Daniela Bellotti "Scritti sull'Arte"                                                                                                                                 Gli artisti
RENATO GUTTUSO

"La passione della forma"

Pala De Andrè, Ravenna

Fondazione Toto Balestra, Longiano

25 agosto, 16 settembre 2007

 

articolo pubblicato su Art Journal, sett-ott. 2007
 

"Ritratto di De Gasperi", 1974
"Donne di zolfatari", 1953
"Uomo che legge il giornale", 1972

 

 

Pittura e verità

Nel ventennale della morte del grande maestro siciliano, Bologna presta "I funerali di Togliatti" alla Romagna per una doppia mostra che privilegia i temi socio-politici

"La pittura è il mio mestiere… il mio modo di avere rapporto con il mondo. Vorrei essere appassionato e semplice, audace e non esagerato. Vorrei arrivare alla totale libertà in arte, libertà che, come nella vita, consiste nella verità." Così scriveva nel 1957 Renato Guttuso. Aveva allora 46 anni, erano finiti gli anni più duri, il fascismo, la guerra, la resistenza, poi i dibattiti sull’alternativa tra impegno e autonomia dell’arte; il pittore era nel pieno del successo e dei riconoscimenti. Aveva già realizzato capolavori come la “Fuga dall’Etna” negli anni trenta, e la coraggiosa “Crocefissione” del ’41, uno dei quadri simbolo del novecento italiano, aveva esposto grandi quadri alle Biennali di Venezia, “La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio” nel 1952, “Boogie Woogie” nel ’54, suscitando interesse e polemiche. La sua immagine pubblica era apertamente schierata con il P.C.I. (si era iscritto al partito nel ’40, e divenne senatore nel ‘76), fatto che lo ha reso insieme popolare e discusso. Coerente e sincero, fu tutt’uno con le sue passioni civili, politiche, mondane; raccontò in pittura il suo mondo senza censure e senza scendere a compromessi, sottraendosi alle mode e ai concettualismi, sicché il suo stile restò sostanzialmente il medesimo per tutta la vita.

A vent’anni dalla morte, avvenuta nel 1987 a Roma, la sua figura storica conserva tutto il fascino dell’uomo e delle sue battaglie culturali e civili, tese ad un ideale di libertà e verità. Due valori che, innervati nell’arte, costituirono anche la sua personale istanza per lo sviluppo di una coscienza civile nazionale, necessaria affinché gli artisti possano essere testimoni della storia e della contemporaneità, e possano essere compresi. Nel 1962 Pier Paolo Pasolini, presentando a Roma i disegni dell’amico scrisse: "Beato te che quando prendi la matita o il pennello in mano, scrivi sempre in versi! Chi dipinge è un poeta che non è mai costretto dalle circostanze a scrivere in prosa”. Straordinaria dedica, certamente anche un’esortazione a non lasciarsi prendere dai lacci dell’ortodossia, a restare una libera coscienza critica.

Giovinetto della borghesia palermitana, Guttuso aveva la pittura nel sangue fin dall’adolescenza, quando tredicenne cominciò orgogliosamente a firmare le sue prime prove, copie derivate dallo studio dei maestri locali, e poi subito dopo, con un salto rivelativo, studi tratti dai francesi dell’ottocento e dai contemporanei come Carrà. Alcune della verità respirate nella giovinezza a Bagheria restarono nel tessuto connettivo del suo stile, non solo la vitalità della superficie pittorica intessuta di luce e colore, il più immediato tramite dell’esperienza di una terra dilaniata da problemi, ma un’intima passione per la giustizia sociale. Intanto da un primo nucleo di soggetti siciliani, i temi si allargarono dettati da una cultura curiosa che aveva radici ben salde nella storia familiare e negli affetti, ma che andò incontro alla cultura europea, con tappe fondamentali di conoscenza, a Roma e a Parigi soprattutto, negli anni trenta e quaranta.

La mostra, organizzata nel ventennale della scomparsa, nelle due sedi di Ravenna e Longiano (FC), dimostra ancora una volta che le opere di Guttuso sono un libro aperto la cui lettura non richiede finezze da esegeti, perché il suo linguaggio era e resta profondamente popolare, figurazione che si tende sempre all’espressione, che non racconta mai una forma fine a se stessa, ma una passione. Anche quando i soggetti sono i più amati, la sua terra di Sicilia, i braccianti e le loro lotte, la sua donna e modella Marta Marzotto, il segno si fa strada con vigore, scava nei caratteri, s’incide per raccontare non la superficie, ma la storia che il tempo incide anche sulla pelle delle cose più belle.

La grande opera manifesto dell’impegno anti-fascista di Guttuso, e una delle sue più famose, è “I Funerali di Togliatti” del 1972, che costò anni di elaborazione, e da un primo schizzo realizzato nell’immediatezza della morte del leader comunista, andò ampliandosi fino alla realizzazione, otto anni dopo, della monumentale opera che è attualmente di proprietà del MAMbo e che fu presentata per la prima volta a Mosca e Leningrado.

Proprio quest’opera è il punto focale della mostra “Renato Guttuso. La passione della forma”, una settantina di opere, dagli anni quaranta agli ottanta, scelte con particolare attenzione alle tematiche dell’impegno sociale e politico, un’occasione preziosa per vedere un’accurata selezione di quadri, e soprattutto quella straordinaria opera, corale ed epocale, che è “Il Funerale di Togliatti”, patrimonio della città di Bologna.

"I funerali di Togliatti",  1972

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