Coronando un'altura di agresti e
ripide fiancate, a duemilaottocento metri sul livello del mare e a quattrocento
sull'Urubamba ricco di acque, si trova una antichissima città di
pietra che, per estensione, ha ricevuto il nome dal luogo che la accoglie:
Machu Picchu.
E' questo il suo nome originario?
No, questo termine quechua significa "Collina Vecchia", in opposizione
alla vetta rocciosa che s'innalza a pochi metri dal villaggio, Huaina Picchu,
"Collina Giovane". Descrizioni fisiche riferite semplicemente al carattere
degli accidenti geografici. Quale sarà allora il suo vero nome?
Apriamo una parentesi e ritorniamo
al passato.
Il secolo XVI della nostra era fu
molto triste per la razza aborigena d'America. Come un'alluvione, l'invasore
bianco cadde in ogni angolo del continente e i grandi imperi indigeni furono
ridotti in rovina. Nel centro dell'America del Sud, le lotte intestine
tra i due eredi e pretendenti al trono del defunto Huaina-Capac, Atahualpa
e Huascar, resero più facile il compito di distruzione del più
importante impero del Continente.
Gli spagnoli, per mantenere quieta
la massa umana che accerchiava pericolosamente il Cuzco, incoronarono il
giovane Manco II, uno dei nipoti di Huascar. Questa manovra ebbe un seguito
inatteso: le popolazioni indigene ritrovarono un rappresentante visibile,
incoronato con tutte le formalità della legge incaica, possibile
anche sotto il giogo spagnolo, ma un monarca non facilmente manovrabile,
come invece avrebbero voluto gli spagnoli.
Una notte l'Inca scomparve con i
suoi principali comandanti, portandosi appresso il grande disco d'oro,
simbolo di Inti, il Sole, e da quel giorno non ci fu più pace nella
vecchia capitale dell'impero.
Le comunicazioni non erano sicure,
bande armate facevano scorrerie sul territorio, giungendo ad accerchiare
la città e utilizzando, come base delle proprie operazioni, l'antica
e imponente Sacsahuaman, la fortezza posta a difesa del Cuzco e oggi distrutta.
Correva l'anno 1536. La rivolta su
grande scala fallì, e le truppe del monarca tolsero l'assedio al
Cuzco ingaggiando l'ultima battaglia a Ollantaitambo, la cittadella fortificata
sulle rive dell'Urubamba. La sconfitta segnò la fine degli scontri
in campo aperto e diede inizio alla guerriglia, impegnando alla costante
mobilitazione il potente esercito spagnolo.
Un conquistador disertore, accolto
con altri sei compagni in seno alla Corte indigena, in un giorno di festa,
in preda ai fumi dell'alcol, assassinò il sovrano. Immediatamente
i dignitari gli diedero una morte orribile, insieme agli sfortunati compagni,
poi sette teste vennero infilzate sulle punte delle lance e poste nei dintorni,
a monito delle popolazioni.
I tre figli del monarca, Sairy Tupac,
Tito Cusi e Tupac Amaru, regnarono e morirono uno dopo l'altro. Ma la morte
di Tupac Amaru rappresentò qualcosa di più della morte di
un sovrano: significò il crollo definitivo dell'impero Inca.
Fu l'inflessibile viceré Francisco
Toledo, che fece imprigionare e poi giustiziare, sulla Plaza de Armas di
Cuzco, nel 1572, l'ultimo sovrano Inca.
La vita di Tupac Amaru che, salvo
una breve parentesi di regno, venne trascorsa in gran parte nel confino
del Tempio delle Vergini del Sole, si chiudeva così, tragicamente.
Nell'ora del supplizio, l'ultimo sovrano Inca, comunque, riscattò
un passato non propriamente glorioso, con un coraggioso discorso dedicato
al suo popolo e il suo nome è stato riabilitato dall'appellativo
che ha assunto il precursore dell'indipendenza americana, José Gabriel
Condorcan, Tupac Amaru II.
Cessato
il pericolo per i rappresentanti della Corona spagnola, nessuno si preoccupò
di cercare la base delle operazioni guerrigliere, Vilcapampa, la città
tanto ben nascosta, abbandonata dall'ultimo sovrano in fuga e fatto prigioniero.
Incominciò allora una parentesi
di tre secoli e un grande silenzio regnò sulle rovine. In molte
parti del suo territorio, il Perù era ancora una terra vergine,
con una flora non conosciuta, quando lo scienziato italiano Antonio Raimondi
lo percorse in tutte le direzioni, dedicandogli diciannove anni della sua
vita, nella seconda metà del secolo scorso.
Sebbene Raimondi non fosse un archeologo,
mettendo totalmente in campo la propria cultura e le proprie capacità
scientifiche, fu in grado di dare un impulso enorme allo studio del passato
incaico; intere generazioni di studenti peruviani poterono tornare così,
attraverso i suoi occhi e guidati dalla sua monumentale opera, El Perù,
al cuore di una patria che non conoscevano; si rianimò anche l'entusiasmo
degli uomini di scienza di tutto il mondo per le ricerche sul passato di
un popolo che, in altri tempi, era stato grandioso.
Agli inizi del nostro secolo, lo
storico nordamericano professor Bingham, giunto in terra peruviana per
seguire le tracce degli itinerari di Bolivar, rimase soggiogato dalla straordinaria
bellezza delle regioni visitate, affascinato dall'eccitante problema della
cultura Inca. Tutto questo, aggiunto al bisogno di storia e di avventura
che convivevano nel suo animo, lo portò alla ricerca della città
perduta, base delle operazioni dei quattro sovrani ribelli.
