Letizi Harald C.

  CORSO BIOLOGIA, ECOLOGIA E COLTIVAZIONE DEL TARTUFO

Schede didattiche distribuite durante il corso di tartuficoltura all'interno del corso post qualifica "gestione degli agroecosistemi" presso l'Istituto Professionale per l'Agricoltua e l'Ambiente di Campobasso (con sedi anche a Riccia e Termoli)

 

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Il mio ritratto in Uppsala

A – BIOLOGIA DELLE MICORRIZE

B – TASSONOMIA E CICLO VITALE   

C – ECOLOGIA DEL TARTUFO  

D – COLTIVAZIONE DEL TARTUFO 

E – MICORRIZAZIONE IN VIVAIO

F – IMPATTO TERRITORIALE DELLA TARTUFICOLTURA

 

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A – BIOLOGIA DELLE MICORRIZE

1.a – Simbiosi – Il termine simbiosi deriva da due parole greche: sin (insieme) e bios (vita). In biologia si usa per indicare la vita insieme di organismi appartenenti a specie diverse per motivi generalmente trofici. Sebbene questo sia il suo significato generale, si indica generalmente come simbiosi quella di tipo mutualistico. Questa consiste in una condizione di interscambio tra organismi tale da generare vantaggio per ognuna delle parti (es. batteri lattici nell’intestino degli animali). Nel caso in cui una delle parti subisca un danno dalla “vita insieme”, si parla più propriamente di parassitismo (es. la pulce con gli animali) o di parassitoidismo (es. insetti che vivono all’interno del corpo di altri insetti).

La micorriza è una struttura simbiontica mutualistica che si costituisce con l’integrazione di fungo (dal greco “mycos”) e radice (dal greco “riza”). La pianta cede i prodotti della fotosintesi ed il fungo cede sali minerali. L’interazione con i microrganismi del suolo aumenta con la presenza delle micorrize. Le micorrize migliorano anche la capacità di adattamento della pianta all’ambiente ed agli stress ambientali.

 

1.b – Fisiologia - La pianta riceve l’energia luminosa (radiante, fig. 1) e la converte in energia chimica con la fotosintesi (l’anidride carbonica diventa zucchero). L’energia ricevuta viene in parte utilizzata per la parte aerea ed in parte per la radice (dal 20 al 60%). Parte dell’energia, inoltre, esce dalla radice sotto forma di essudati radicali (10% circa). Le micorrize ricevono gran parte dell’energia che la radice investe all’esterno, più una parte derivante dall’assorbimento dei succhi cellulari delle radici micorrizate invecchiate. Non tutte le radici sono micorrizate, quindi è difficile stimare quanta energia arriva al fungo, comunque nelle migliori condizioni potrebbe essere intorno al 10% dell’energia fotosintetizzata dalla pianta.

In cambio le micorrize cedono alla pianta elementi nutritivi ed acqua in maniera più efficiente rispetto alle radici nude (non micorrizate) migliorano l’azotofissazione e l’assorbimento radicale di anidride carbonica. Le micorrize riducono inoltre l’accumulo di amido nelle radici, aumentando il flusso di energia dalla pianta verso il suolo.

Nel suolo l’energia chimica che arriva può prendere diverse strade:

- consumata dai diversi organismi (radici, micorrize, cenosi microbiche) con la respirazione,

- accumulata nella necromassa che evolve ad: A) humus nelle condizioni microaerobiche idonee all’umificazione (processo che prevede perdite di energia per respirazione delle cenosi microbiche umificanti); alla putrescenza (decomposizione anaerobica e mineralizzazione) e alla fossilizzazione (assenza di ossigeno e  produzione di torba, carbon fossile, petrolio)

 

1.c – Rapporto ecologico pianta – micorriza – flora microbica – suolo – La pianta cede parte dell’energia fotosintetizzata alla micorriza, che la usa per accrescere la propria massa e per stimolare le cenosi microbiche del suolo. Insieme diventano così estremamente attive nella chelazione e assorbimento degli elementi nutritivi (es. zinco, rame, molibdeno), anche scarsamente disponibili, quali sono sovente il fosforo ed il ferro. Questo risulta molto importante in terreni alcalini nei quali questi due elementi risultano poco disponibili. Nelle piante azotofissatrici, inoltre, la presenza di micorrize stimola nella fissazione di azoto (a carico di batteri azotofissatori), dando risultati produttivi maggiori (più che doppi su soia seminata su terreno non seminato con fosforo), maggiore peso dei noduli maggiore (risultati fino a 5 volte superiori) e maggiore attività nitrogenasica (enzima presente  nell’azotofissazione). Il rapporto con i batteri è talmente stretto che le ife possono ospitarli sia sulla loro superficie, che al loro interno. Tutto ciò ritorna a vantaggio della pianta ospite, che trova così una maggiore ricchezza di elementi nutritivi e risulta anche più resistente alle malattie.

