SULLA COMUNICAZIONE FACILITATA

Romeo Lucioni

Se vogliamo "capire" i meccanismi che vengono attivati nell'ambito della C.F. e, soprattutto, soffermarci sul tema fondamentale della valutazione dei risultati, l'analisi di questa tecnica deve essere affrontata da un punto di vista psicodinamico e tenendo conto delle connotazioni psicoanalitiche.

Spesso abbiamo letto che la C.F. induce degli errori di interpretazione per cui non è possibile misurarne l'efficacia; noi, al contrario, crediamo che questa tecnica sia molto importante (sempre che non sia presa come "… intervento curativo") e, pertanto, vale la pena studiarla molto da vicino.

Apporti molto più importanti tendono a mettere in guardia su possibili effetti iatrogeni che, per lo più, si riferiscono a spinte verso la psicosi. Da questo punto di vista, tutte le pratiche a carattere prevalentemente "educative" portano ad essere vissute come aggressive ed invasive anche perché nell'autistico è spiccato questo tipo di vissuto che, tra l'altro, induce espressioni decisamente fobiche e controfobiche.

La C.F. può essere presa come comunicazione perché offre qualcosa che può essere "letto", quindi interpretato; l'autistico produce qualcosa che ha un "senso" per chi lo legge e, quindi, può essere trattato quasi come segno di normalità perché inteso come risposta inequivoca all'accudimento, ai tanti "sacrifici fatti per lui", alle aspettative della madre (per esempio).

In questa dimensione, però, non si considera che:

Nella C.F., la dimensione dello scrivere e l'importanza dello "scrivente" che resta chiuso in sé e in un suo "non detto", ci riportano a considerare la dimensione del "dialogo" che si dovrebbe instaurare in una qualsiasi relazione.

Noi, che possiamo leggere lo scritto, possiamo capire se stiamo parlando e con chi parliamo?

Il bambino e la scrittura assumono un carattere "dimostrativo" dal momento che non parlano, ma danno da parlare poiché si presentano come un "linguaggio che permette una lettura".

C'è in questa situazione qualcosa di infantile e di "perverso" che funziona come "piacere per l'Altro" che può leggere senza comprendere, utilizzando, quindi, un reale svuotato di simbolico, nel quale la scrittura resta nel limite tra pulsione e fantasma.

La C.F. può quindi creare la situazione paradossale, ma reale, nella quale la scrittura (che non permette una lettura dell'inconscio) porta la madre (o gli educatori) a credere di ottenere un "fallo" che le da credibilità di esistenza, ma che costringe l'autistico nella sua "assenza".

Il bambino permette il "piacere" di A che viene posto al centro del processo che diventa "legge" nel rispettare il diritto dell'altro di ottenere piacere attraverso l'agire controfobico del "piacere di procurarlo".

Se, in qualche modo, lo scrivere diventa un mezzo per gratificare, per contenere le aspettative e le ansie, il modello della C.F. risulta per il bambino un "fare" controfobico, utile a controllare quel Super-Io castrante che è vissuto come "potenzialmente distruttivo".

Anche quando ci fossero delle parole, sarebbe impossibile sapere quanto queste rappresentino il soggetto; che valore abbia il transfert e se questo possa veramente strutturarsi e, quindi, permettere all'autistico di sviluppare la propria soggettività.

La C.F. non può assumere un ruolo curativo proprio perché manca la "parola" che è alla base del rapporto psicoterapeutico.

Nello "scritto" si celano, in realtà, due segreti: quello del bambino e quello dei genitori e degli insegnanti.

Nel primo si nasconde la necessità, espressa anche come desiderio dell'autistico di compiacere il bisogno di mettersi in relazione con quel mondo vissuto come "disturbante", pericoloso e carico di dolore.

Nel secondo il "non detto riguarda l'ansia degli educatori derivata dalla paura di essere, in qualche modo, causa del problema ed anche dalla frustrazione per non poter aiutare quel "piccolo così bello, così intelligente" che forse "… solo noi possiamo capire!"

Nel caso della C.F. possiamo parlare di paradosso perché è una comunicazione nella quale la "verità" sta nel non detto, mentre nel "linguaggio" (nella comunicazione verbale di terapia) tutta la verità sta, come dice Lacan, in quel che non si può dire e che viene detto a metà, o, in maniera criptica, attraverso il racconto di un sogno.

Sembra anche di poter leggere un altro problema che riguarda la verità nella C.F. perché, sebbene ci sia un "piacere" dei genitori nel ricevere qualcosa di scritto, questo induce inevitabilmente ansie ed angosce dal momento che c'é un silenzio sulla verità autistica, su quello che prova veramente il bambino.

Ricordiamo che l'atto stesso di scrivere evoca e causa solitudine o, come dice Isabel Goldemberg : "…escribir es penetrar en la afirmaciòn de la soledad donde amenaza la fascinaciòn".

Nella C.F. la scrittura viene comunque posta al di là del linguaggio, considerata come nodo o crocevia, ma, in modo alcuno, può diventare comunicazione: il segno dello scrittore non è altro che la singolarità della sua assenza.

In questa particolare solitudine si potrebbe rompere il significato della singolarità attraverso la parola, un dialogo sui vissuti, ma l'autistico non può produrre questa esperienza che si gioca tra lettura e significante, così resta sospeso tra reale e simbolico, tra sapere inconscio e sapere sviluppato nel reale.

In questo caso, se il terapeuta non parla con i genitori di "quello che sa", della "verità", questo "nuovo segreto" diventerà l'elemento persecutorio capace di indurre rifiuti ed anche importanti problemi psicopatologici che rendono ancora più difficile la relazione interpersonale e la socializzazione dell'autistico.

Per altro lato, spesso la C.F. diventa appannaggio dei desideri della madre che tende ad escludere gli altri, riproducendo la fantasia che "… solo io capisco e posso aiutare mio figlio!".

Anche in questo caso, bisogna fare molta attenzione che la bontà di un metodo non si trasformi in problematica iatrogena, creando conflitti o anche, come dice Liliana Ramasi, "… una propensione verso la psicosi".

Nella C.F. chi "parla" è sempre l'operatore, la madre, il docente, attraverso le loro aspettative; i loro inviti a continuare, le loro imposizioni rigide.

Il "paziente" resta "muto" o scrive, per questo non può "dire", parlare dei suoi vissuti interni; non fa crescere il suo inconscio che resta atrofico.

Nella relazione che si costruisce nell'E.I.T., i modelli comunicativi sono:

Questi "momenti comunicativi" diventano punteggiature di un discorso che, proprio attraverso queste (quando c'è un punto si comprende che la frase è finita), il paziente stabilisce "relazioni": con



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