INTERVISTE
ed altro... (1° parte)




ROGER WATERS
DAVID GILMOUR
JEFF BECK
STUART ELLIOTT (1)
STUART ELLIOTT (2)
PRINCE
DONAL LUNNY
PETER REICH
ROY HARPER
ANGRA




 

 

ROGER WATERS


Cap Ferrat, 18/09/’86.
L= Lupo W= Waters

L - Roger, è ufficiale oramai: Gilmour e Mason faranno un disco entro un anno con il nome ‘Pink Floyd’.
W - "Con il nome Pink Floyd 1987, prego. I Pink Floyd veri non esistono più. Dal ‘62 all’83 io in prima persona e Richard Wright siamo stati i creatori delle musiche dei P.F.: io con le mie idee e i miei disegni, Richard con la sua melodia.
Gilmour prima di Jeff Beck e Jimi Hendrix è il più grande chitarrista di sempre, sperimentatore delle nostre grandi idee. Anche se in qualche modo è stato con noi sempre, ti ricordo che è entrato a far parte del gruppo solo nel dicembre del ‘67, ma la prima composizione è arrivata molto più avanti: "A Saurcefull of Secret", che fu ispirata da me e Nick Mason mentre disegnavamo forme di architettura, e Dave e Richard sperimentavano i rumori con il piano e con la chitarra strofinando sopra le corde i ditali.
Da "More, cominciò a collaborare all’idea nelle canzoni 7-8-9-10-11 (finalizzando la pista dei MI minori o maggiori con la chitarra) ma a livello marginale in campo compositivo: in quest’ultimo era molto più importante Mason. C’era una totale assenza di quanto si possa supporre del suono "Fender Gilmour", ma sembrava un perfetto session man con qualche idea geniale. Con "Ummagumma" lo mettemmo alla prova, visto il mio scetticismo, per un’idea di Richard (Wright) che una sera dentro la sala uno di Abbey Road ebbe uno dei pochi momenti di personalità, dicendomi che dovevamo fugare i dubbi sull’eventuale sostituzione di Gilmour. Perché la fretta della nostra scelta di non provare neanche a chiamare Jeff Beck (primo per paura di un suo rifiuto, e secondo perché sarebbe stato difficile da governare essendo un’artista già affermato e in possesso di un carattere egocentrico misto ad un istrionismo eclettico, fantastico, ma non sintonizzato ad un modello compositivo, il nostro stile), era stata determinata dal fatto di voler creare il chitarrista personale dei Pink Floyd tirandolo su con il nostro sound e lanciandolo anche compositivamente, per vedere il risultato di unire un giovane sperimentatore con suite e melodia. Visto che la noia regnava sovrana in quel momento e Gilmour risultava molto positivo in zona’ live’, decidemmo di racchiudere il nostro lavoro ‘on the road’ in una parte del disco che stava per uscire, dato che le differenze dallo studio alla dimensione live erano molto pesanti e la voglia di sperimentare a mano libera le proiezioni ottagonali dei nostri paradisi musicali erano tante, approfittammo per vedere David all’opera da solo, senza che subisse pressioni. Era molto smarrito e impacciato , e non fece poi un grande lavoro, una bella canzone ma in fase compositiva era molto indietro, e i dubbi rimasero.
Al momento dell’aggancio in "Fat Old Sun", da "Atom Heart Mother", fu un buon esempio di sicurezza, ma anche se nella suite centrale ci fu un passo avanti la chitarra era forse ancora troppo blues. Così per "Zabrinskie Point", e con "Echoes", in "Middle", ci furono buone idee in studio ma la sorpresa non derivò dalla sicurezza acustica con cui eseguì "A Pillow of Winds" bensì dallo slide di "One of These Days" e dalla resa live della stessa "Echoes"!
Sembrava aver trovato piano-piano e faticosamente uno stile ineguagliabile, grazie ai concerti e ad "Obscured by the Clouds", che lo riportò un po’ più indietro rispetto alla composizione ma in avanti per quanto riguardava il suono! Lì nacque il suono Gilmour, inimitabile ma steso dalle mie idee e dai tappeti sonori di Richard, raramente dalle percussioni più che dalla batteria di Nicholas. Ed è sempre stato così:
"The Dark Side of The Moon", "Wish You Where Here", componeva la parte di chitarra ma sempre su idee mie e di Richard."

