Daniela Bellotti "Scritti sull'Arte"                                                                                                                  Gli artisti
NINO BERTOCCHI

"Il Resto del Carlino"
25.3.92

Antologica di Nino Bertocchi. I segreti accenti di un canto colorato

Una bella mostra quella dedicata a Nino Bertocchi dalla Galleria d'Arte Moderna di Bologna. A trentasei anni ormai dalla morte dell'artista bolognese e dopo un lungo periodo di disattenzione da parte delle istituzioni cittadine, la figura di Nino Bertocchi torna a sostenere la luce di una importante ribalta, e subito nell'incontro con le numerose opere esposte si ritrova quel modo di intendere l'arte che a Bologna segnò un'epoca, quegli anni Venti e Trenta che fecero con Fioresi, Protti, Romagnoli, Pizzirani, Corsi e gli altri, la nostra tradizione; a buon diritto Bertocchi è con loro, a testimoniare un'inclinazione coloristica chiaroscurata, un intimo afflato paesaggistico, una tipica feriale adesione al dato di natura, di lontana, classica eco... Ma con tutto ciò, saremmo soltanto a ripetere la vecchia storia delle glorie bolognesi... e tra i meriti di questa mostra curata da Beatrice Buscaroli, c'è invece quello di proporre una lettura assai più attenta, meno conformistica di Bertocchi. Anzi, proprio a questa "tradizionalità" che nel confronto con la storia sarebbe inevitabilmente "retroguardia", si cerca di rispondere con una analisi più approfondita della personalità dell'artista, riconsiderando insieme ai risultati stilistici, le ricchissime testimonianze letterarie da lui lasciate, gli scritti, i saggi e il vasto, significativo epistolario.
Perchè Nino Bertocchi non fu solo pittore; anzi, la sua attività inizialmente più nota fu proprio quella di critico e storico, esperto di architettura e ingegneria, insegnante dal '40 all'Accademia di Belle Arti di Bologna. Egli divideva quindi il suo animo tra la lucidità critica ed analitica e la necessità di essere artista, di vivere la tensione della passione creativa, attraverso un linguaggio sempre profondamente consapevole. Questo è il nodo significativo, il mai risolto dualismo patito da Bertocchi: egli fu critico consapevole di come l'arte cambiava, delle tappe bruciate dalla contemporaneità con l'avanzare del secolo; e fu artista dilaniato dai dubbi, dallo sconforto, forse dalla paura di rischiare, di tradire una radice culturale troppo profonda, alimentata dal verbo della bellezza naturale.
Questo è il Bertocchi che andiamo a riscoprire, l'unico che possa darci oggi emozioni non scontate, attraverso quei lampi di inquietudine, quella ricerca sofferta, insoddisfatta, che lo proietta così più vicino a noi, nel cuore di un dilemma espressivo che è problema centrale di tutto il secolo. E allora troveremo in Bertocchi la coscienza stigmatizzata della sua epoca, non più l'adagiarsi rasserenante nell'immagine quieta della pittura, ma la certezza di una crisi, e la battaglia sostenuta in nome di un Bertelli troppo amato, di un Cézanne emblema di quel bivio irrisolvibile tra immagine di natura e immagine della mente, di un Corot, di un Fattori, per un paesaggismo non come lirica ma come metodo di rappresentazione del mondo. Scriveva Bertocchi nel 1945 "...il grido dell'uomo, per toccare il cuore di tutti gli uomini e perpetuarsi nella loro memoria ha da comporsi nella misura del canto". Questa mostra ha ritrovato quel canto, dagli accenti oscuri, segretamente dolorosi.
 

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