CAPITOLO 2 - L'EDUCAZIONE COSA CHIEDE

Per affrontare più direttamente il tema di questo lavoro poniamo idealmente al centro dell'osservazione la scuola e le sue necessità di esercitare una funzione educativa e formativa:

Questo schema propone che il ragazzo autistico entri nella scuola che ha prospettive di formazione e di sviluppo psico-socio-educativo, nelle migliori condizioni per essere educato in qualità e quantità.

 

  1. L'educazione cosa chiede alla terapia?

Dobbiamo riconoscere che si è creata un po' di confusione attorno alla parola "terapia" che etimologicamente, nell'applicazione medica, significa: "studio e attuazione concreta dei metodi per combattere la malattia"; oppure: "complesso dei mezzi e dei provvedimenti usati per combattere le malattie".

Una accezione molto comune è anche quella che indica la propensione ad annullare o a far sparire una determinata sintomatologia (per es, il dolore o la febbre; terapia sintomatologica).

Oggi si tende a definire terapia anche l'intervento che non cambia il rapporto del soggetto con la sintomatologia, ma che agisce in forma indiretta e, per lo più, si riferisce genericamente al "miglioramento della qualità della vita", concetto ben diverso dalla "qualità del vivere" perché non tiene conto dei parametri sociali, culturali, relazionali ed affettivi.

Noi crediamo di poter mantenere separata la terapia da altri interventi "cosiddetti terapeutici" proprio perché pensiamo che per l'autismo si possano ottenere dei risultati soddisfacenti per quanto riguarda la remissione dei seguenti sintomi:

In questo modo l'educazione può chiedere alla terapia che:

nell'ambito diagnostico:

nell'ambito dell'osservazione, della relazione e della comunicazione:

nell'ambito dell'applicazione:

Tali obiettivi possono essere raggiunti, ma richiedono anche una stretta collaborazione interdisciplinare con tutti coloro che partecipano all'attivazione ed alla ripresa del cammino dello sviluppo.

Non si può parlare di terapia se non si considera il recupero delle funzioni affettive autoriferite (senso di sé, autovalorizzazione, autosoddisfazione) ed etero-riferite (valorizzazione e rispetto dell'altro, considerazione dei bisogni e delle scelte altrui attraverso il feedback), per due motivi:

  1. per l'importanza per sé della relazione per produrre capacità di autogestione ed autodeterminazione;
  2. perché senza una crescita emotivo-affettiva non si può raggiungere neppure un adeguato sviluppo cognitivo-intelletivo (S. Greenspan; M. Mancia).

Vista sotto questo profilo la terapia risulta il metodo adeguato per raggiungere e sviluppare i prerequisiti per:

 

2 - L'educazione cosa chiede alle tecniche di recupero e di

riabilitazione?

Nell'autismo è veramente difficile valutare il Q.I. o, comunque, farsi una idea esatta delle capacità cognitive del soggetto. Viene riferito e l'esperienza quotidiana ce lo dimostra, si ha l'impressione che questi bambini abbiano buone potenzialità, ma, per altro lato, ci si scontra con:

Le maggiori difficoltà degli autistici interessano tuttavia il mondo relazionale e lo sviluppo sociale; in questo ambito sono ben note:

Tenuto conto di queste osservazioni, il modello terapeutico a sfondo riabilitativo deve:

  1. recuperare la funzione motoria e, soprattutto, la coordinazione complessa, in modo da superare i sensi di inefficienza e di incapacità che inducono atteggiamenti di opposizione e di rifiuto;
  2. rassicurare la presa di coscienza del proprio equilibrio statico e dinamico che, seppur non deficitari, generano ansie ed angosce imponenti. Va considerato che gli autistici si muovono poco e, per lo più, stanno seduti e/o in ginocchio, per cui lavorare sull'equilibrio risulta uno stimolo disturbante;
  3. mentalizzare che all'autistico bisogna insegnare tutto, anche le cose più semplici, proprio perché il suo meccanismo di pensiero é di tipo affettivo (non ragionativo) e quindi si elabora sull'esperienza e non sulla simbolizzazione. Non si può dare nulla per certo, per scontato e, quindi, ogni gesto, ogni atteggiamento, ogni atto deve essere riprovato, vissuto, ripetuto anche varie volte;
  4. predisporre e organizzare un lavoro di riabilitazione che permetta di estrapolare dalle esperienze, dalle similitudini e dalle correlazioni, tenendo conto che gli autistici mancano di simbolizzazione;
  5. affrontare con gradualità il tema della stuoia e dell'angolo di sicurezza, rispettando le reazioni d'ansia che possono essere superate moltiplicando questi punti o situazioni o oggetti che danno tranquillità. Tutti questi potranno via via essere tolti appena il soggetto avrà raggiunto la autostima e la autovalorizzazione che significano anche recupero della realtà;
  6. ricordare che i progressi sono continui, ma non per questo seguono una linea; momentanee pause o regressi non devono mai essere causa di disillusione o di paura d'aver sbagliato; la sicurezza si ottiene con l'applicazione del metodo che é stato studiato, provato ed approvato proprio con i risultati ottenuti ed ottenibili.