L - Possiamo dire che "The Dark Side of the Moon" fu il capolavoro di Waters-Wright con delle perfette entrate compositive o fasi di sviluppo di Mason-Gilmour?
W - "Esatto, perfettamente esatto, questo è stato uno dei motivi del mio imbestialimento per l’imborghesimento sonoro di Richard Wright."
L - Chitarrista numero uno su idee di altri!
W - "Se guardate la versione integrale del film "Pink Floyd at Pompei", vedrete che nell’azione della registrazione dell’assolo di "Brain Damage" io dirigo Gilmour dalla console con vari tipi di assoli, e che poi non ne sceglierò nemmeno uno se non molto largo. Questo è accaduto migliaia di volte. Così per "Dogs" in "Animals", per le parti di "The Wall" soprattutto, e per "The Final Cut" figurati."
L - Cosa ne pensi di Kate Bush?
W - "Ah, Ah, so dove vuoi arrivare! Come ti chiami?"
L - Carlo Alberto.
W - "Ecco Charlie, le trappole tirale ad un altro. Io non parlo!"
L - Ti riferisci al fatto che hai violentemente denunciato Gilmour per averle consentito l’uso dell’elicottero da "Another Brick in the Wall" (part 2)?
W - "Fermo restando che il kind permission deve essere firmato da tutti e quattro (allora c’era ancora Wright), è altamente illegale: non c’erano le firme di nessuno di noi (Mason, Wright, James Guthrie, e Waters). Tra noi c’era sempre stato e c’è una specie di codice non scritto a proposito di non far trapelare le nostre cose o le nostre trovate, sia di tipo tecnico che sperimentale."
L - Forse Gilmour ha un debole per la bella del Kent?
W - "Smettetela con queste cose. Dave ha un debole per Katerine Bush poiché bambina l’ha presa per mano e l’ha portata ad Abbey Road.
Il suo è un sentimento fraterno, di natura protettiva. Personalmente la ritengo una grandissima e bellissima artista, molto furba, molto decisa, ma ciò che è accaduto non implica una sua colpa (lei è stata molto brava a infilarsi in una bolgia burocratica) quanto uno sbeffeggiante menefreghismo da parte di Gilmour nel dare una cosa mia, di Wright e di Guthrie, senza chiedere il nostro permesso che sarebbe stato negato.
Questa è un’altra cosa che Dave pagherà molto, lo assicuro. Anche se so che per fortuna una parte della registrazione è stata tolta alla Bush.
Da parte sua, Bush, molto umilmente e diplomaticamente, seppur a giochi fatti, mi ha scritto una lettera in cui mi ha fatto le sue scuse e mi ha confessato che in quel momento l’utilizzo di quella pista magnetica già pronta, e quindi la non ricerca della registrazione a presa diretta che è molto costosa, l’aveva aiutata molto sia per l’idea che per la parte economica in sé. La realizzazione dell’album le ha richiesto grosse spese, soldi che erano stati già succhiati dal precedente disco le cui vendite erano state infelici. Per me però, "The Dreaming" è uno dei migliori esempi di dark music mai realizzati."

L - Apprezzi molto Kate Bush?
W - "E’ un’ottima artista. Sono molto legato per motivi miei all’album d’esordio "The Kick Inside", un esempio di liquid music formidabile.
Ricordo quel musino impaurito e curioso che non perdeva mai di vista Nick Mason, durante il soggiorno ad Abbey Road mentre noi registravamo "Animals": evidentemente la scala musicale di Mason fece colpo perché quella sonorità la riportò in sviluppo perfetto, tramite Elliot, nel suo album d’esordio.
Comunque è meraviglioso, anche se più terreno, il secondo
['Lionheart']. Reputo perfetto come il primo, "Never For Ever", un album di cui non saprei distinguere una canzone, ma nel quale l’uso del Fairlight è davvero celestiale. Mai mi sarei aspettato che un giorno una donna potesse [!] compiere quello che io e Richard avevamo fatto nel ‘72.
Per certi versi credo che lei abbia addirittura sviluppato la formula dell’ 'Echo VCS 3'!"

L - Molti erano scettici dopo "The Dreaming"...
W - "Quella donna è un cavallo di razza che se non è disturbata da fattori esterni non sbaglia. E’ un po’ come me, soffre le cose quando le fa.
Ha come un parto. Per questo non sbaglia, perché soffre."

L - Non fa concerti, però!?
W - "Anche in questo mi assomiglia: siamo troppo complicati, dei maniaci perfezionisti, immersi in uno spazio temporale che non appartiene a nessuno e che non sta in nessun posto, se non nel nostro stesso.
Io per non avere la gente tra le palle ho eretto addirittura un muro, così se volevo dall’altra parte potevo anche suonare in mutande!"