Il suolo si modifica sotto l’azione delle micorrize e delle loro ife: spesso avviene una maggiore mineralizzazione della sostanza organica; le rocce vengono forate dall’azione delle ife; i sali minerali insolubili vengono solubilizzati e chelati.

L’ambiente ha un forte effetto di selezione sugli gli organismi. La simbiosi micorrizica migliora la capacità di adattamento ambientale della pianta, in quanto può micorrizarsi con specie fungine diverse a seconda dell’ambiente in cui si trova. L’ambiente e la radice selezionano la specie fungina micorrizica più adatta a quelle condizioni grazie alla competizione tra le diverse specie per colonizzare la radice nuda di una pianta ospite. Questo consente ad una stessa specie vegetale, capace di entrare in rapporto con diverse specie fungine micorriziche, di essere in simbiosi con i funghi più adatti e competitivi nei diversi ambienti.

 

1.d – Anatomia – I funghi hanno cellule che si moltiplicano in un’unica direzione e quindi formano filamenti, comunemente chiamati ife. Un insieme di ife dello stesso individuo fungino è detto micelio. La struttura riproduttiva si chiama corpo fruttifero (quello che generalmente si vede in natura, con strutture a cappello, ad esempio) o sporocarpo. Lo sporocarpo contiene le spore, le quali sono veri e propri “semi” di quel fungo.

Esistono diversi tipi di micorrize a seconda delle caratteristiche del fungo e della struttura simbiontica. La principale distinzione è tra endomicorrize ed ectomicorrize. Le endomicorrize sono strutture simbiotiche in cui le ife fungine entrano all’interno delle cellule vegetali e creano formazioni a sacchetto detti arbuscoli e vescicole (di qui anche il sinonimo di micorrize vescicolo-arbuscolari). Le ectomicorrize sono strutture simbiotiche in cui le ife avvolgono l’apice radicale e penetrano al suo interno per due o tre strati di cellule, rimanendo negli spazi intercellulari. In questo modo si forma un reticolo di ife, detto di Hartig, tra le cellule della radice. La struttura a “cappuccio” sulla radice è invece detta micoclena o mantello. Dalle ectomicorrize dipartono piccole ife dette anche spinule, che sono importanti nel riconoscimento morfologico delle diverse specie fungine.

Le micorrize si trovano agli apici delle radici assorbenti (ectomicorrize) o in prossimità di essi (endomicorrize).

 

 

 

 

Caratteristiche dei tipi di micorrize più importanti (fig 2). I caratteri strutturali descritti sono riferiti allo stadio maturo, non allo sviluppo vegetativo o senescente. (da Harley e Smith, 1983, modificato)

 

 

 


 

 

 

B – TASSONOMIA E CICLO VITALE 

 

1.1 - TASSONOMIA 

I tartufi (Ascomycotina, classe Discomycetes, ordine dei Tuberales, famiglia Tuberaceae) producono ascospore per via sessuata, contenute in un sacco o astuccio (asco), generalmente in numero di 8. Inoltre formano un corpo fruttifero a coppa detto apotecio (Discomycetes), coperto a maturità da un imenio. I Discomycetes ipogei (Tuberales) formano corpi fruttiferi che racchiudono l’imenio fertile.

La famiglia delle Tuberaceae è caratterizzata da ascocarpi formati da uno strato esterno detto peridio ed una parte interna detta gleba, molto aromatica. La gleba è costituita a sua volta da cavità dette vene, sterili e fertili (contenenti gli aschi), in comunicazione tra loro e con l’esterno. Il numero di ascospore contenuto negli aschi di questa famiglia oscilla da 1 a 6 a causa della degenerazione dei nuclei formatisi dalla probabile meiosi.

