
S. Salvatore
La storia
E' la più bella chiesa quattrocentesca della montagna, dove spira un'aura satura di misticismo non ancora rarefatta dall'arte successiva. Nella maggiore perfezione formale s'incarna una religiosità semplice e profonda, vibrante nell'austerità architettonica e nelle iscrizioni ancora a caratteri gotici sottostanti ai dipinti. L'antica pieve di S. Maria, dipendente dall'Abbazia di S. Eutizio fin dal 1115, fu ingrandita a due navate verso il sec. XIV sull'architettura delle altre della valle: Montebufo, S. Montano, S. Andrea, Madonna Bianca.
Era chiamata dai documenti eutiziani "Plebs S. Mariae de Campli o S. Maria in planitie" fino alla fine del sec. XV, quando perdette il dominio abbaziale ed il Plebato, per venire assoggetta alla Parrocchia di S. Andrea del Castello. Anche dopo che fu costruito il Castello mantenne sempre grande importanza per l'iconostasi del miracoloso Crocifisso, come mostrano alcuni dipinti di miracolati. I grandi restauri ed abbellimenti sono l'ultimo raggio di civiltà del dominio abbaziale e specialmente del governo dell'abate Epifanio (1453) che inviò scultori lombardi e pittori come Nicolò e gli Sparapane. Dopo di che cambiò il nome in quello del S. Salvatore.
Lo sviluppo architettonico
La chiesa sorge presso la sorgente del fiume Campiano che modestamente alimenta il Nera. Nella sua bianchezza, dovuta alle pietre squadrate della facciata e del campanile costruito nel sec. XVII, invita il passante della limitrofa strada rotabile. Nelle fondamenta e negli speroni si scorgono grosse pietre e tronchi di colonne di costruzioni precedenti etrusco-romane.
Nel 1000 la Pieve etra già costruita, come attestano i documenti eutiziani; doveva essere di stile preromanico o bizantino. Di questa prima costruzione si trovano tracce forse nel pluteo della fontana presso Casa Angelini e nel Battistero cilindrico.
Nel 1200 la Pieve doveva occupare in parte l'attuale navata sinistra. Dobbiamo immaginarla ad unica navata a volta. Rettangolare, con una facciatella ed un campaniletto a vela. Della Pieve romanica abbiamo forse dei ricordi in quelle quattro monofore a sguancio che adornano la parete destra e che demolita questa furono trasportate, nei rifacimenti, nell'attuale parete della seconda navata.
Sappiamo che nel 1328 vi fu un terremoto disastroso per tutta la Val Castoriana e la Pieve si dovette restaurare alla meglio in vista di più ampi progetti.
Verso la fine del sec. XIV fu allungata, le volte demolite furono sostituite da quattro campate simmetriche dalle ampie vele poggiate sulla parete sinistra e su piloni della parete destra in vista di una seconda navata. Nel fondo della navata fu elevato il presbiterio e questo fu forse ornato di un grazioso baldacchino in pietra, sorretto anteriormente da due snelle colonne e posteriormente dalla parete di fondo e dalla parete sinistra. Quelle colonne sfaccettate, dopo il crollo, servirono a sostenere l'Iconostasi nel secolo successivo. Era quello il tempo del risveglio artistico nell'Umbria: ovunque sorgevano chiese francescane romanico-gotiche. Gli stessi artisti che lavoravano a Visso e Norcia furono chiamati dai Benedettini per ampliare la bella Pieve di Campi.
Fu allora che la facciata in pietra levigata venne ornata con un portale nuovo come ora si scorge nella parte sinistra, delimitata dalla linea verticale che si scorge sulla facciata in direzione della colonna, linea che corrisponde anche posteriormente, accanto al campanile.
Nel sec. XV la Pieve ampliata con la navata destra fu arricchita di un portale più dovizioso con colonnine tortili angolari, continuata anche nell'archivolto ogivale al di sopra delle mensole riccamente scolpite.
Gli affreschi più importanti
La Crocifissione di Campi ( arte riminese - scorcio sec. XIV )
Per grandezza ve n'è altra simile a S. Antonio di Cascia. Essa dimostra quanto ritardi l'arte in montagna, dove ancora all'inizio del Quattrocento si continua lo stile giottesco. La scena è condotta a gruppi; inizia a sinistra col piccolo gruppo dei committenti, poi quello dei trombettieri, quindi delle pie donne sostenenti l'Addolorata, segue il gruppo dei soldati che traggono a sorte la veste, poi Longino aureolato a cavallo e altri soldati in una scena assai movimentata. Solo la Maddalena abbracciata alla Croce è isolata nel suo dolore. Notevole è la differenza che il pittore ha voluto dare ai due crocifissi laterali. Da quello di destra esce l'anima dannata in forma di bambino ghermito da un diavoletto, da quello di sinistra l'anima è accolta dagli Angeli. Nella cornice dell'arco, quattro Evangelisti e quattro Profeti maggiori rilevano nei filatteri gli episodi della passione.
