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Leggenda di
Kinzica (leggenda pisana)
Siamo
a Pisa, di notte, nell'anno 1004, una donna, Kinzica Sismondi,
stenta a prendere sonno. All'improvviso sente dei rumori strani,
lontani, si alza dal letto e si affaccia alla finestra. In
lontananza, al di là del fiume, scorge un bagliore. Tutti
dormono nella sua casa, nessuno sembra essersi accorto di
nulla. Kinzica si getta uno scialle sulle spalle e
silenziosamente esce dalla stanza e poi dalla casa. Corre in
direzione del bagliore e più si avvicina e più si convince che
quello che vede in lontananza non può essere che fuoco,
realizza che la sua città sta subendo l'attacco di un nemico
feroce. Si ferma un attimo per decidere cosa fare, poi comincia
a correre a perdifiato verso il palazzo dei Consoli. Li chiama a
gran voce mentre batte con forza l'anello contro la porta
e qualcuno nella strada comincia ad affacciarsi alle finestre.
Kinzica, senza fiato, racconta ai Consoli dell'attacco e questi
danno l'allarme suonando le campane. I rintocchi delle campane
nel silenzio si amplificano e terrorizzano i musulmani che
stanno mettendo a ferro e fuoco i sobborghi a sud del fiume. I
nemici fuggono e Kinzica viene celebrata come un'eroina.
Probabilmente,
la storia non ha alcun valore storico, ma i pisani ricordano
Kinzica intitolandole un quartiere (quello che ora è dedicato a
San Martino) e ponendo una sua statua sulla facciata di palazzo
Tizzoni.
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Leggenda
di Agrippina (Bacoli)
A Bacoli (Napoli) dove
c'è la tomba di Agrippina, si dice che nelle notti estive, con
la luna piena, compaia il fantasma della madre di Nerone alla
perenne ricerca del suo amante.
Agrippina usa l'acqua
come specchio per pettinarsi i lunghi capelli e lascia sul suo
cammino una scia di delicato profumo. |
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Leggenda
della donna palmata (Perù)
Orejona arrivò sulla
terra, sul lago Titicaca, in una nave d'oro.
Aveva un viso bellissimo,
grandi orecchie ed era palmata.
Ebbe 70 figli che
popolarono la terra prima della nascita del popolo Inca e così
fu considerata la madre dell'umanità.
Un
giorno Orejona ripartì con la sua nave d'oro verso le stelle e
non fece mai più ritorno. |
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La baronessa di Carini (leggenda
siciliana)
a cura di Francesco Volpe
La leggenda narra la
morte di Donna Laura Lanza che a soli 14 anni andò sposa, per volere
del padre, al barone di Carini. Ben presto, delusa dalla vita
matrimoniale e dai continui abbandoni del marito impegnato nella cura
della sua proprietà, la baronessa si innamora di un amico d'infanzia,
Ludovico Vernagallo, e ne diventa l'amante. Scoperta dal marito e dal
padre, Laura viene uccisa insieme a Ludovico. Si narra che su una parete
del castello di Carini ci sia ancora l'impronta insanguinata della
baronessa e che il suo fantasma vi si aggiri senza pace.
Nella realtà,
esistono dei documenti dai quali risulta che il Vicerè di Sicilia,
informa, all'epoca, la Corte di Spagna che il Conte Cesare Lanza ha
ucciso la figlia Laura e Ludovico Vernagallo. Questo documento avvalora
l'atto di morte della baronessa, redatto il 4 dicembre 1563 e che si
conserva nell'archivio della Chiesa Madre di Carini insieme a quello di
Ludovico Vernagallo. Non esiste, invece, alcuna prova che tra Laura
Lanza e Ludovico Vernagallo ci fosse qualcosa di diverso dall'amicizia.
Quindi Cesare Lanza di Trabia, complice il genero, uccise per leso onore
della famiglia, la figlia Laura e fece uccidere da un sicario Ludovico
Vernagallo. Cesare Lanza non fu mai punito per il suo delitto ed il
marito di Laura si risposò poco tempo dopo.
Memoriale
presentato da Cesare Lanza al Re di Spagna per discolparsi del delitto
della figlia Laura
Sacra Catholica Real
Maestà,
don Cesare Lanza,
conte di Mussomeli, fa intendere a Vostra Maestà come essendo andato al
castello di Carini a videre la baronessa di Carini, sua figlia, come era
suo costume, trovò il barone di Carini, suo genero, molto alterato
perchè avia trovato in mismo istante nella sua camera Ludovico
Vernagallo suo innamorato con la detta baronessa, onde detto esponente
mosso da iuxsto sdegno in compagnia di detto barone andorno e trovorno
detti baronessa et suo amante nella ditta camera serrati insieme et
cussì subito in quello stanti foro ambodoi ammazzati.
Don Cesare Lanza
conte di Mussomeli
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