Le specie tartuficole più importanti a livello alimentare ed economico sono :

- T. magnatum Pico, detto tartufo bianco pregiato di Alba e Acqualagna, o rapone, che matura da fine estate a fine autunno;

- T. melanosporum Vitt., detto tartufo nero pregiato di Norcia e del Périgord, o trifola nera, o nero dolce, che matura in inverno;

- T. aestivum Vitt, detto scorzone o tartufo estivo, che matura da fine primavera a inizio inverno, geneticamente molto simile e forse uguale al T. uncinatum Chat., detto tartufo di Borgogna o scorzone invernale, che matura in inverno;

- T. albidum Pico o T. borchii Vitt., detto bianchetto o marzuolo, che matura a fine inverno, inizio primavera;

- T. brumale Vitt., detto tartufo nero di campo o nero forte, che matura in inverno;

- T. mesentericum Vitt, detto tartufo nero ordinario o di Bagnoli, che matura in inverno. 

 

 

1.2 - CICLO VITALE

La morfologia e la grandezza dei tartufi, che sono gli ascocarpi, cambia a seconda della specie e, all’interno della stessa specie, si possono avere differenze di peso fino a tre ordini di grandezza. Le vene fertili mature appaiono più scure  delle sterili, che sono in contatto con l’esterno e quindi invase da microrganismi del suolo. Questi microrganismi sono controllati dall’azione antibiotica delle mucillagini emesse dal tartufo.

L’evoluzione degli ascocarpi inizia con la formazione di piccoli abbozzi privi di aschi, che origineranno gli aschi in 40-80 giorni. Già alle dimensioni di un millimetro di diametro si ha la differenziazione in vene sterili e vene fertili.  fig. 3

Gli aschi si formano all’estremità di ife ascogene dicariotiche, che con la maturazione fondono i due nuclei ottenendo un nucleo cariogamico. Questo nucleo origina fino a 15 nuclei aploidi (forse attraverso meiosi) che formano, dopo la degenerazione di alcuni di loro, da 1 a 6 spore mononucleate. Queste moltiplicano diverse volte il nucleo aploide, divenendo polinucleate. Dalla germinazione di una spora hanno origine solo ife mononucleate, mentre il micelio ed il carpoforo hanno ife con uno, due o più nuclei. Probabilmente occorrono ife almeno binucleate per avere micorrizazione. I cromosomi sono probabilmente 5 (T. melanosporum e T. magnatum:).

La germinazione delle spore è favorita dalla presenza di essudati radicali di specie ospiti e probabilmente questi fungono da guida per il micelio  che si sviluppa avvolgendo gli apici radicali e formando una micoclena di 2-5 strati. Quest’ultima in seguito potrà stabilire una simbiosi micorrizica.

I presupposti indispensabili per l’instaurarsi delle ectomicorrize sono: un fungo ectomicorrizico attivo e compatibile con il susceto; una pianta simbionte con buona attività fotosintetica e sistema di trasporto ben funzionante; la presenza di O2 .

Avvenuta la micorrizazione e sviluppatosi abbondantemente il micelio del fungo, su stimoli non del tutto noti, inizia la produzione di carpofori nei quali avviene la sporulazione.

E’ stato proposto che lo sporocarpo abbia un accrescimento saprofitico. Questa ipotesi viene oggi sempre più considerata per (1) la mancanza di un cordone miceliare, (2) l’esistenza di marcatori molecolari delle micorrize diversi dai marcatori dei carpofori della stessa specie e dai marcatori della radice della pianta ospite  e (3) la possibilità di ottenere carpofori di T. magnatum a partire da spore, senza passare attraverso la simbiosi micorrizica.

Possiamo distinguere in questo ciclo vitale due strategie di propagazione: una a carico del micelio emesso dalle micorrize, che colonizza apici radicali nudi, e un’altra a carico delle spore, che vengono disseminate dagli organismi animali che si cibano di tartufi.

 

 

C – ECOLOGIA DEL TARTUFO

 

 2.A – ECOSISTEMI DELLE PRINCIPALI SPECIE DI TARTUFO

La fruttificazione di funghi micorrizici avviene  in boschi non troppo fitti. All’aumentare della densità del bosco, infatti, è favorita la fruttificazione dei funghi saprofiti e sfavorita quella dei funghi simbionti micorrizici.

