AUTISMO E SCUOLA

Dott. Aldo Fumagalli

Scuola, maestra di vita!!

In questo assioma c’è tutta la saggezza di una "antica" esperienza alla quale si lega anche la più moderna concezione dell’educazione che vede la scuola non solo come "luogo dove apprendere", ma anche opportunità per crescere, per diventare "individuo" e "persona", per organizzare la personalità in un modo globale.

Se apprendere è, in qualche modo, sinonimo di "cognizione", lo sviluppo globale interessa anche altri aspetti psico-mentali: sviluppo affettivo, relazione, comunicazione e socialiazzazione.

L’uomo non può fregiarsi di questo titolo se non è in grado di comunicare con i propri simili, se non sa relazionarsi.

Parlando di autismo e scuola, scopriamo tutte queste definizioni o paradigmi proprio perché pensiamo, quasi automaticamente, ad un soggetto che ha inibite le possibilità di comunicare e che soffre di un blocco dello sviluppo psico-mentale o, forse meglio, psico-affettivo.

Un bambino autistico nella scuola è, prima di tutto, una sfida a compiere fino in fondo un "mandato" perché di lui dobbiamo fare una persona e un soggetto capace di crescere, svilupparsi e relazionarsi.

Il tema, per essere meglio affrontato, deve essere diviso in due parti che, naturalmente, si intrinsecano, si condizionano, essendo complementari.

In primo luogo guardiamo il soggetto autistico. Questo bambino, pur avendo tutti i suoi problemi profondi, nel primo impatto con la scuola, deve affrontare la relazione tra questa ed i suoi disturbi comportamentali.

L’isolamento, i movimenti coatti, le risposte aggressive, le fughe, l’anestesia affettiva, l’autolesionismo e il disagio nella relazione sono tutti motivi di disordine e di difficoltà per l’inserimento.

La scuola non é preparata per queste problematiche ed, inoltre, non è neppure in grado di gestirle, proprio perché non ha funzioni contenitivo-terapeutiche, bensì formativo-educative. Si deve quindi adattare ad una situazione alla quale non è adeguata, ma che assume con serietà per adempiere al mandato di "forgiare persone".

Purtroppo, il bambino autistico nell’ambiente scolastico tende ad isolarsi ed a cercare quel famoso "angolo di salvezza" che lo faccia sentire sicuro e calmi le sue tensioni emotive, caricate di ansia, di angoscia e anche di terrore.

Di fronte a questo quadro, sembrerebbe che non ci sia altro da fare che strutturare interventi contenitivi, ma, al contrario, l’esperienza ci ha portato ad attuare modelli operativi efficaci e positivi.

Si tratta di incanalare l’approccio con l’autistico verso una terapia specifica che permetta poi una integrazione di intenti tra insegnante e gruppo terapeutico. La legge che ha dato a tutti i bambini il diritto di frequentare la scuola dell’obbligo, prescindendo dalle loro potenzialità di base, deve essere riconosciuta come positiva e stimolante per raggiungere gli obiettivi, attraverso modelli innovativi e creativi. Le necessità di ricevere un supporto preciso dallo psichiatra e/o dallo psicologo che seguono l’autistico è dunque la scelta assolutamente necessaria poiché devono essere verificati:

  1. la tipologia autistica;
  2. il livello di regressione,
  3. le modalità di approccio possibile;
  4. i tempi di tenuta;
  5. l’operatività possibile e/o consigliabile.

Queste osservazioni devono permettere alla maestra di sostegno di:

All’inizio dell’intervento è fondamentale la collaborazione tra gli operatori della scuola e quelli della terapia, sia per non vanificare gli sforzi (sempre molto gravosi), che per portare il bambino ad uno sviluppo psicomentale coerente e consono alle possibilità/potenzialità.

Va sottolineato che il rapporto insegnante-bambino autistico, non è sempre uguale, dal momento che variano:

Si deduce, quindi, che una "buona" insegnante può fare riprendere il "cammino dello sviluppo" (quando il grado di disturbo non sia grave) utilizzando:

  1. le personali capacità di fare sviluppare processi di identificazione e di stabilire un "buon vincolo" (potersi fidare);
  2. la particolare situazione relazionale che si è instaurata tra il bambino e l’istituzione che, se da una lato fa pressione come restrizione e controllo, per altro, si pone come stimolo all’emancipazione, all’individualizzazione, alla conquista di libertà e, quindi, alla"soggettivizzazione".

Visto in questa ottica, l’inserimento di un bambino autistico nella scuola è sicuramente il risultato dell’intervento di quattro elementi:

il bambino – l’istituzione – l’insegnante – la madre dell’alunno.

