| Esercizio di perfezione e di cristiane virtù composto dal padre ALFONSO RODRIGUEZ TRATTATO PRIMO Della stima, e desiderio, e affezione, che dobbiamo avere a quel, che concerne il nostro profitto spirituale, e d'alcune cose, che a quest’effetto ci aiuteranno. Che quanto più uno si dà alle cosa spirituali, tanto maggior fame, e desiderio ha di esse. CAPO IV |
Qui edunt me , adhuc esurient; & qui bidunt me, adhuc sitient (Eccli. 24. 29), dice lo Spirito Santo parlando della Sapienza Divina. Quei, che mi mangiano, resteranno tuttavia con fame; e quei, che mi bevono, tuttavia resteranno con sete di me. Il Beato San Gregorio (hom. 36. sup. Ev.), dice che fra i beni e diletti del corpo, e quegli dello spirito, v’è questa differenza, che quegli, quando gli abbiamo, cagionano grande appetito, e desiderio di se; ma conseguiti che gli abbiamo, non istimiamo niente ciò, che si è acquistato. Così appunto chi desidera onori o dignità non gli ha appena conseguiti che subito se ne infastidisce, e comincia a desiderare un’ altra cosa maggiore. Ma nelle cose spirituali va tutto al rovescio, che quando non le abbiamo, allora ci cagionano fastidio, e abbiamo renitenza ad esse: e quando le abbiamo e possediamo, allora le stimiamo più, ed abbiamo di esse maggior desiderio; e tanto più, quanto più le gustiamo. Ne rende San Gregorio la ragione di questa differenza; perché quando conseguiamo, ed abbiamo i beni e diletti temporali, allora conosciamo meglio l'insufficienza, ed imperfezion loro: e vedendo che non ci saziano, né ci soddisfanno, né danno la contentezza, che ci pensavamo, stimiamo poco quel, che abbiamo conseguito, e restiamo con sete, e desiderio d'altra cosa maggiore, pensandoci de trovar in essa il contento, che desideriamo: ma c' inganniamo; perché l'istesso sarà dopo conseguita questa, e quell' altra cosa; e nessuna cosa di questo mondo ci potrà mai saziare: che questo è quello, che disse Cristo nostro Redentore alla Samaritana: Omnis, qui bibit ex aqua hac, sitiet iterum (Joan. 4. 15.): Bevi quanto tu vuoi di quest' acqua di qua, che da lì a poco tornerai subito ad aver sete. L'acqua de i gusti e diletti, che dà il mondo, non può saziare, ne soddisfare la nostra sete; ma i beni e diletti spirituali, quando si posseggono, allora sì che si amano, e desiderano maggiormente; perché si conosce meglio il prezzo, e la valuta loro: e quanto più perfettamente gli possederemo, tanto maggior fame, e sete n'avremo. Quando uno non ha provato le cose spirituali, né ha cominciato a gustarle, dice San Gregorio, che non le desideri: Quis enim amari valeat, quod ignorat? Perciocché chi è quegli, che possa amare, e desiderar la cosa, che non conosce, né ha provato che sapore abbia? Perciò dice l'Apostolo S. Pietro (I. 2. 5.): Si tamen gustastis, quoniam dulcis est Dominus: Ed il Profeta (Psal. 33. 9.): Gustate, & videte, quoniam suavis est Dominus: Gustate, e vedete quanto soave è il Signor; perché subito che comincierete a gustar di Dio, e delle cose spirituali, troverete in quelle tanta dolcezza, e soavità, che dietro ad esse, come per proverbio suol dirsi, ve ne leccherete le dita. Or questo è quello, che per bocca del Savio dice la Divina Sapienza con queste parole: Chi di me mangierà, tanto n'avrà più fame; e quanto più beverà, tanto più n'avrà sete. Quanto più vi darete alle cose spirituali, e di Dio; tanto maggior fame, e sete avrete di esse. Ma mi dirà alcuno, come s'accorda questo con quello, che disse Cristo alla Samaritana: Qui autem biberit ex aqua, quam ego dabo ei, non sitiet in æternum (Jo. 4. 13.)