L - Ce l’hai un aneddoto su Kate Bush?
W - "Ricordo che avevamo terminato la session di chitarra di "Pigs" [da 'Animals', '77], e per dieci minuti io e Wright abbiamo seguito Gilmour, che aveva preso letteralmente per mano questa ragazzina impaurita. Sembravano babbo e figlia [Gilmour era alto un metro e novantuno e a quei tempi aveva la barba, ndt], Gilmour che faceva il giro delle sale tenendole la mano, poi la stanza del piano con una piccola ‘strip recording’ [piccola saletta per le prove di incisioni acustiche] in cui Dave ripeteva a questa mutissima ragazzina: "Fai come fossi a casa tua"!
Dalla sua tasca uscirono tantissimi foglietti colorati e un piccolo pupazzo a forma di ippopotamo. Poi accadde una cosa curiosa: Gilmour si tolse le scarpe e lei cominciò a cantare e a suonare, con lui che segnava una montagna di accordi. Dopo un po’ anche lei fu senza scarpe e cantava con un falsetto acutissimo in scala. Wright molto tranquillo disse che era una melodia davvero bella e suonò per un po’ un passo alle tastiere con lei, mentre io dissi a Gilmour che aveva per mano un talento di grande originalità! Lui molto bruscamente mi disse: "Lo so!", al che io gli risposi di non sprecare molti accordi con lei perché mi sembrava che aveva le idee molto più chiare di quanto non le avesse lui, e quindi di comportarsi di conseguenza. Era molto carina e assetata di sapere.
Comunque, Wright le fu molto vicino in quei giorni durante la registrazione di "Animals", più che altro nel risuonare le armonie delle idee della ragazza.
Un’altra visita fu ai "Miravel", in Francia. Fu in occasione delle registrazioni di "The Wall", ai "Superbear". Lei era in tournée in Francia, credo a Parigi, e fu molto contenta di trovarci Nick e Wright. Andò a mangiare con loro due, Gilmour e Alan Parson, che in quei giorni era con noi per sostenere James Guthrie su un suono che avevo usato ai tempi di "The Dark Side Of The Moon".
La cosa curiosa fu che Wright mi disse che gli aveva chiesto se io ero Roger Waters. Evidentemente non mi aveva riconosciuto!"

L - Cosa farai adesso?
W - "Non lo so. Credo Roger Waters. Per il momento prenderò un tè."


 

 

DAVID GILMOUR



Roma, 20/09/'94, ore 17:50.

Dopo un'attesa di quasi un'ora per i permessi, possiamo finalmente entrare all'hotel "Aldovrandi" ai Parioli, per scambiare quattro chiacchiere (4) con David Gilmour, il chitarrista dei Pink Floyd, prima della seconda data romana delle tre previste (19/20/21):

L= Lupo G= Gilmour
L - Benvenuto David.
G - Grazie. Siamo quì già da due giorni.
L - Ieri sera ci avete sorpreso, non ci aspettavamo che "The Dark Side of the Moon" aprisse la seconda parte dello show. Che emozione...
G - Lo faremo anche stasera. Quando abbiamo la tappa lunga è chiaro che modifichiamo la scaletta, ma in questo caso le avevamo programmate tutte.
L - Ieri sera hai ringraziato Roger Waters al microfono per i "kind permission" su musiche, testi, luci, pupazzi e compagnia. Come sono andatele cose tra di voi, è utopia rivedere insieme i mostri sacri per eccellenza del rock? E' una questione di soldi?
G - Se esistono i Pink Floyd lo dobbiamo a Waters, che ci ha dato la possibilità di trovarci assieme per una vita e suonare, dato che ci ha scelti lui. Per quanto riguarda noi, siamo tranquilli. Certo la tournèe e il disco precedenti hanno avuto un travaglio bestiale. Mi ero ritrovato praticamente a dover fare tutto io. Mason non credeva più tanto nei suoi mezzi, e Richard non ne voleva sapere di tornare ad essere un membro del gruppo ed infatti fece tutto in qualità di session man senza creare nulla. La tournèe fu purificatrice e dopo poco tornarono ad essere quegli splendidi musicisti che tutti conoscete. Noi non ci siamo mai sognati di dire a Waters di andarsene, anche perché in quegli anni, è duro ammetterlo, comandavo lui in lungo e in largo. E' bravissimo a gestire la gente che gli sta intorno.
Ci disse solo che era finita l'era dei Pink Floyd e che non c'era la minima idea di andare avanti. I Pink Floyd dovevano morire. A noi tutto sommato tornerebbe più comodo se lui tornasse a suonare con il gruppo, rispiarmeremmo una montagna di soldi che dobbiamo sempre versare in diritti d'autore, esibizioni e così via. Ma se lui non tornerà mai più se lo scordi pure che noi si molli la presa, non sono certo stato venticinque anni a dare il meglio della mia vita ad una cosa che poi qualcuno che non sono io vuol distruggere.
Waters è ed è stato importantissimo per i Pink Floyd, ma anche noi siamo i Pink Floyd e l'uno compensa l'altro. Noi siamo qui, che ci raggiunga lui.