Ciò sembra comune anche a tutte le specie di tartufo (funghi micorrizici). Infatti l’eccessiva  densità del bosco è sicuramente molto dannosa per il T. melanosporum e abbastanza dannosa per il T. magnatum, tanto che il diradamento del bosco influisce enormemente sulla produzione dei rispettivi carpofori (ne favorisce la ricomparsa o l'aumento). La ceduazione induce una produzione di tartufi nella stagione seguente il taglio. Successivamente tale produzione si ferma per 5-6 anni, per poi riprendere.

In un quadro ecologico, il tartufo nero pregiato (T. melanosporum) si distribuisce tipicamente nella fascia esterna del bosco, detta anche “mantello”. Nel Centro Italia la sua associazione più frequente è con il bosco di roverella, con un corteggio di arbusti come il rovo, la ginestra e la rosa canina.

Il T. magnatum in Piemonte è tipico nei lembi relitti del bosco padano, alterati dall’azione antropica, riconducibile all’associazione Alneto-Ulmion. Nelle Marche è frequentemente in simbiosi con pioppi, salici e roverelle, specialmente nelle nicchie più umide del bosco o lungo i fossi alberati. In Molise lo stesso tartufo si associa alla cerreta, nelle nicchie più umide all’interno del bosco. Questo dimostra una sua tendenza ad occupare luoghi più ombreggiati man mano che si va verso Sud, così da mantenere comunque lo stesso microclima.

Il T. aestivum risulta favorito in ambienti con bassa densità del bosco in molte parti d’Europa.

In realtà si considerano tartufi tipici di certe nicchie ecologiche il T. magnatum e il T. melanosporum (molto pregiati), mentre vengono considerati ubiquitari, cioè con diffusioni ecologiche molto ampie, il T. albidum, T. brumale e T. aestivum (meno pregiati).

E’ caratteristica la fruttificazione del T. albidum nelle pinete. I corpi fruttiferi si sviluppano vicino alla superficie e spesso nel pacciame di aghi. Le dimensioni di tali corpi fruttiferi sono molto ridotte (dimensioni simili a cariossidi di mais), mentre quando la stessa specie fruttifica nei campi lavorati le dimensioni dei carpofori risultano molto maggiori.

Il T. brumale è frequente nei campi coltivati, tanto da essere il primo tartufo inquinante nelle tartufaie troppo lavorate. Anch’esso giova delle lavorazioni per sviluppare carpofori di dimensioni superiori.   

 

2.b – SPECIE VEGETALI IN SIMBIOSI CON TARTUFI

Il tartufo può entrare facilmente in simbiosi con piante che possono sviluppare ectomicorrize. In situazioni di laboratorio o di vivaio esiste una certa facilità di associazione tra specie di tartufo e specie vegetali capaci di simbiosi ectomicorriziche. In campo, però l’ambiente seleziona fortemente le diverse specie di funghi micorrizici, in questo caso di tartufo, e le specie vegetali simbionti.

Le specie vegetali simbionti del tartufo sono generalmente arbustive o arboree, non erbacee. Le querce (Quercus spp.: roverella, cerro, farnia, leccio) sono generalmente simbionti e associate a tutte le specie di tartufo anche in natura. Il nocciolo ha per questo attitudini simili alla quercia. Il T. magnatum è spesso associato anche a pioppi, salici, tigli. Il T. melanosporum anche a carpino nero, cisto (Cistus spp.: piccolo arbusto della flora mediterranea). Il T. brumale ed il T. aestivum ed il T. albidum hanno minori esigenze ambientali e si possono adattare a tutte le specie vegetali citate ed anche a faggio, cedro e pino (quest’ultimo frequentemente in simbiosi con T. albidum). Le specie vegetali micorrizate con tartufo reperibili in vivaio sono roverella, cerro, farnia, leccio, nocciolo, carpino nero, cisto, tiglio, pioppo, salice, pino.  

   

 

 

2.c – IL TERRENO ED IL CLIMA DELLA TARTUFAIA

Componente comune a tutte le tartufaie è l’assenza di ristagni idrici e il buon contenuto in calcio, in climi umidi in autunno e primavera e tendenzialmente siccitosi in estate.

In un’indagine svolta nelle tartufaie dell’Italia centrale il T. magnatum è risultato tipico delle nicchie con clima sub-continentale, mentre per il T. melanosporum le nicchie tipiche sono con clima sub-mediterraneo. Ciò non toglie che la diffusione ecologica e la variabilità dei suoli consenta in certi casi di raccogliere carpofori di T. magnatum e di T. melanosporum a pochi metri di distanza.