Bingham era a conoscenza, dalla lettura
delle cronache di padre Calancha e dagli scritti di altri autori, che gli
Incas ebbero in Vitcos la capitale politica e in Vilcapampa la capitale
religiosa; quest'ultima, situata un poco più lontano, non era mai
stata rintracciata da nessun bianco. Con questi soli dati iniziò
la ricerca.
A chi conosce, anche solo superficialmente,
la regione, non sfugge la grandezza dell'opera intrapresa dal nostro professore,
viste le zone montagnose, coperte da intricati boschi subtropicali solcati
da fiumi che sono torrenti pericolosissimi, non conoscendo né la
lingua né la psicologia degli abitanti.
Bingham vi entrò usando tre
potenti armi: l'indistruttibile ansia d'avventura, la profonda intuizione
e un buon pugno di dollari.
Comprando, con pazienza, ogni informazione
e ogni segreto a peso d'oro, penetrò nel cuore dell'estinta civiltà.
Dopo anni di arduo lavoro, seguendo metodicamente un indio che vendeva
pietre vergini di fiume, Bingham, solo e senza la compagnia di alcun bianco,
in un fatidico giorno del 1911, poté estasiarsi di fronte all'apparizione
d'imponenti rovine, che gli diedero il benvenuto da dietro un'immensa copertura
di sterpaglie.
Ma c'è anche un aspetto triste.
Le rovine furono ripulite dalle erbacce, perfettamente studiate, descritte
e poi... completamente spogliate di tutti gli oggetti di valore che erano
caduti nelle mani dei ricercatori che portarono trionfalmente nei loro
paesi, più di duecento casse colme d'inestimabili tesori archeologici
e, perché non dirlo, anche di notevole valore monetario.
Bingham, obiettivamente parlando,
non è colpevole; né sono colpevoli, in generale, i nordamericani.
Non è colpevole allora nemmeno quel governo peruviano che era nell'impossibilità
economica di finanziare una spedizione simile a quella che diresse lo scopritore
di Machu Picchu.
Quindi non ci sono colpevoli. E va
bene. Ma dove si possono ammirare e studiare i tesori della bellissima
città indigena? La risposta è ovvia: nei musei nordamericani.
Secondo l'opinione di Bingham, Machu
Picchu fu la prima dimora della stirpe quechua e centro d'espansione ancor
prima della fondazione di Cuzco.
La riporta nella mitologia incaica,
identificando le tre finestre di un tempio semidistrutto con quelle da
cui sarebbero usciti i tre fratelli Ayllus, mitici personaggi inca. Incontra
coincidenti somiglianze tra un torrione circolare della città scoperta
e il Tempio del Sole di Cuzco.
Identifica gli scheletri trovati
tra le rovine, quasi tutti femminili, con quelli delle Vergini del Sole.
Il rifugio dei guerrieri vinti, comunque,
farebbe di Tampu Toco il nucleo iniziale del recinto sacro, la cui collocazione
sarebbe quindi nel Machu Picchu e non a Pacaru Tampu, vicino a El Cuzco,
come dissero gli insigni indiani allo storico Sarmiento de Gamboa, che
li interrogava per ordine del Rey Toledo.
Dopo varie ore di viaggio su un treno
asmatico, quasi un giocattolo, che costeggia un piccolo torrente per proseguire
lungo i margini dell'Urubamba, passando dalle imponenti rovine di Ollantaitambo,
si giunge al ponte che attraversa il fiume.
Una strada serpeggiante, che dopo
otto chilometri di cammino si eleva a quattrocento metri sopra il livello
del torrente, ci porta sino all'hotel delle rovine. Siamo guidati dal signor
Soto, uomo di straordinaria erudizione sulle questioni incaiche e buon
poeta, che contribuisce, nelle deliziose notti del tropico, ad aumentare
il suggestivo incanto della città.
Machu Picchu, edificata sul picco
della montagna, abbraccia un'estensione di due chilometri di perimetro.
Generalmente la si divide in tre
sezioni: quella dei templi, quella delle residenze nobili e quella della
gente comune.
Nella sezione dedicata al culto,
si trovano le rovine di un magnifico tempio formato da grandi blocchi di
granito bianco: è quello delle tre finestre che serviranno alla
speculazione mitografica di Bingham.
Coronato da una serie di edifici
costruiti con grande finezza, si trova l'Intiwatana, il luogo dove si trattengono
i raggi del sole: un filo di pietra, di una sessantina di centimetri di
altezza, è l'altare del rito indigeno, uno dei pochi rimasti intatti
perché gli spagnoli, non appena conquistavano una fortezza Inca,
si preoccupavano subito di rompere questo simbolo.
Gli edifici della nobiltà,
come il torrione circolare già nominato, la serie di fontane e canali
intagliati nella pietra, sono di uno straordinario valore artistico. Le
numerose residenze sono anche memorabili per il fine lavoro d'incisione
che è stato eseguito sulle pietre che le compongono. Vorrei dare,
per ora, al Machu Picchu, due significati possibili.
Per l'uomo che lotta, perseguendo
quello che oggi si chiama chimera, rappresenta il braccio teso verso il
futuro, la cui voce di pietra grida solenne a tutto il continente: "città
indoamericane, riconquistate il passato!"
Per altri, e cioè per quelli
che semplicemente "odono il frastuono del mondo", credo sia significativa
la frase che ho trovato sul libro dei visitatori conservato nell'hotel,
e che è stata scritta da un suddito inglese, con tutta l'amarezza
della sua nostalgia imperiale: "I am lucky to find a place without a Coca
Cola propaganda". |