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NINO
BERTOCCHI
"Il Resto del Carlino"
25.3.92 |
Antologica
di Nino Bertocchi. I segreti accenti di un canto colorato
Una bella mostra quella dedicata
a Nino Bertocchi dalla Galleria d'Arte Moderna di Bologna. A trentasei
anni ormai dalla morte dell'artista bolognese e dopo un lungo periodo di
disattenzione da parte delle istituzioni cittadine, la figura di Nino Bertocchi
torna a sostenere la luce di una importante ribalta, e subito nell'incontro
con le numerose opere esposte si ritrova quel modo di intendere l'arte
che a Bologna segnò un'epoca, quegli anni Venti e Trenta che fecero
con Fioresi, Protti, Romagnoli, Pizzirani, Corsi e gli altri, la nostra
tradizione; a buon diritto Bertocchi è con loro, a testimoniare
un'inclinazione coloristica chiaroscurata, un intimo afflato paesaggistico,
una tipica feriale adesione al dato di natura, di lontana, classica eco...
Ma con tutto ciò, saremmo soltanto a ripetere la vecchia storia
delle glorie bolognesi... e tra i meriti di questa mostra curata da Beatrice
Buscaroli, c'è invece quello di proporre una lettura assai più
attenta, meno conformistica di Bertocchi. Anzi, proprio a questa "tradizionalità"
che nel confronto con la storia sarebbe inevitabilmente "retroguardia",
si cerca di rispondere con una analisi più approfondita della personalità
dell'artista, riconsiderando insieme ai risultati stilistici, le ricchissime
testimonianze letterarie da lui lasciate, gli scritti, i saggi e il vasto,
significativo epistolario.
Perchè Nino Bertocchi
non fu solo pittore; anzi, la sua attività inizialmente più
nota fu proprio quella di critico e storico, esperto di architettura e
ingegneria, insegnante dal '40 all'Accademia di Belle Arti di Bologna.
Egli divideva quindi il suo animo tra la lucidità critica ed analitica
e la necessità di essere artista, di vivere la tensione della passione
creativa, attraverso un linguaggio sempre profondamente consapevole. Questo
è il nodo significativo, il mai risolto dualismo patito da Bertocchi:
egli fu critico consapevole di come l'arte cambiava, delle tappe bruciate
dalla contemporaneità con l'avanzare del secolo; e fu artista dilaniato
dai dubbi, dallo sconforto, forse dalla paura di rischiare, di tradire
una radice culturale troppo profonda, alimentata dal verbo della bellezza
naturale.
Questo è il Bertocchi
che andiamo a riscoprire, l'unico che possa darci oggi emozioni non scontate,
attraverso quei lampi di inquietudine, quella ricerca sofferta, insoddisfatta,
che lo proietta così più vicino a noi, nel cuore di un dilemma
espressivo che è problema centrale di tutto il secolo. E allora
troveremo in Bertocchi la coscienza stigmatizzata della sua epoca, non
più l'adagiarsi rasserenante nell'immagine quieta della pittura,
ma la certezza di una crisi, e la battaglia sostenuta in nome di un Bertelli
troppo amato, di un Cézanne emblema di quel bivio irrisolvibile
tra immagine di natura e immagine della mente, di un Corot, di un Fattori,
per un paesaggismo non come lirica ma come metodo di rappresentazione del
mondo. Scriveva Bertocchi nel 1945 "...il grido dell'uomo, per toccare
il cuore di tutti gli uomini e perpetuarsi nella loro memoria ha da comporsi
nella misura del canto". Questa mostra ha ritrovato quel canto, dagli accenti
oscuri, segretamente dolorosi.
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