L - Si potranno sistemare le cose tra te e lui?
G - Non sono il solo, c'è anche Wright che dovrebbe mettere le cose a posto, visto che fu sollevato, per dire licenziato da lui nell'81. Comunque, da parte mia sono sicuro di no.
L - Se hai sentito il nuovo disco di Kate Bush potresti darne un tuo giudizio critico?
G - Ho visitato due volte gli studi mentre registravamo. Una volta per vedere delle nuove cabine, poichè noi abbiamo usato quegli stessi studi dopo pochi mesi. La seconda volta è stata una visita di cortesia, su chiamata di Katerine. Molto piacevole.
Sono rimasto molto compiaciuto dell'album. Credo sia un ulteriore passo avanti di quella che si può definire originalità e artigianalità. Ma più di ogni altra cosa, mi è piaciuta la nuova veste vocale di Katerine, sempre imprevedibile e soave. Queste inglesi...

L - E' incredibile quanto due star symbol della musica come voi possano essere così vicine e avere un'amicizia disinteressata dal lavorare assieme.
G - Al tempo di "The Wall", quando io e Roger Waters praticamente litigavamo per ore, nella mia partitura per "Confortably Numb" c'era lo spazio, con idea di Bob Ezrin, per un canto femminile. Non abbiamo mai parlato di chi fosse o avrebbe dovuto essere quella voce, ma io quando la scrissi pensai a Kate. Lei lo sa, perché la musica di "Comfortably Numb" è stata scritta durante un viaggio nel Grand Canyon fatto con amici, fra i quali c'era anche Kate.
Con Waters però le cose andarono come sono andate...


 

 

JEFF BECK


Milano, 04/10/'94, ore 21:00.

In occasione della partita Milan/Salisburgo (quella della bottiglietta, tanto per intenderci) allo stadio di S. Siro, ho avuto la fortuna (a dire il vero, sono un interista sfegatato, ma amo le partite e sapevo della presenza dell'appassionato tifoso del "Queen's Park Ranger", Jeff Beck anch'egli amante del football), di poter dialogare nei quindici minuti d'intervallo (offrendogli un buon caffè) con il mitico chitarrista inglese, artefice dello splendido assolo in "You're The One" nel disco "The Red Shoes" di Kate Bush.

L= Lupo B= Jeff Beck

L - Quante richieste di entrare a far parte di un gruppo ti hanno fatto nella vita?
B - Un miliardo credo. [ride]
L - A parte gli "Yardbirds" e il "Jeff Beck Group" tu hai seguito solo la carriera solista e negli ultimi anni, tranne qualche sporadica eccezione, il session man.
B - Gli "Yardbirds" e il "Jeff Beck Group" erano mie creature, quindi era come se facessi carriera solista anche allora, per il resto mi ricollego ad una frase di Jimmy Page "ho passato tutta la vita a sperimentare quanto di incredibile si possa fare con sei corde in mano".
Certo, si deve anche mangiare, ma devo dirti che ho messo la mia chitarra a disposizione solo quando ho ritenuto più che opportuno farlo. Con artisti che mi avrebbero trasmesso qualcosa.
Io non sono uno condizionato dallo star system o altre cazzate. So di essere collettivo e armonico nel mio suono, e la mia espressività si è sempre dovuta fondere con la mia sperimentazione.

