Daniela Bellotti "Scritti sull'Arte"                                                                                                 Gli artisti
GUIDO BARAGLI

in occasione della mostra
"Il Pozzo della conoscenza"
Palazzo dei Normanni,
Palermo 1999

 
Ritratto di Guido Baragli

NERO DAL BIANCO

Il Pozzo della conoscenza. Dedicato a Guido Baragli

1. Sull'orlo del precipizio
Noi siamo qui. La carta bianca, il nulla su cui abbiamo tracciato i nostri segni, le parole,  le nostre uniche saggezze, ciò che le nostre mani hanno toccato, che i nostri occhi hanno visto, la nausea delle cose conosciute e divorate dalla consuetudine, ci hanno portato fin qui. Sull'orlo del precipizio.
Attirati dalla vibrazione di una nuova luce, falene o zanzare della conoscenza, dobbiamo avvicinarci, ancora una volta, per capire, per sapere. Dobbiamo dare nuova lena al nostro battito d'ali, forse bruciarci, per quella luce che scorgiamo in fondo all'abisso, per scoprire da dove viene, quali segreti possiede, se ci attirerà in un flusso lunare, insipido pallore inerte, o se troveremo una stella e con lei la rivelazione, e nuova vita.
Non siamo soli, sull'orlo del precipizio. Il destino è comune, perfino banale, nel suo reiterarsi senza fine, consapevoli o inconsapevoli, molti giungono qui. Sono arrivati gli amanti così uniti da non distinguere più chi di loro farà il prossimo passo, sono giunti i prudenti che hanno misurato per tempo i pro e i contro e il loro passo è regolare ma determinato ad andare un poco più in là, qualcuno arriva di corsa inebriato dal pericolo, qualcuno sosta gonfiando i muscoli in una vana dimostrazione di forza, uno scivola sulle gambe così molli che non reggono più. Il pozzo della conoscenza si spalanca sotto i piedi, finalmente sapremo.

2. Sul fondo
Federico disegnava i pesci. Li osservava, tracciava le loro forme perfette, ne ricercava il fascino simbolico, studiava la loro familiarità con gli abissi.
Orme lattescenti guizzano intorno al suo corpo precipitato, sono forme primordiali, fetali, innocenti nella loro muta consistenza.
Una luce intermittente, chirurgica, illumina l'eroe schiacciato sul fondo. Ciò che brillava, attirandoci, che pulsava come il nostro stesso cuore, la grande seduzione della conoscenza, per la quale eravamo in cammino da tanto tempo, ci mostra il sacello aperto e la sua realtà estrema, la certezza dell'orribile schianto, e non ha altre risposte.

 3. L'uscita di scena
Riemergiamo. Accompagnati dalla certezza che abbiamo superato la prova. L'opera è lì, davanti a noi, coi suoi sudari. Noi siamo qui. Più in là di un passo, o chissà dove, riconosceremo quelle scale, la discesa ripida e l'ennesima luce, l'ultimo bagliore, l'ultimo inganno.

 4. La scena smontata
Giureremmo che è pittura. Guido Baragli ha sicuramente preso tinte e pennelli e sui fogli, poi ben protetti sotto vuoto, ha tracciato con dense pennellate questi neri, gli ocra carnali, quelle sfumature che alonano i neri più cupi. Ma la realtà non è mai quello che sembra. Non è forse questo l'incipit per chi vuole tracciare un percorso di conoscenza? mettere in dubbio i nostri stessi occhi, la percezione su cui per abitudine facciamo affidamento, cambiare per lo meno punto di vista. Ma Guido Baragli vuole trarci in inganno, vuole che noi crediamo che si tratta di pittura fatta coi pennelli, o semmai che pensiamo ad una attualissima elaborazione computerizzata.
Ma se ci avviciniamo a scrutare da vicino le superfici, vediamo che esse sono  lisce, uniformi, come impressionate da una forza improvvisa e violenta, come se i corpi avessero lasciato sui fogli la loro impronta per un'emanazione misteriosa di energia. Ecco, sono tante sindoni.
Sarebbe difficile scoprire da soli quale procedimento tecnico è stato utilizzato per ottenere questo risultato. L'autore stesso ce lo rivela; su carta trattata termosensibile, tipo quella dei vecchi fax, è una fonte di calore, a varie temperature, anche elevatissime, che annerisce il bianco e fa apparire sfumature diverse, ingigantite poi in fotocopia.  Nero dal bianco, il titolo è rivelativo.
Comprendiamo allora perché queste immagini ci erano sembrate così squisitamente dipinte. L'azione di Guido Baragli di imprimere forme con il calore del bruciatore su questa sensibile pelle cartacea, che si trasforma,  reagisce, e non si incenerisce, è in fondo la scoperta di una possibilità quasi alchemica di trasmutare l'antico e sempre umanamente debole gesto pittorico, in fuoco puro. Armato di questo inedito stilo incandescente, anzi, imbracciato lo sverniciatore, come lui stesso lo chiama, l'artista cava le forme dalla pellicola cartacea, e trasformato in una macchina termica ne fonde la sostanza, la scalda fino al limite di una consunzione impossibile,  pittore all'ennesima potenza, ma anche in questo affiorare del segno dalla materia, scultore. 
La natura delle immagini ottenute in questo modo avvalora il tema dell'installazione nel suo insieme, che trae ispirazione da un disegno di fauna ittica di mano dell'imperatore Federico II. Il pozzo della conoscenza è anche il luogo dell'inganno perpetrato, l'ansia e la paura di ogni individuale stagione all'inferno,  che pure ci attrae e senza la quale dubitiamo di riconoscere il sapore di un giorno qualunque.
Le opere di Guido Baragli, fino a queste più recenti, sono diversamente ma necessariamente scaturite da un coinvolgimento mai anestetizzato con la vita, ed in esse, che possiamo o no riconoscere i nostri stessi turbamenti, non possiamo non avvertire la tensione drammatica, classica, sciolta da ogni contingenza epocale, che è la sostanza di ogni forma assoluta d'arte. 

 

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