Quando parliamo di autismo, in realtà dobbiamo riferirci agli "autismi", sia per la variabilità dei quadri clinici, sia per la differenza di un caso dall'altro, che per la diversità dell'intervento da attuare tenendo conto di molteplici altri fattori:

Da questa enumerazione si evince la difficoltà dell'intervento riabilitativo e di recupero che diventa quasi impossibile se prima non si sono ottenuti, attraverso una terapia appropriata, i seguenti prerequisiti:

Questo legame tra terapia e interventi protesico-riabilitativi é importantissimo ed essenziale per produrre quella auspicata integrazione dell'autistico nella società oltre che nell'ambito della relazione interpersonale.

L'attività sociale e socializzante é l'unica veramente utile al disabile psichico per trovare un suo "posto" ed una sua dignità. La possibilità di moltiplicare le esperienze e, quindi, di produrre una crescita a catena e a cascata si può ottenere solo attraverso la partecipazione sociale che, per altro, quando é assente, determina una situazione di emarginazione poiché distoglie il portatore di handicap dal "discorso" e dalle dinamiche tanto arricchenti della quotidianità.

In questo sforzo di recupero, di riabilitazione e di reintegrazione, deve assolutamente inserirsi anche la famiglia, con tutti i suoi componenti. La dialettica intrapsichica e quella inter-psichica, in una fluida rigenerazione di linguaggio, di comunicazione e di compartecipazione, risultano il vero mezzo per superare e vincere l'arroccamento narcisistico ed il ripiegamento autistico.

Questo é anche il vero cammino per poter raggiungere l'obiettivo di consegnare alla scuola un soggetto capace di usufruire delle molteplici, poliedriche ed essenziali proposte educativo-formative attraverso quella strutturazione cognitiva e quella integrazione tra emozioni, affetti ed intelletto che é alla base della struttura della personalità.

 

  1. Cosa chiede l'educazione alla famiglia?

Di fronte alla complessità del problema le teorizzazioni, anche psicoanalitiche, non erano pronte per portare una soluzione a quesiti, non solo eziopatogenetici, ma anche di funzionamento mentale.

Ci sono voluti anni di applicazione ed anche di errori ed insuccessi per fare cambiare il punto di osservazione, spostandolo sui "momenti" di formazione della mente, sull'evoluzione psico-mentale.

Questa tematica difficile si é anche complicata per le tante situazioni limite che in questi ultimi anni si sono venute creando. La Signora Graciela Castellarnau, in Argentina, con i suoi tentativi di "fare qualcosa" per suo figlio autistico, nel totale abbandono delle istituzioni, é arrivata a creare una scuola per specialisti.

Considerando che se stiamo discutendo come inserire un autistico nella scuola dell'obbligo lo dobbiamo anche alla caparbietà, sagacità, intelligenza e determinazione di tante mamme, come si fa a chiedere a chi ha dato veramente "tutto"?.

Ci sentiamo comunque di dover chiedere alle famiglie una partecipazione diretta al processo di integrazione globale perché si attui non solo nell'ambito scolastico, ma in tutte le aree, così da portare il bambino ad un recupero, ad una riabilitazione psico-sociale ed infine a fare di persona le proprie scelte.

Per questo "cammino comune" i genitori devono essere disponibili a rivedere pre-concetti, pre-giudizi, pre-definizioni ed aprirsi anche a questa "nuova" proposta che prevede:

Possono sorgere dei dubbi:

Ci sono state molte sbavatur, incongruenze e dolorosi errori; oggi però il bagaglio teorico é aumentato enormemente e, soprattutto, si é sperimentato un approccio operativo che, come l'E.I.T., ha potuto dimostrare non solo efficacia, ma anche possibilità di dare risposte concrete, di comprendere i meccanismi mentali che sottendono ai comportamenti, di trovare nella relazione il meccanismo utile per impostare una vera psicoterapia.

Anche in questo ambito é la pratica a rispondere poiché i vari metodi (TEACCH; TOP-therapy; Decanato) e nuovi interventi (comunicazione facilitata; psicomotricità relazionale; ippoterapia) si sono rivelati efficaci e insostituibili in un approccio globale.

Proprio far sì che un inserimento diventi integrazione. Se un bambino normale ha bisogno sempre di un periodo di adattamento, dobbiamo per lo meno riconoscere che un bambino autistico, proprio per la gravità del disturbo dello sviluppo psico-mentale, richiede delle attenzioni speciali e per un lungo periodo.

L'esperienza attuale ci ha portati a considerare che si possono ottenere risultati tali per cui, alla fine del ciclo elementare, si consiglia di allungare la permanenza per almeno un anno (li "bocciamo" in 5° elementare e li facciamo ripetere) facendo sorgere problemi relazionali per la perdita dei compagni.