L - Sembra di sentir parlare David Gilmour.
B - Non hai detto poco. Lui per me è il numero uno della storia del secolo, con Hendrix, Santana, Page e Blakmore. Hanno scritto le pagine del futuro, altro che della storia. Cazzo!, mi ricordo quando su tutta la Stampa venne fuori che nel '67 Waters e Wright, cercavano me come nuovo chitarrista per i Pink Floyd. Certo, in quel momento, io avevo la mia band, anche se praticamente già suonavo da solo. Loro poi si dovevano ancora raccontare, avevano già un bel nome, ma quando vennero fuori queste voci nel '75, io risi, sono un compositore ma di chitarra e basta. Gilmour è l'uomo che ha insegnato a tutti noi la sperimentazione fisica e tecnologica del suono, ma anche generale, e quello che gli altri fanno con i distorsori la nostra razza lo fa con le dita delle mani. Proprio queste [mostrandomi la mano]. Roger Waters queste cose le sa e le sapeva molto bene.
L - Sei amico di Roger Waters?
B - Ci conosciamo e ci stimiamo dal '60 e abbiamo lavorato nel suo disco più bello, "Amused To death" per cinque mesi di seguito. Quindi, posso dire che è un collega prezioso e un amico.
L - Come mai è uscito dai Pink Floyd, e aveva imposto che anche gli altri non usassero più quel nome e che insomma la sua creatura dovesse morire?
B - Non è una domanda facile. Credo che con l'andare degli anni e dei trionfi, i leaders dei gruppi storici siano portati a raccontare ed ad imprimere nel gruppo stesso delle storie musicali personali, tralasciando lo spirito di gruppo. I successi di "The Wall" e "Final Cut" gli hanno fatto capire, forse, che avrebbe potuto seguire una pista solo sua. Del resto me ne ha parlato, del discorso giuridico, ma esula dalla critica musicale personale. Sono fatti loro.
L - Quando sei stato chiamato, probabilmente Waters aveva capito che senza quel fenomeno di Gilmour alla chitarra e anche alle composizioni, i suoi dischi solisti avevano poco spessore. Forse cercava l'uomo che più di tutti si avvicina a lui, te?
B - Un altro probabilmente, se ciò che dici fosse vero, s'incazzerebbe. Io invece ti dico che ne sono orgoglioso. Ma su quell'album ho lavorato come Jeff Beck, non come Gilmour. Sai quante volte mi hanno paragonato a lui?
L - Cosa ti ha spinto ad accettare l'invito di Kate Bush a suonare nel suo album?
B - Mi ha dato la caccia per diversi mesi, ma io ero impegnato in altre cose. E' venuta a parlarmi di persona, di solito arrivano le Case Discografiche, i manager, gli avvocati, i tecnici. L'artista arriva sempre per ultimo. Molto gentile, molto carina, mi disse: "Non c'è obbligo nel dover fare niente. Se vuoi, quando hai tempo nell'arco di quaranta giorni, io noleggio uno studio dove vuoi, e tu con un tecnico o con il tuo ingegnere vieni a sentire i pezzi e la traccia della musica dove vorrei che suonassi."
Ascoltai "Top of the City", "Big Stripey Lie" e "Why Should I Love You" molto avanti nella stesura, e poi le linee sonore di "Top of the City". Mi sono divertito molto, e intorno a me c'era un'incredibile aria di attesa e compiacimento. Ho dato la mia parola e siamo partiti.