Ognuna di queste "realtà" ha caratteristiche proprie che interagiscono tra loro determinando un complesso di intrecci causali e anche casuali. Possiamo anche cercare di semplificare l’esame di queste correlazioni considerando:

Da queste osservazioni si evidenzia che il problema dell’inserimento scolastico di un bambino autistico grava sulle figure dell’insegnante e della madre.

L’ INSEGNANTE deve:

  1. stabilire una buona relazione interpersonale e superare l’anestesia affettiva;
  2. controllare l’atteggiamento pantoclastico profondo e contenere le ansie e le angosce;
  3. sviluppare un valido senso di sé e l’accettazione delle possibilità e potenzialità personali come valori (sviluppo affettivo);
  4. affrontare limitazioni motorie;
  5. portare l’autistico a vivere nella reciprocità (primo passo per l’inserimento in gruppi di coetanei);
  6. stabilire un rapporto attraverso il quale poter essere costantemente di stimolo ad agire (la noia è la situazione più negativa; riprendere, dopo una pausa, è sempre difficile);
  7. valutare i risultati e, quindi, cominciare a programmare un intervento educativo, tenendo conto della scarsa tenuta, della necessità di tenere viva l’attenzione e, soprattutto, … non lasciarsi scoraggiare dalle necessità di comportamenti controfobici.

I problemi per l’insegnante derivano senza dubbio, dalle difficoltà di "leggere le informazioni" che il bambino manda consciamente e/o inconsciamente, soprattutto, perché spesso queste sono contraddittorie (vedi il caso delle espressioni affettive controfobiche e nella relazione triangolare con la madre).

Questo aspetto, però, deve essere affrontato con il terapeuta del piccolo, che funge da supporto anche in altre situazioni che sempre insorgono, per es., il tentativo della madre di introiettare la maestra insieme al bambino (come aveva già cercato di fare con lo stesso terapeuta).

Molto importante è anche il rapporto tra l’insegnante e l’Istituzione che deve dare un valido supporto per evitare situazioni che possono portare al "burn out".

La necessità di prolungare la permanenza dell’alunno autistico nella scuola primaria è sempre un motivo di discussione perché le insegnanti sono generalmente restie a prolungare "momenti di disagio" che il piccolo genera nella classe e la direzione tende a vedere come poco significativi i miglioramenti (soprattutto se analizzati solo sul piano educativo). Infatti, spesso, così come accade nella famiglia, nella scuola si tende a considerare "peggioramenti" le iniziative del piccolo che, uscendo dal suo stato "autistico", tende a prendere iniziative.

Un altro fattore negativo è rappresentato dal recupero del linguaggio; disabilità che è per tutti difficile da accettare e da affrontare. Questo tema ripropone quello della diagnosi precoce: se il bambino potesse entrare in terapia a 2-3 anni, evidentemente, arriverebbe all’età scolare in condizioni sicuramente più idonee per promuovere la crescita educativo-formativa e linguistico-razionale.

Si potrebbe prospettare l’idea di un certificato di idoneità e di normale sviluppo psico-mentale rilasciato dal pediatra di famiglia appunto intorno ai 3 anni; si avrebbe il tempo di iniziare un trattamento psicologico che favorirebbe un buon inserimento nella scuola dell’obbligo.

LA FIGURA DELLA MADRE risulta determinante nel rapporto con la scuola.

Sino ai sei anni ha cercato di fare "sempre di più" per il proprio figlio, scontrandosi, spesso, con coloro che non riconoscevano le difficoltà oppure la spingevano ad interventi terapeutici importanti.

Convinta di poter capire il figlio meglio di qualsiasi specialista, con caparbietà e determinazione di dargli "il massimo", ha accompagnato il bambino fino alla scuola, pronta ad affrontare le nuove difficoltà.

L’incontro con la scuola può essere letto come la "metafora della legge"; il piccolo autistico si trova di fronte alle norme, a dover rispettare regole di comportamento, tempi, spazi, relazioni. La metafora include anche la madre che, sino a questo momento ha "coccolato" il proprio figlio, difendendolo da ogni "pericolo", sopportando ogni sua stravaganza e i suoi deficit, ipervalorizzando gli atteggiamenti affettuosi a lei riferiti.

L’inserimento scolastico è motivo di tensione e di angoscia e si chiede:

Fin da quando era stata fatta la diagnosi di autismo la mamma si é prodigata per trovare il meglio per il figlio; ha lottato contro tutti, quando veniva aggredito da un ambiente o da una società insensibili o incapaci di sopportare le "stravaganze o le urla di un bambino"; non ha mai avuto difficoltà per capirlo, per comprendere le sue "sfumature di pensiero", i suoi "accenni di linguaggio".

Il piccolo l’ha sempre ripagata con abbracci (non sapeva fossero "affettuosità controfobiche"); non si è mai ribellato a lei ed anzi, chiuso in casa, non ha mai disturbato; si è sempre dimostrato ubbidiente se le sue richieste venivano soddisfatte!

