La giustizia sociale, un fine nobilissimo,
perseguito con grande dedizione fino al sacrificio
della vita. Vittorie e sconfitte di un uomo
che è diventato un mito della Storia



 
 
 

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Machu Picchu
Enigma di pietra in America
di Ernesto Guevara de la Serna
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Coronando un'altura di agresti e ripide fiancate, a duemilaottocento metri sul livello del mare e a quattrocento sull'Urubamba ricco di acque, si trova una antichissima città di pietra che, per estensione, ha ricevuto il nome dal luogo che la accoglie: Machu Picchu.

E' questo il suo nome originario? No, questo termine quechua significa "Collina Vecchia", in opposizione alla vetta rocciosa che s'innalza a pochi metri dal villaggio, Huaina Picchu, "Collina Giovane". Descrizioni fisiche riferite semplicemente al carattere degli accidenti geografici. Quale sarà allora il suo vero nome?

Apriamo una parentesi e ritorniamo al passato.

Il secolo XVI della nostra era fu molto triste per la razza aborigena d'America. Come un'alluvione, l'invasore bianco cadde in ogni angolo del continente e i grandi imperi indigeni furono ridotti in rovina. Nel centro dell'America del Sud, le lotte intestine tra i due eredi e pretendenti al trono del defunto Huaina-Capac, Atahualpa e Huascar, resero più facile il compito di distruzione del più importante impero del Continente.

Gli spagnoli, per mantenere quieta la massa umana che accerchiava pericolosamente il Cuzco, incoronarono il giovane Manco II, uno dei nipoti di Huascar. Questa manovra ebbe un seguito inatteso: le popolazioni indigene ritrovarono un rappresentante visibile, incoronato con tutte le formalità della legge incaica, possibile anche sotto il giogo spagnolo, ma un monarca non facilmente manovrabile, come invece avrebbero voluto gli spagnoli.

Una notte l'Inca scomparve con i suoi principali comandanti, portandosi appresso il grande disco d'oro, simbolo di Inti, il Sole, e da quel giorno non ci fu più pace nella vecchia capitale dell'impero.

Le comunicazioni non erano sicure, bande armate facevano scorrerie sul territorio, giungendo ad accerchiare la città e utilizzando, come base delle proprie operazioni, l'antica e imponente Sacsahuaman, la fortezza posta a difesa del Cuzco e oggi distrutta.

Correva l'anno 1536. La rivolta su grande scala fallì, e le truppe del monarca tolsero l'assedio al Cuzco ingaggiando l'ultima battaglia a Ollantaitambo, la cittadella fortificata sulle rive dell'Urubamba. La sconfitta segnò la fine degli scontri in campo aperto e diede inizio alla guerriglia, impegnando alla costante mobilitazione il potente esercito spagnolo.

Un conquistador disertore, accolto con altri sei compagni in seno alla Corte indigena, in un giorno di festa, in preda ai fumi dell'alcol, assassinò il sovrano. Immediatamente i dignitari gli diedero una morte orribile, insieme agli sfortunati compagni, poi sette teste vennero infilzate sulle punte delle lance e poste nei dintorni, a monito delle popolazioni.

I tre figli del monarca, Sairy Tupac, Tito Cusi e Tupac Amaru, regnarono e morirono uno dopo l'altro. Ma la morte di Tupac Amaru rappresentò qualcosa di più della morte di un sovrano: significò il crollo definitivo dell'impero Inca.

Fu l'inflessibile viceré Francisco Toledo, che fece imprigionare e poi giustiziare, sulla Plaza de Armas di Cuzco, nel 1572, l'ultimo sovrano Inca.

La vita di Tupac Amaru che, salvo una breve parentesi di regno, venne trascorsa in gran parte nel confino del Tempio delle Vergini del Sole, si chiudeva così, tragicamente. Nell'ora del supplizio, l'ultimo sovrano Inca, comunque, riscattò un passato non propriamente glorioso, con un coraggioso discorso dedicato al suo popolo e il suo nome è stato riabilitato dall'appellativo che ha assunto il precursore dell'indipendenza americana, José Gabriel Condorcan, Tupac Amaru II.

Cessato il pericolo per i rappresentanti della Corona spagnola, nessuno si preoccupò di cercare la base delle operazioni guerrigliere, Vilcapampa, la città tanto ben nascosta, abbandonata dall'ultimo sovrano in fuga e fatto prigioniero.

Incominciò allora una parentesi di tre secoli e un grande silenzio regnò sulle rovine. In molte parti del suo territorio, il Perù era ancora una terra vergine, con una flora non conosciuta, quando lo scienziato italiano Antonio Raimondi lo percorse in tutte le direzioni, dedicandogli diciannove anni della sua vita, nella seconda metà del secolo scorso.
Sebbene Raimondi non fosse un archeologo, mettendo totalmente in campo la propria cultura e le proprie capacità scientifiche, fu in grado di dare un impulso enorme allo studio del passato incaico; intere generazioni di studenti peruviani poterono tornare così, attraverso i suoi occhi e guidati dalla sua monumentale opera, El Perù, al cuore di una patria che non conoscevano; si rianimò anche l'entusiasmo degli uomini di scienza di tutto il mondo per le ricerche sul passato di un popolo che, in altri tempi, era stato grandioso.

Agli inizi del nostro secolo, lo storico nordamericano professor Bingham, giunto in terra peruviana per seguire le tracce degli itinerari di Bolivar, rimase soggiogato dalla straordinaria bellezza delle regioni visitate, affascinato dall'eccitante problema della cultura Inca. Tutto questo, aggiunto al bisogno di storia e di avventura che convivevano nel suo animo, lo portò alla ricerca della città perduta, base delle operazioni dei quattro sovrani ribelli.