Il T. melanosporum è tipico dei terreni calcarei con un ottimo drenaggio (molto scheletro o sabbia), in pendenza.

Il T. magnatum preferisce suoli alloctoni con discreto contenuto di calcio, buon drenaggio, ma con un'umidità maggiore dei suoli vocati al T. melanosporum. I luoghi migliori per lo sviluppo di carpofori sono i bordi dei fossi, gli avvallamenti umidi e nei suoli arenacei in pendenza, meglio se circondati da suoli argillosi.

Il T. aestivum fruttifica in tutta Europa nelle aree in cui esistano suoli ben forniti di calcio e soleggiati. In questo caso non sembra determinante la presenza di calcare attivo, quanto la presenza di calcare, anche in forma ciottolosa (poco attivo).

Il T. brumale si adatta meglio ai suoli lavorati, più umidi e profondi rispetto al T. melanosporum.  

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 fig. 4 (2.d) – INTERAZIONE CON LA FLORA DELLA TARTUFAIA: IL FENOMENO DELLA BRUCIATA

Le micorrize di T. melanosporum interagiscono con le piante erbacee che si trovano nello stesso terreno. Tali micorrize effettuano una selezione a favore della flora erbacea con apparato radicale fittonante profondo o con spiccate attitudini di resistenza alla siccità. Le altre specie vegetali vengono progressivamente essiccate, specialmente durante l’estate. Il fenomeno è chiamato “bruciata”, “pianello” o “cava” ed è più o meno evidente a seconda delle condizioni ambientali in cui si trova. Effetti simili sono provocati anche dal T. aestivum e talvolta dal T. brumale.

La pianta micorrizata in vivaio può manifestare la bruciata dopo un paio d’anni dalla messa a dimora in campo. Negli anni seguenti tale pianta micorrizata può produrre tartufi e questi si sviluppano all’interno della bruciata stessa. Dopo alcuni anni il T. melanosporum smette di produrre carpofori, la pianta continua a vivere normalmente e la bruciata può continuare anche negli anni successivi.   

 

 

2.e – DIFFUSIONE GEOGRAFICA DELLE DIVERSE SPECIE DI TARTUFO

I paesi maggiori produttori di T. melanosporum sono l’Italia, la Francia e la Spagna. In Italia si raccoglie soprattutto nelle Marche, Umbria, Abruzzo, Molise. Interessanti tentativi di coltivazione si stanno facendo in diverse parti del mondo ed in particolare in Nuova Zelanda alcune tartufaie artificiali hanno iniziato a produrre T. melanosporum.

Il T. brumale ha una diffusione simile al T. melanosporum ed è capace di spingersi in ambienti anche più a Nord.

Il T. magnatum si raccoglie soprattutto in Italia, Croazia, Slovenia, ma la sua presenza è stata rilevata anche in Germania, Albania ed in Austria. In Italia le aree attualmente più conosciute sono il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia Romagna, la Toscana, le Marche ed il Molise.

Il T. albidum ed il T. aestivum vivono in molte parti d’Europa. Si adattano infatti a condizioni estremamente diverse, riuscendo a vivere sia in Sicilia (entrambe le specie) che nel nord della Scozia (T. albidum) ed in Svezia (T. aestivum).

 

 

D – COLTIVAZIONE DEL TARTUFO

 

 

1 – STORIA ED EVOLUZIONE DELLA TARTUFICOLTURA

La coltivazione del tartufo ha avuto diverse fasi evolutive: è iniziata durante il Rinascimento in Italia attraverso la semina diretta in campo; nel 1800 in Francia si effettuava la semina di ghiande tartufigene (provenienti da querce tartufigene) in ambiente vocato; alla fine del 1800 si scoprono le micorrize ed a metà del 1900 in Italia si producono le prime piante micorrizate in vivaio per la tartuficoltura. La tartuficoltura ha avuto una crescita costante a partire dagli anni sessanta in Italia, con una forte espansione a fine anni ’80 e durante gli anni ’90.

