcuno sosta gonfiando i muscoli in una vana dimostrazione
di forza, uno scivola sulle gambe così molli che non reggono più.
Il pozzo della conoscenza si spalanca sotto i piedi, finalmente sapremo.
2. Sul fondo
Federico disegnava i pesci.
Li osservava, tracciava le loro forme perfette, ne ricercava il fascino
simbolico, studiava la loro familiarità con gli abissi.
Orme lattescenti guizzano
intorno al suo corpo precipitato, sono forme primordiali, fetali, innocenti
nella loro muta consistenza.
Una luce intermittente,
chirurgica, illumina l'eroe schiacciato sul fondo. Ciò che brillava,
attirandoci, che pulsava come il nostro stesso cuore, la grande seduzione
della conoscenza, per la quale eravamo in cammino da tanto tempo, ci mostra
il sacello aperto e la sua realtà estrema, la certezza dell'orribile
schianto, e non ha altre risposte.
3. L'uscita di scena
Riemergiamo. Accompagnati
dalla certezza che abbiamo superato la prova. L'opera è lì,
davanti a noi, coi suoi sudari. Noi siamo qui. Più in là
di un passo, o chissà dove, riconosceremo quelle scale, la discesa
ripida e l'ennesima luce, l'ultimo bagliore, l'ultimo inganno.
4. La scena smontata
Giureremmo che è
pittura. Guido Baragli ha sicuramente preso tinte e pennelli e sui fogli,
poi ben protetti sotto vuoto, ha tracciato con dense pennellate questi
neri, gli ocra carnali, quelle sfumature che alonano i neri più
cupi. Ma la realtà non è mai quello che sembra. Non è
forse questo l'incipit per chi vuole tracciare un percorso di conoscenza?
mettere in dubbio i nostri stessi occhi, la percezione su cui per abitudine
facciamo affidamento, cambiare per lo meno punto di vista. Ma Guido Baragli
vuole trarci in inganno, vuole che noi crediamo che si tratta di pittura
fatta coi pennelli, o semmai che pensiamo ad una attualissima elaborazione
computerizzata.
Ma se ci avviciniamo a scrutare
da vicino le superfici, vediamo che esse sono lisce, uniformi, come
impressionate da una forza improvvisa e violenta, come se i corpi avessero
lasciato sui fogli la loro impronta per un'emanazione misteriosa di energia.
Ecco, sono tante sindoni.
Sarebbe difficile scoprire
da soli quale procedimento tecnico è stato utilizzato per ottenere
questo risultato. L'autore stesso ce lo rivela; su carta trattata termosensibile,
tipo quella dei vecchi fax, è una fonte di calore, a varie temperature,
anche elevatissime, che annerisce il bianco e fa apparire sfumature diverse,
ingigantite poi in fotocopia. Nero dal bianco, il titolo è
rivelativo.
Comprendiamo allora perché
queste immagini ci erano sembrate così squisitamente dipinte. L'azione
di Guido Baragli di imprimere forme con il calore del bruciatore su questa
sensibile pelle cartacea, che si trasforma, reagisce, e non si incenerisce,
è in fondo la scoperta di una possibilità quasi alchemica
di trasmutare l'antico e sempre umanamente debole gesto pittorico, in fuoco
puro. Armato di questo inedito stilo incandescente, anzi, imbracciato lo
sverniciatore, come lui stesso lo chiama, l'artista cava le forme dalla
pellicola cartacea, e trasformato in una macchina termica ne fonde la sostanza,
la scalda fino al limite di una consunzione impossibile, pittore
all'ennesima potenza, ma anche in questo affiorare del segno dalla materia,
scultore.
La natura delle immagini
ottenute in questo modo avvalora il tema dell'installazione nel suo insieme,
che trae ispirazione da un disegno di fauna ittica di mano dell'imperatore
Federico II. Il pozzo della conoscenza è anche il luogo dell'inganno
perpetrato, l'ansia e la paura di ogni individuale stagione all'inferno,
che pure ci attrae e senza la quale dubitiamo di riconoscere il sapore
di un giorno qualunque.
Le opere di Guido Baragli,
fino a queste più recenti, sono diversamente ma necessariamente
scaturite da un coinvolgimento mai anestetizzato con la vita, ed in esse,
che possiamo o no riconoscere i nostri stessi turbamenti, non possiamo
non avvertire la tensione drammatica, classica, sciolta da ogni contingenza
epocale, che è la sostanza di ogni forma assoluta d'arte.
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