La nazionalizzazione delle miniere di rame

L'amore degli Stati Uniti per il Presidente Allende non era mai stato grande. A Nixon non piaceva l'idea di un marxista dichiarato in un feudo frutto di quello che "Che" Guevara chiamava "imperialismo yankee" ed i rapporti già difficili peggiorarono a seguito della nazionalizzazione delle miniere di rame.

L'economia cilena si basava sulle risorse minerarie; se l'agricoltura doveva limitarsi, per ragioni soprattutto climatiche, a sfruttare i territori centromeridionali del Paese, il nord contrapponeva alla sua aridità notevoli risorse minerarie. La ricchezza del sottosuolo era composta soprattutto da vasti giacimenti di rame: questo metallo costituiva senza dubbio la base dell'economia cilena e si trovava di conseguenza al centro della vita politica del paese.

I principali giacimenti a Chuquicamata, Potrerillos, El Teniente e gli impianti di fonderia e raffinazione ad essi collegati venivano sfruttati da filiali di compagnie statunitensi guidate dalla Kennecott Copper Corporation e dalla Anaconda Company. L’industria mineraria del rame subì nel 1966 un primo processo di "cilenizzazione" sotto la presidenza Frei, per poi essere definitivamente nazionalizzata nel luglio 1971 dal presidente Allende.

La nazionalizzazione del settore del rame, affidato per la vendita e la raffinazione a due società cilene (CODELCO e MADECO) senza prevedere alcun indennizzo per le compagnie nordamericane espropriate, determinò dure reazioni del governo statunitense che bloccò su richiesta delle compagnie i fondi della CODELCO e della Corporazione cilena di sviluppo, depositati negli Stati Uniti.

Questi avvenimenti segnarono l'inizio della fine del governo Allende, fino al drammatico epilogo del golpe militare, finanziato casualmente dal governo statunitense.

ë foto: il Presidente Allende

é foto : francobolli che celebrano la nazionalizzazione del rame

 

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