L - Cosa pensi di Kate Bush?
B - E' un'ottima direttrice musicale. Con le idee molto chiare, curiosa e apprensiva. Non mi ha mai detto "mi devi fare questo", e credo che ciò ci abbia impedito, mentre lavoravamo alla session, di allontanarci dal significato dell'intero album e dalla sua imponenza.
L - C'è stata un'idea sul pezzo che sia stata solo tua?
B - L'assolo numero due, non è più comandato. Era a mia discrezione, e l'hammond veniva dietro di me. Quella è stata una mia idea. Eravamo d'accordo però sin dall'inizio di far salire l'assolo d'intensità sonora e di pulizia.
L - Che tu sappia, che cosa aveva spinto la Bush a chiederti di suonare per lei?
B - Aveva ascoltato molto "Guitar Shop", e "Where Were You" era il pezzo da cui era più affascinata. Mi ha chiesto di suonarglielo due volte, e lo abbiamo eseguito in studio con Stuart Elliot, Gaumont D'Olivera e Charlie Morgan. Mi ha fatto suonare anche "Two Rivers", ed io proposi d'accordo con Elliot la versione iniziale di "What God Wants" dal disco di Waters, poiché come Kate anche lui mi chiese quei giri armonici che piacciono tanto.
L - Ti chiese qualcosa di specifico?
B - Mi sono fatto dare subito del tu. Mi disse che era interessata ad ascoltare una salita di assoli e se fra questi potevo includere dei suoni armonici sullo stile di "Guitar Shop". Le dissi che sono tutte melodie diligentemente eseguite, battendo i suoni armonici e piegandoli solamente con il braccio, vibrandolo, quindi escludendo il tocco del legno del manico della chitarra. Ciò è possibile ma bisogna scrivere una montagna di giri armonici per poter calcolare dove si trovano stoppate, riff, scale e allunghi. "Sono pronta", ed è andata. Non ho lavorato mai così tanto per un assolo. Ne avremo fatti almeno quaranta.
L - Perché è curiosa?
B - In che senso?
L - Prima hai detto che è una direttrice musicale apprensiva e curiosa.
B - E' una persona che vuol capire, ma non è tutto. Ha bisogno evidentemente dei suoni che da sola potrebbe ottenere unicamente campionandoli (ma non è l'artista che fa queste performance), solo per dire 'la mia idea è questa, che ne pensate? Sviluppatela voi'. E' una donna che vuol capire come può e quanto un altro musicista sa sviluppare la sua idea globale, in tutti i settori degli strumenti.
L - Kate Bush ha fatto una sola tournée in tutta la sua carriera, tre mesi tra marzo e maggio del '79. Come mai un'artista così famosa e così brava, come abbiamo potuto vedere nella videocassetta che la vede in azione all'Hammersmith Odeon, rifiuta costantemente di presentarsi ai suoi numerosissimi fans. Tu che ne pensi?
B - Non sapevo di questa cosa, non so cosa dire. Ognuno di noi è fatto a modo suo. Se i suoi fans la amano la devono anche rispettare in questo. Certo che a pensarci bene è molto strano... un'artista del suo spessore. Ma a maggior ragione, più famosa è e più grande sarà il motivo per cui declina. Non tutti amiamo andare in tournée. Io sono sempre stato uno che non è... come si può dire...
L - Assiduo frequentatore di palchi musicali?
B - Yes. La mia vita artistica è concentrata principalmente sulla ricerca e, da quel poco che ho visto, la meticolosità di questa donna nel suo lavoro, la precisione e la tranquillità che la circonda, in tournée verrebbero a mancare. In certe situazioni, a volte sei obbligato dai contratti e dai produttori a fare cose che poi vengono sicuramente a noia.
L - Lei dice che dopo un mese in tour non sapeva più dove stava né dov'era casa sua.
B - Ripeto, non tutti sono uguali. Waters era famoso per non voler mai andare in tournée. I suoi rapporti con il pubblico sono sempre stati complicati. Durante la tournée di "Animals" a Toronto sputò addosso ad un tizio, ma poi come accade a tutti gli uomini fortunati, quando decise di innalzare un muro tra lui e la gente, creò un mito. Questione di scelte.
L - Lavorerai ancora con Kate Bush?
B - Non lo so. E' una donna piacevole e la sua musica mi piace. Abbiamo lavorato poco ma molto bene, ho un ottimo ricordo. Abbiamo parlato tanto, sembrava che ci conoscessimo da più tempo, e questo è un buon feeling. Ci siamo lasciati molto bene, con il proposito di lavorare ancora insieme in futuro se ve ne sarà l'occasione. Vedremo.
L - Allora ci sono buone speranze che tu diventi il chitarrista di Kate Bush?
B - Non esagerare! Quando finisco un lavoro ed è andato bene, tutti dicono così. E poi oramai sono trent'anni che lavoro a livelli professionali. Io sono il mio chitarrista personale, di nessun altro.

 

 

STUART ELLIOTT (1)


Davanti a Abbey Road, maggio ‘85.

Elliot seduto sul cofano della Mercedes avana, io (Lupo Alberto) e Gianni Gandolfi allibiti vicino ad Eric Woolfson (tastierista, voce ed anche compositore degli Alan Parson’s Project).