? Qui Cristo dice, che chi beverà dell'acqua, ch'egli gli darà, non avrà più sete; e in quell'altro luogo dice lo Spirito Santo per mezzo del Savio; che quanto più beveremo della divina Sapienza, che è quanto dire delle cose spirituali, tanto più ne averemo maggior sete: come s'accorda l'uno con l'altro? A questo rispondono i Santi, che quel che disse Cristo alla Samaritana, s'intende in questo modo; che che beverà dell'acqua viva, che ivi egli promette, non avrà più sete de' diletti sensuali, e mondani; perché la dolcezza delle cose spirituali, e di Dio, glieli farà parere insipidi. Dice San Gregori (ubi supra): Sicut post gustum mellis omnia videntur insipida; ita gustato spiritu desipit omnis caro: Siccome ad uno, dopo avere mangiato del mele, tutte l'altre cose gli paiono insipide; così subito, che uno gusta di Dio, e delle cose spirituali, tutte le cose del mondo gli fanno nausea, e gli paiono insipide, e amare. Ma quel, dice il Savio in quell'altro luogo, cioè quei, che di me mangiano, seguiranno ad averne fame, e quei, che di me bevono, seguiranno ad averne sete, s'intende delle istesse cose spirituali, che quanto più uno gusterà di Dio, e delle cose spirituali, tanto maggior fame, e sete avrà di esse: perché conoscerà meglio quanto vagliono, e meglio esperimenterà la loro grande dolcezza, e soavità; e così avrà di quelle maggiore desiderio. In questa maniera accordarono i Santi questi due luoghi. Ma come s'accorda questo con quel, che dice Cristo in S. Matteo (5. 6.): Beati, qui esuriunt, & sitiunt justitiam; quoniam ipsi saturabuntur? Qui dice, che quegli, che averanno fame, e sete della giustizia, rimarran sazi; e quel luogo del Savio dice, che quegli, che mangeranno, e beveranno delle dolcezze delle divina Sapienza, ne resteranno sempre con maggior fame e sete. Queste due cose, cioè aver fame, e sete, ed esser fatolli, come sono compatibili? Ma vi è una buona risposta. Questa è l'eccellenza de' beni spirituali, che con saziare cagionano fame, e con soddisfare al cuore, e al nostro desiderio, cagionano sete, ed una sazietà congiunta con fame, ed una fame congiunta con sazietà. Questa è la maraviglia, la dignità, e la grandezza di questi beni, che soddisfano, e saziano il cuore, ma in modo che sempre restiamo con fame, e sete di esse; e quanto più andiamo gustandone, mangiandone, e bevendone, tanto più ne cresce in noi la fame, e la sete: ma questa fame non dà fastidio, anzi da contentezza; e questa sete non dà affano, né angoscia, ma più tosto ricrea, e cagiona una soddisfazione, e gusto grande nel cuore. Vero è che la perfetta, e compiuta sazietà sarà nel Cielo, secondo quel che detto del Profeta (Psalm. 16. 15): Satiabor, cum apparuerit gloria tua; ed altrove (ibid. 35. 9.): inebriabuntur ab ubertate domus tuæ: Allora, Signore, io mi sazierò compiutamente, e resterò inebriato, e soddisfatto, quando vedrovvi chiaramente nella vostra gloria. Ma anche colà nelle gloria, dice S. Bernardo (serm. 64. in parvis) sopra queste parole, in tal maniera ci sazierà lo stare vedendo Dio, che sempre ne staremo come con fame, e con sete; perché non mai ci cagionerà rincrescimento, né noia quella felice vista di Dio; ma sempre staremo con una nuova voglia di vederlo, e fruirlo, come se quello fosse il primo giorno, e la prima ora: in quella guisa che S. Giovanni dice nell' Apocalisse (14. 3.), che vide i Beati stersi alla presenza del Trono, e dell' Angelo con gran musica, e festa, e con cantare un nuovo Cantico: Et cantabant quasi canticum novum; perché sempre si rinnoverà quel Cantico, e quella Manna Divina ci darà del continuo un gusto sì nuovo, che andrem del continuo con nuova ammirazione dicendo; Mahuh? Quid est hoc (Exodi 16. 25.)? Che cosa è questa? Or di questa maniera sono una partecipazione di quelle celesti, che da un canto saziano, soddisfanno, e riempiono il cuore, dall' altro cagionano fame, e sete di se stesse: quanto più ci diamo ad esse, e più le gustiamo, e godiamo, tanto maggior fame, e sete ne abbiamo: ma questa istessa fame è una sazietà, e questa sete è un ristoro, e soddisfazione molto grande. Tutto questo ci ha ad aiutare a far una stima tanto grande, e ad apprezzar tanto le cose spirituali, e ad averne un desiderio tanto ardente, ed a nutrire per esse una sì svicerata affezione, che dimenticate, e sprezzate tutte le cose del mondo, diciamo coll' Appostolo San Pietro: Domine, bonum est nos hic esse (Matt. 17. 4.): Signore, farà bene, che ce ne stiamo qui. (Home) (Next) |