 

2 – PRINCIPI DI COLTIVAZIONE

La coltivazione avviene sfruttando le caratteristiche riproduttive ed ecologiche del tartufo. Il metodo di coltivazione attuale consiste nella micorrizazione in vivaio di piante forestali e quindi la messa a dimora in ambienti vocati alla specie di tartufo oggetto di coltivazione. La riuscita della coltivazione non è garantita anche perchè le radici in espansione non sono micorrizate e così possono essere inoculate anche da spore di tartufi o funghi indesiderati presenti nel terreno.

La specie più coltivata nel mondo è il tartufo nero pregiato di Norcia e del Périgord (T. melanosporum Vitt.) seguito dallo scorzone o nero di Borgogna (T. aestivum subsp. uncinatum Fischer, o T. uncinatum Chat.) in Francia e dal tartufo bianco pregiato di Alba e Acqualagna (T. magnatum Pico) in Italia.

I risultati produttivi sono buoni con il tartufo nero pregiato e con lo scorzone, mentre sono sporadici e occasionali con il tartufo bianco pregiato. Il T. brumale Vitt. (nero di campo) ed il T. albidum Pico, meno pregiate delle altre, hanno dato risultati incoraggianti in alcune tartufaie sperimentali. Esiste però poco interesse economico per farlo perchè il prezzo è minore ed il mercato meno ampio rispetto alle specie più pregiate. Il T. brumale, tuttavia, è prodotto come tartufo indesiderato in tartufaie impiantate con piante inoculate con T. melanosporum Vitt. e contribuisce molto positivamente al conseguimento del reddito dell’agricoltore.

 

 

3 – IMPIANTO E GESTIONE DELLA TARTUFAIA

La presenza spontanea della specie di tartufo che intendiamo coltivare è un ottimo indice di vocazionalità dell’ambiente. Le caratteristiche del terreno richieste dal tartufo sono il buon contenuto in calcare ed il buon drenaggio. Il clima deve essere umido in primavera ed autunno e indurre uno stress idrico estivo (da mediterraneo a temperato). A seconda dell’umidità e della profondità del terreno, questo sarà più idoneo ad ospitare una specie di tartufo rispetto ad un’altra.

Il terreno va preparato con una rippatura ed una lavorazione superficiale (erpicatura) per preparare il terreno ad ospitare la pianta micorrizata. L’aratura profonda per operare lo scasso del terreno è sconsigliata in quanto riduce la fertilità superficiale del terreno ed anche la velocità di crescita della pianta micorrizata. La dimensione della buca per piantare la pianta micorrizata è limitata al volume del pane di terra (circa un litro). L’impianto viene effettuato a fine autunno o durante l’inverno, per far sì che le piante colonizzino il terreno con le loro radici e non abbiano richiesta idrica dalla traspirazione.

Il sesto d’impianto deve tener conto della dimensione da adulte delle specie vegetali messe a mimora: generalmente la quercia si pianta a otto-dieci metri di distanza ed il nocciolo a quattro-cinque. Tenendo conto che il nocciolo ha una vita di pochi anni rispetto alla quercia, si possono alternare querce e noccioli sulla fila con sesto d’impianto di quattro metri per quattro ed avere i noccioli a fine ciclo vitale quando le querce sono diventate molto grandi.

Per ottenere una entrata in produzione precoce dell’impianto è necessario accelerare la maturazione fisiologica delle piante, accelerando il loro sviluppo. Questo si ottiene riducendo la competizione con le erbe e fornendo nutrienti ed acqua. In pratica si zappetta il terreno intorno alle piante micorrizate, si irriga nelle annate molto siccitose, si effettua la pacciamatura con materiale poroso, si apporta compost o letame molto umificati.

Queste pratiche sono positive durante i primi due o tre anni dell’impianto ( fig. 5), mentre possono creare dei problemi nel lungo periodo all'interno del pianello. Infatti è facile osservare la perdita delle produzioni di T. melanosporum, spesso a favore di tartufi meno pregiati (tipici di terreni umidi e lavorati), quando si continui a zappare il pianello (senza apportare humus). La zappatura può invece continuare anche per altri anni se effettuata all'esterno del pianello che si forma, in modo da favorire l'espansione radicale e di conseguenza del micelio. L’apporto di compost ben umificato è invece positivo anche per molti anni, a condizione che questo non contenga sostanze tossiche o sia poco maturo. L’apporto è consigliato localizzato intorno alla pianta micorrizata e sopra il pianello che si forma. Per proteggersi da rischi eccessivi, lo si può apportare su una frazione del pianello, lasciando così un testimone non ammendato. Un tipo di sostanza organica poco favorevole per il tartufo e per la pianta ospite è costituito dall’eccesso di foglie della pianta ospite stessa (autopatie), specialmente in condizioni di terreno nudo, mentre i problemi sono di gran lunga minori se il terreno è inerbito e la tartufaia è mista.