E = Stuart Elliot
L = Lupo Alberto

L - Che differenza di approccio c’è nel dover fornire la parte percussiva ad un’ artista come Kate Bush e ad uno come Alan Parson?
E - Alan e Eric [Woolfson], per quanto sembri incredibile, cercano un sodalizio tra gli artisti, ossia una ricerca comune da sviluppare nel grande canale del pezzo scritto, e da registrare nella perfezione dei suoni degli strumenti stessi: per esempio la cristallinità del piatto e della corda singola.
KB mi da’ sulla prova di media otto o trenta secondi, tre possibilità o due e sono talmente chiare che non c’è motivo di dubitare. Ma il mio rapporto con l’approccio musicale di Bush è molto cambiato. Suonavamo molto più in diretta nei primi album, soprattutto nel primo. Poi è diventato un inferno di incisioni e sovraincisioni del massimo di un minuto. Si mixa e si rimixa in continuazione, e sia io che Bairnson
[Ian Bairnson, chitarra acustica in "Leave it Open", ndt] siamo molto particolari nel rientrare subito nel filo conduttore interrotto. C’è un pezzo nuovo [Hounds of Love] dove Bush mi ha detto di condurre le controbattute della voce e il controtempo del Fairlight, ma la musica delle tastiere archeggiate era così chiara che per me è stato tutto molto naturale ed era un bel po’ che non suonavamo con lei un brano intero a presa diretta.
Questo con Alan non avviene mai, i filtri vengono messi dopo che io ho suonato.

L - Potremmo dire che mentre nel caso di Alan Parson è lui che tira fuori i suoni dalle vostre esibizioni, Kate Bush pretende di farle creare a voi, ma sotto il suo controllo direttivo!?
E - Esatto!
L - E’ matta KB?
E - Sì, completamente. Come del resto lo siamo io e lui [rivolto a Gandolfi], vero?
L - Intendo dire: cosa ha portato ad un errore di valutazione di un lavoro che si stacca così fortemente da "Never For Ever" ...
E - "The Dreaming"?
L - Appunto!
E - Sapevamo che avrebbe voluto staccare dalla Liquid Music del precedente lavoro, per il semplice fatto che gran parte di tutto ciò che era scritto, ma anche che so... le battute ritmiche del basso e della batteria, era già pronto e facile da seguire. Io nei primi venticinque giorni non ci capivo niente, controtempi e voci misteriose saltavano fuori da tutte le parti, eseguivamo stop di quindici secondi con riprese in successione. Sembrava di girare un film. Solo Gilmour aiutava Kate veramente, girava costantemente con la chitarra al collo, e produceva con lei e Del Palmer qualsiasi tipo di suono. Dave alla chitarra, Kate alla voce e al farlight, Del al mixer e Paddy alla mandola e al mandolino.
Ora, se pensi che Dave nel disco suona poco o niente, che le voci di Bush si moltiplicano al cubo, che Del non ha mixato niente, salta fuori il nome dell’assassino. Paddy e Kate hanno potuto lavorare con un approccio così completo all’album che ne è venuto fuori veramente il parto di questi due fratelli. Io lo trovo straordinario dal punto di vista dell’originalità. L’idea musicale di Kate trova delle vie traverse inedite nella cultura etnica o da museo tra gli strumenti e i suoni inediti del fratello. "The Dreaming" è il capolavoro dei fratelli Bush.

L - Un’operazione molto anti-commerciale, se paragonata alla via privilegiata, tipo "singolo Air Play", di singoli come "Wow" o "Babooshka"...
E - Io credo che di commerciale nel repertorio di questa donna non ci sia proprio niente. Non lo sono mai stati i suoi singoli e non lo sono mai stati i suoi album: "Never For Ever" secondo te è un LP commerciale? Per me proprio non lo è, ma la liquid music di Bush era degli anni ‘72-’73, sono passati tredici anni ed è chiaro che l’artista cambia, si evolve e cerca lo stimolo sempre nello stesso posto... dentro se stessa. Perciò è chiaro che scavando arrivi anche ai paesaggi lunari ed extraterrestri, nonché esoterici, che sono all’interno di ognuno di noi...
L - E’ questo che vi diceva per visualizzare le immagini?
E - Ci stavo arrivando se non m’interrompevi. Io capisco il vostro scetticismo, però non puoi chiedere a me di esorcizzare qualcosa che, anche se marginalmente rispetto a lei, è stata una creazione per lo staff . Sul fatto che a quel tempo in sala lei era più nervosa o più confusa rispetto al passato, io dico "NUUU", perché avendo alle spalle tre dischi con quelle vendite... poteva accedere a quasi tutto.
L - Non al tecnico del suono di Peter Gabriel (Hugh Padgham), nè a quelli dei Pink Floyd (James Gutrie e Andy Jackson).
E - In effetti Padgham al Townhouse non ha fatto granchè, però, Nick [Launay] e Nick [Cook] hanno fatto veri miracoli. Nel caso di "Houdini" Cook è stato strabiliante, tanto che poi quando la session è stata spostata agli Odissey Studios Bush se lo è portato dietro, perché in quel chilometraggio di tracce credo fosse l’unico a capirci qualcosa, forse anche più della stessa Kate. "Houdini" è stata davvero dura, io sono stato seguito passo passo da Weber [Eberhard, basso nello stesso brano, ndt], e penso che il passo decisivo sia venuto da Andrew Powell che con l’entrata dei violini ci dava ordine, ma è stata davvero dura.
L - L’insuccesso commerciale portò Bush a non andare in turneè?
E - E no! Semmai è il contrario perché se il disco è criticato allora devi farti vedere in concerto ogni tre giorni e assillare.
L - Allora perché?
E - Non ho mai fatto un concerto con Bush, e tournée famose come session man ne ho fatte molto poche. Per quanto mi riguarda ti dico che essere un session man da registrazione non è lo stesso che esserlo da concerto. Credo che Bush si senta molto appagata quando finisce un lavoro in studio. Forse le basta così...
L - Si dice che in questi giorni stia allestendo la Tournée...
E - Ah sì? Non lo sapevo. Ma io credo siano tutte finte per la gola della gente ad opera dei discografici. Creare una sorta di mistero annunciando la tournée di
un’artista che regolarmente non la fa’, negativo o positivo poco importa, crea interesse comunque.