Si comprende, quindi, come l’ingresso a scuola, crei un inconsolabile distacco, sorgano i dubbi perché ormai il piccolo resta solo a difendersi, deve … adattarsi, mentre prima era lei ad adattarsi!

La mamma ritorna a vivere momenti di dubbio su cosa sia meglio fare per lui, vive sensazioni di sfiducia, cerca di riprendere in mano la situazione proponendo una … "educazione condivisa" con la insegnante. Cerca modelli educativi e li propone alla scuola e le sembra ancora di fare troppo poco.

Il suo fare rappresenta il tentativo di inglobare in sé tutto ciò che riguarda il piccolo: solo nel suo "seno" lo sente difeso e protetto.

Il temere che la scuola possa fargli del male significa solo proiettare fuori di sé la paura di non essere sufficientemente in grado di fare quello che … "bisogna fare", tanto che nulla la soddisfa veramente; si retroalimenta una spirale perniciosa che non apporta nulla sul piano pratico, ma accresce le sue ansie profonde.

Proprio per liberarsi da queste ansie anche questa mamma, come del resto tutte le altre che hanno figli nella scuola, devono trovare nel padre quell’aiuto che è funzione di stimolo per la crescita e per lo sviluppo dell’individuo e della persona.

In questo modo la scuola, la famiglia e l’ambito terapeutico si uniscono per dare al piccolo autistico un ambito coerente, comprensibile, paritetico e rassicurante nel quale poter trovare un proprio spazio mentale per sviluppare i propri impulsi, la propria volontà ed anche quelle funzioni psico-mentali e psico-relazionali che sono alla base dell’ESSERE.

 

CONCLUSIONI

Nei confronti dei bambino autistici, la scuola si pone come nodo sociale, vale a dire come punto di incontro fondamentale che pone di fronte ad una realtà che, in un modo o in un altro, produrrà una trasformazione.

Oggi, nella scuola, questi bambini "particolari" entrano per esser "capiti e non studiati", per essere "aiutati e non irreggimentati".

Purtroppo spesso arrivano ancora senza aver cominciato una terapia adeguata, strutturata sulla persona e mirata sul recupero e sullo sviluppo delle funzioni dell’Io, basata sulla relazione, sulla crescita dell’autostima e sulla integrazione emotivo-affettiva.

La collaborazione stretta tra docenti e terapeuti si sta evidenziando come momento decisivo per il recupero e per il reinserimento sociale, ma ancora molto cammino bisogna fare prima di poter essere soddisfatti dei risultati e, soprattutto, sicuri di aver fatto tutto il possibile per questi ragazzi che, visti i risultati, sono recuperabili.

Un altro aspetto è la partecipazione dei famigliari, ma è certo che anche loro, per il miglior esito degli sforzi in favore dei loro figli, devono condividere tutte le tappe dei vari interventi con serenità, con tranquillità, con la certezza … di essere in buone mani.

La scuola è "punto nodale" e "nodo sociale" nel quale è strutturata una particolare "relazione psichica" che dà valore e importanza al "processo relazionale" per strutturare un "momento educativo e formativo".

In questo modo la funzione della scuola porta alla necessità di creare "persone", sviluppare individui e far crescere personalità; tutto ciò si può raggiungere a patto che si dia significato alla "relazione con l’altro". Gli "avvenimenti psichici" restano sempre incompleti se non si integrano al cospetto dell’altro, con la partecipazione dell’altro.

Questo è ciò che si evidenzia come "sviluppo affettivo", "crescita delle dinamiche emotivo-affettive" e, così, si comprende come non possa esserci sviluppo cognitivo e razionale, se prima non si sono sviluppate le valenze affettive.

La complessità della mente si evidenzia come integrazione delle spinte emotive, con quelle affettive e cognitive. Come la personalità si sviluppa in modo circolare o a spirale, così anche l’intelligenza risponde ad uno sviluppo in spiraliforme, secondo un modello che non è fatto a strati successivi, ma integrato ed integrante.

Il blocco psico-mentale, caratteristico dell’autismo, si può leggere come risultato di un meccanismo inceppato per il quale emotività, affettività e capacità cognitive non riescono più a integrarsi: il compito degli educatori è quello di rimettere in marcia questa "spirale" su di un piano che richiede la partecipazione coordinata della famiglia, della scuola, del gruppo terapeutico e dell’ambiente sociale.

Si tratta di:

Collaborazione non significa "rubarsi il bambino", ma trovare con lui, attorno a lui e per lui una capacità di dialogo e di comprensione reciproca.

In questi termini sembra di parlare di una società nuova, ma forse è proprio questo che ci dice il silenzio e l’isolamento di un bambino autistico … "portatemi in una società dove valga la pena di vivere" !!



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