Diventa veramente più logico un periodo iniziale di un anno svolto nella scuola, ma in luogo preordinato, con una sola insegnante, svolgendo un programma preparatorio che consente di:

Per altro lato non ci sono controindicazioni poiché lo scolaro:

Ricordiamo anche che mettere il soggetto al centro dell'operazione rieducativa risulta fondamentale per l'autistico, ma anche per tutto il lavoro: l'interazione e l'approccio multiprofessionale sono il presupposto per un buon risultato.

Compiti della famiglia:

Quali benefici possono trarre anche i genitori?

  1. L'educazione cosa chiede alla scuola dell'obbligo?

Se, secondo un antico assioma, la scuola è maestra di vita , il modello educativo deve trasformarsi da "luogo dove apprendere" a opportunità per crescere, per diventare persona, individuo, cittadino: in ultima analisi è configurare patterns cognitivi capaci di strutturare le personalità.

Questo modello globale e globalizzante non è quindi solo sinonimo di "cognitivo" ma interessa anche altri aspetti del funzionamento psico-mentale che riguardano lo sviluppo affettivo, relazionale della comunicazione e della socializzazione.

Sotto questo profilo, ogni bambino che approda alla scuola dell'obbligo diventa una sfida in quanto porta la sua individualità e con essa i suoi "problemi" piccoli o grandi.

Considerazioni sulla legge n.30 10 febbraio 2000

Le nuove disposizioni legislative riordinano il sistema educativo italiano e l'Art.1 rdella legge prevede:

  1. scuola dell'infanzia = della durata di 3 anni: dai 3 ai 6 anni
  2. concorre all'educazione ed allo sviluppo affettivo, cognitivo e sociale ... promuovendo le potenzialità di autonomia, creatività, apprendimento e operando per assicurare una effettiva uguaglianza delle opportunità educative

  3. scuola di base = della durata di 7 anni: dai 6 ai 13 anni
  4. caratterizzata da un percorso educativo unitario e articolato in rapporto alle esigenze di sviluppo degli alunni

  5. scuola secondaria = della durata di 5 anni: dai 13 ai 18 anni

si articola nelle aree classico-umanistica, scientifica, tecnica e tecnologica, artistica e musicale

Nel nuovo ordinamento si evidenzia anche la scuola dell'obbligo che prevede:

- obbligo scolastico = dai sei ai quindici anni;

- obbligo di frequenza di attività formative = fino al compimento del

diciottesimo anno di età.

All' Art.1,comma 6 si legge:

Nel sistema educativo di istruzione e di formazione si realizza l'integrazione della persona in situazione di handicap a norma della legge 5 febbraio 1992, n.104 e successive modificazioni.

Questo nuovo ordinamento del sistema educativo, seppure dimostri ampie vedute ed anche una precisa volontà di offrire "pari opportunità", forse solo con il tempo e con l'esperienza pratica potrà veramente adempiere al suo mandato e strutturare un intervento educativo-formativo capace di integrare nella società i bambini autistici.

Vale la pena sottolineare che il legislatore ha previsto tre anni di prescuola, non obbligatoria (dai 3 ai 6 anni = scuola dell'infanzia), per facilitare e permettere lo sviluppo affettivo, cognitivo e sociale.

Dobbiamo però chiederci se i bambini autistici approderanno veramente a questi "lidi" o se, al contrario, continueranno a giungere alla scuola dell'obbligo senza avere ricevuto, molto spesso, la loro indispensabile terapia.

Oggi, purtroppo, la scuola, con le sue regole e la sua rigida struttura istituzionale, mette in crisi gli autistici e i meccanismi adattivo-supportivi ed anche di sopportazione disposti dalla famiglia.

Per questo, arrivano ancora alla terapia bambini già "grandi", di 7-8 anni, che sono più difficili da affrontare e "regolarizzare", per le loro strutture psico-mentali consolidate.

Tenendo conto di queste osservazioni, si può dire che sino a quando la "nuova scuola" non funzionerà secondo la nuova legislazione, sarà conveniente affrontare l'autismo secondo lo schema attualmente in uso.

Sino a quando non sarà introdotta in forma regolare la "scuola dell'infanzia" continueremo ad osservare che il primo anno della scuola dell'obbligo è il più delicato in quanto il bambino deve adattarsi ad una nuova "situazione esistenziale" che comporta notevoli cambiamenti ed importanti adattamenti.

L'autistico, in questa situazione, si trova senza dubbio in condizione di grande svantaggio rispetto ai normali poiché:

In queste condizioni la scuola deve prospettarsi un programma preciso per poter iniziare nel migliore dei modi il compito educativo e, soprattutto, predisporre il raggiungimento di condizioni valide per tentare un apprendimento formativo ed uno sviluppo cognitivo.

 

 

 



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