Sullo sfondo della montagna rudimentale spicca il volto biancastro del Cristo a morte avvenuta; le forme longilinee del suo corpo sono nobilissime. Le braccia sono stese quasi orizzontalmente; ai lati, i Benedettini vollero dipinti i loro fondatori Benedetto e Scolastica, patroni del comune di Norcia da cui Campi dipendeva e dipende tuttora.
Il soggetto apparteneva al patrimonio comune dell'arte senese e giottesca. Ne avevano trattato ampiamente il simonesco Barna a San Gimignano ove si scorgono disposti gli stessi gruppi della passione, il triangolo dei soldati che sorteggiano la verste, il gruppo delle Marie, il movimento dei cavalli irrequieti, la tragicità della scena.
La primitività dell'affresco è dimostrata dalle linee impacciate del disegno. Nel gruppo dei soldati sotto la croce si scorgono ancora i disegni condotti sull'intonaco senza essere ricoperti più dall'affresco. Le vesti non modellano i corpi ma si gonfiano piegate a falce.
L'impressione complessiva è che gli ignoti pittori di questo affresco abbiano badato di più alle invenzioni fantastiche e grottesche, alla foggia delle vesti a scacchi e a fiorami bizzarri orientalizzanti, all'oscillare delle code, al battere irrequieto degli zoccoli per la lunga attesa, piuttosto che alla partecipazione attiva al mistero della Croce.
L'iconostasi (1464)
L'anno avanti l'iconostasi del Crocifisso era stata abbellita dal parapetto. La fece conoscere il Sordini che così la descrisse: "La nave di sinistra, a metà della sua lunghezza, è completamente attraversata da una specie di arco o loggia in muratura a tre fornici sulla fronte. Nel centro di questa, verso la porta di ingresso, si apre un arco a tutto sesto mentre i laterali sono a sesto acuto. L'arco centrale e le ricadute dei laterali poggiano su due svelte colonnine ottagonali di pietra con basi modanate e capitelli scolpiti, mentre le estreme degli archi laterali impostano a destra su di un pilastro e a sinistra sulla parete della nave…"
Il prospetto è costruito di 18 archetti ciechi a tutto sesto, trilobati, sostenuti da colonnine tortili a spira o a segni geometrici vari che nei nasi triangolari presentano fiori e foglie di acanto scolpiti. Questa scultura frontale fu compiuta, secondo l'iscrizione posta sotto l'archetto centrale sulla cornice in pietra, nel 1463.
Si affacciano, per tre quarti, Apostoli e Santi.
La cena della parete sinistra (1474)
Nel fornice della parete della terza crociera della Chiesa, sopra all'apparizione di Gesù a Limbo, fu dipinta dagli Sparapane una Ultima Cena, compiuta contemporaneamente ai dipinti del terzo arco e della crociera del presbiterio, per l'identità di stile.
Sulla mensa della cena è una tovaglia in stile peruginesco, mentre serve a tavola un valletto in costume medievale.
Madonna della Croce
Due erano in Campi le chiese dedicate a S. Croce. Una sorgeva sull'erta che conduce al vecchio Castello, l'altra, detta "S. Croce in Valle" sorge tuttora ai confini della Guaita di S. Eutizio nel fosso di Tuscia.
La Chiesa, col suo Eremitorio - tuttora (1998) vi vive in preghiera un eremita, già missionario in Africa - risale al sec. XIV, poiché viene elencata nel codice "Pelosius" nel 1393 come soggetta all'Abbazia eutiziana.
Sull'altare era venerata una statua lignea della Madonna col Bambino ( ora conservata nel Museo Diocesano di Campi, considerata la Patrona del Paese e che viene ricondotta nella Chiesa, portata in solenne processione, durante la celebrazione della ricorrenza annuale nella prima settimana di settembre) che dette il nome alla chiesa "Madonna della Croce".
Si tratta di una piccola scultura dell'inizio del secolo XV, alta circa cm. 65 x 40, che rappresenta la Vergine seduta in trono, mentre regge con la destra una piccola croce e con la sinistra, ritto in piedi sulle ginocchia, il Bambino, coperto di lunga tunica rossa, occupato nella lettura del libro sacro.
La Madonna portasulla testa una fazzuola bianca che le scende sulle spalle e una corona turrita; indossa una veste rossa stretta ai fianchi da una cinta e sopra un manto verde, con bordi inferiori orlati di crocette d'oro e broccato a fiori cruciformi, che in abbondanti pieghe le scende sulle ginocchia alla maniera delle sculture abruzzesi.
La scultura difetta di proporzioni tra i volti e il rimanente dei corpi per cui deduciamo trattarsi di una ricomposizione avvenuta alla metà del sec. XVI di una scultura del sec. XV.
Madonna del Cerqueto
E' detta "La Cona" ed è una tipica cappella di campagna che tuttora dal castello si scorge sulla vecchia via che attraverso Capo del Colle conduceva a Norcia. Sulla facciata è un piccolo atrio, con avancorpo ormai diruto.
Su di essa un'esortazione ai viandanti: "Non sit tibi grave, transeundo, dicere pater et ave." (Non sia di peso, mentre passi qui davanti, recitare un Padre Nostro ed una Ave Maria)