L - Tipo "Parlate male di me, ma parlate!".
E - Strategia di mercato, proprio così!
L - E’ maturata molto Kate da quando la conosci?
E - Be’, la prima volta aveva sedici anni. Comunque non ho mai avuto grandi rapporti al di fuori del lavoro, anzi mai. Abbiamo cenato insieme alla vecchia casa con tutto lo staff, ma rare volte. E’ carina, cortese, ma ha un innato senso del distacco, come a ricordarti sempre chi comanda.
L - E il suo ventiquattro piste personale di casa com’è, all’altezza?
E - E chi lo ha mai visto? Io no perlomeno, ma penso sia all’altezza visto che le tracce sonore per il nuovo album sono state fatte lì.
L - Ecco perché è più calma, anche se ha avuto dei tagli sul bilancio dalla EMI...
E - Si è presa tutto il tempo che voleva e solo nel momento in cui Hardiman e Guthrie erano disponibili ha cominciato la vera operazione. Forse si è anche scaricata, ma la presenza di Michael Kamen e di Julian Mendelsohn, coadiuvati a Brian Tench sta dando quello che è il giusto staff ad ogni canzone. Anche se una parte è un concept, paragonandolo a qualcosa direi che è la giusta punta di arrivo tra "The Dreaming" e "Hounds Of Love". Paddy sta facendo meraviglie con Kate, ammetto che il nuovo lavoro è meno intrigato e più stimolante. Noi musicisti siamo più stimolati, ci sentiamo molto più parte in causa. "The Dreaming" era mooolto difficile per me, non ero all’altezza, ma devo dire che se oggi possiamo offrire una collaborazione più consistente lo dobbiamo al tremendo lavoro che ci ha imposto Bush tre anni fa. Io le sono grato.
L - Cronologicamente, da quanto state registrando?
E - Le musiche credo siano in gestazione dall’autunno dell’83, mentre le liriche risalgono al viaggio in Irlanda di Bush di circa un anno fa [aprile ‘84]. Per quel che mi riguarda sono arrivato il 9 settembre dell’84 assieme a Charlie Morgan ai Windmill Lane e abbiamo fatto una sola prova agli AIR Studios. Poi tutto ha cominciato ad essere pronto, tra la sala 2 e la 6 di Abbey Road e quindi siamo partiti con le session. E’ stato molto intenso tra febbraio e aprile, ma stiamo per finire a giorni. Credo però che per l’estate uscirà solo un 45 giri, l’album rifinito nei dettagli arriverà ad ottobre [che poi fu settembre, ndt].
L - Che disco è?
E - L’ho già detto, è strabiliante. La forza delle orchestre e la padronanza di Bush al Fairlight, coadiuvata dal fratello e da Del, trova in noi una pista nuova e molto fruttuosa a livello di suono in presa diretta. Un connubio tra il passato remoto di "The Kick Inside" e quello prossimo di "The Dreaming". Credo poi che si sia trovata in una certa situazione, sì, uno stato di grazia, non solo a livello di sperimentazione ma soprattutto di eruzione creativa.


INTERVISTE 2° parte