Bingham era a conoscenza, dalla lettura delle cronache di padre Calancha e dagli scritti di altri autori, che gli Incas ebbero in Vitcos la capitale politica e in Vilcapampa la capitale religiosa; quest'ultima, situata un poco più lontano, non era mai stata rintracciata da nessun bianco. Con questi soli dati iniziò la ricerca.

A chi conosce, anche solo superficialmente, la regione, non sfugge la grandezza dell'opera intrapresa dal nostro professore, viste le zone montagnose, coperte da intricati boschi subtropicali solcati da fiumi che sono torrenti pericolosissimi, non conoscendo né la lingua né la psicologia degli abitanti.

Bingham vi entrò usando tre potenti armi: l'indistruttibile ansia d'avventura, la profonda intuizione e un buon pugno di dollari.
Comprando, con pazienza, ogni informazione e ogni segreto a peso d'oro, penetrò nel cuore dell'estinta civiltà. Dopo anni di arduo lavoro, seguendo metodicamente un indio che vendeva pietre vergini di fiume, Bingham, solo e senza la compagnia di alcun bianco, in un fatidico giorno del 1911, poté estasiarsi di fronte all'apparizione d'imponenti rovine, che gli diedero il benvenuto da dietro un'immensa copertura di sterpaglie.

Ma c'è anche un aspetto triste. Le rovine furono ripulite dalle erbacce, perfettamente studiate, descritte e poi... completamente spogliate di tutti gli oggetti di valore che erano caduti nelle mani dei ricercatori che portarono trionfalmente nei loro paesi, più di duecento casse colme d'inestimabili tesori archeologici e, perché non dirlo, anche di notevole valore monetario.

Bingham, obiettivamente parlando, non è colpevole; né sono colpevoli, in generale, i nordamericani. Non è colpevole allora nemmeno quel governo peruviano che era nell'impossibilità economica di finanziare una spedizione simile a quella che diresse lo scopritore di Machu Picchu.

Quindi non ci sono colpevoli. E va bene. Ma dove si possono ammirare e studiare i tesori della bellissima città indigena? La risposta è ovvia: nei musei nordamericani.

Secondo l'opinione di Bingham, Machu Picchu fu la prima dimora della stirpe quechua e centro d'espansione ancor prima della fondazione di Cuzco.

La riporta nella mitologia incaica, identificando le tre finestre di un tempio semidistrutto con quelle da cui sarebbero usciti i tre fratelli Ayllus, mitici personaggi inca. Incontra coincidenti somiglianze tra un torrione circolare della città scoperta e il Tempio del Sole di Cuzco.
Identifica gli scheletri trovati tra le rovine, quasi tutti femminili, con quelli delle Vergini del Sole.

Il rifugio dei guerrieri vinti, comunque, farebbe di Tampu Toco il nucleo iniziale del recinto sacro, la cui collocazione sarebbe quindi nel Machu Picchu e non a Pacaru Tampu, vicino a El Cuzco, come dissero gli insigni indiani allo storico Sarmiento de Gamboa, che li interrogava per ordine del Rey Toledo.

Dopo varie ore di viaggio su un treno asmatico, quasi un giocattolo, che costeggia un piccolo torrente per proseguire lungo i margini dell'Urubamba, passando dalle imponenti rovine di Ollantaitambo, si giunge al ponte che attraversa il fiume.

Una strada serpeggiante, che dopo otto chilometri di cammino si eleva a quattrocento metri sopra il livello del torrente, ci porta sino all'hotel delle rovine. Siamo guidati dal signor Soto, uomo di straordinaria erudizione sulle questioni incaiche e buon poeta, che contribuisce, nelle deliziose notti del tropico, ad aumentare il suggestivo incanto della città.

Machu Picchu, edificata sul picco della montagna, abbraccia un'estensione di due chilometri di perimetro.

Generalmente la si divide in tre sezioni: quella dei templi, quella delle residenze nobili e quella della gente comune.

Nella sezione dedicata al culto, si trovano le rovine di un magnifico tempio formato da grandi blocchi di granito bianco: è quello delle tre finestre che serviranno alla speculazione mitografica di Bingham. 

Coronato da una serie di edifici costruiti con grande finezza, si trova l'Intiwatana, il luogo dove si trattengono i raggi del sole: un filo di pietra, di una sessantina di centimetri di altezza, è l'altare del rito indigeno, uno dei pochi rimasti intatti perché gli spagnoli, non appena conquistavano una fortezza Inca, si preoccupavano subito di rompere questo simbolo.

Gli edifici della nobiltà, come il torrione circolare già nominato, la serie di fontane e canali intagliati nella pietra, sono di uno straordinario valore artistico. Le numerose residenze sono anche memorabili per il fine lavoro d'incisione che è stato eseguito sulle pietre che le compongono. Vorrei dare, per ora, al Machu Picchu, due significati possibili.

Per l'uomo che lotta, perseguendo quello che oggi si chiama chimera, rappresenta il braccio teso verso il futuro, la cui voce di pietra grida solenne a tutto il continente: "città indoamericane, riconquistate il passato!"

Per altri, e cioè per quelli che semplicemente "odono il frastuono del mondo", credo sia significativa la frase che ho trovato sul libro dei visitatori conservato nell'hotel, e che è stata scritta da un suddito inglese, con tutta l'amarezza della sua nostalgia imperiale: "I am lucky to find a place without a Coca Cola propaganda".

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