La maturazione fisiologica dipende anche dalla specie vegetale, quindi il nocciolo matura ed entra in produzione prima della quercia, a parità di cure agronomiche e di ambiente pedoclimatico.

La potatura non è stata ancora studiata in maniera approfondita, tuttavia si sconsiglia di fare grossi tagli agli alberi, al fine di non sconvolgere l’equilibrio fisiologico della pianta. Quindi la potatura verde è la più consigliata e invece lo è meno quella invernale, specialmente se si tratta della spollonatura del nocciolo.

Durante la fase produttiva della tartufaia le cure agronomiche possono anche essere annullate e limitarsi alla raccolta dei tartufi con il cane, in quanto le erbe contribuiscono da sole all’apporto della sostanza organica che viene ossidata dal micelio all’interno del pianello. Per aumentare la quantità prodotta è stata tentata la strada dell’irrigazione, della lavorazione del suolo e della pacciamatura, ma queste pratiche sono molto rischiose a lungo termine (fine produzione, inquinamento con altre specie di tartufi meno pregiate), mentre danno un aumento di produzione i primi anni. E’ invece positiva la presenza di arbusti come la ginestra ed il rovo, in prossimità dei quali le quantità di tartufo prodotte sono sempre più elevate. Potrebbe essere positiva anche la semina della lupinella all’interno del pianello (pratica comune per alcuni tartuficoltori), come fornitrice di sostanza organica azotata. L’apporto di sostanza organica umificata (compost o humus di lombrico) è generalmente molto positivo. Sarebbe meglio eseguirlo in Marzo, subito dopo la fine della raccolta di tartufo, e interrarlo nei primi due-tre centimetri per non disturbare  troppo la struttura del terreno.

 

4 – PROBLEMATICHE DELLA MICORRIZAZIONE E DELLA COLTIVAZIONE

Nella micorrizazione in vivaio si hanno problemi di germinabilità delle spore di T. magnatum Pico e quindi la percentuale di radici micorrizate può risultare scarsa con il metodo dell’inoculo sporale. Questo problema contribuisce all’insuccesso della coltivazione del T. magnatum Pico, ma probabilmente non ne è la causa fondamentale. I comportamenti produttivi in campo del T. magnatum Pico in tartufaie artificiali suggeriscono infatti che il problema maggiore è a livello ecologico e non di qualità di piante micorrizate. Tuttavia molta ricerca si sta facendo sui metodi molecolari di riconoscimento delle micorrize di T. magnatum Pico, che morfologicamente si possono confondere con T. albidum Pico.

 

5 – INCENTIVI FINANZIARI ALLA TARTUFICOLTURA: I CONTRIBUTI CE. La comunità europea contribuisce alla tartuficoltura con finanziamenti che passano attraverso le Regioni. In particolare il regolamento CE 2080 prevedeva, nelle Marche, finanziamenti a fondo perduto per l’impianto di tartufaie fino a Lit 12 milioni/ha come rimborso spese (acquisto materiali e lavoro dell’agricoltore) e Lit 600.000/ha come contributo annuo ai costi di manutenzione ed integrazione al mancato reddito per dieci anni. Attualmente i finanziamenti sono più ridotti e probabilmente solo limitati al rimboschimento. Ciò comporta che il prezzo delle piantine finanziabile è molto più basso, tuttavia le spese per l'impianto sono le stesse. Ne deriva quindi che il contributo può ancora essere interessante, specialmente se l'impianto lo fa "in economia" l'agricoltore.

 

E – MICORRIZAZIONE IN VIVAIO

 

 

1 – CAMPI DI APPLICAZIONE DELLA MICORRIZAZIONE IN VIVAIO IN AMBITO FORESTALE. La micorrizazione di piante forestali suscita enorme interesse nel mondo per la ricerca di obiettivi anche molto diversi. Le micorrize infatti sono studiati in generale per migliorare le condizioni di vita della pianta simbionte in un determinato ambiente (resistenza a stress, suoli degradati, ecc.), produzione di funghi commestibili (moltissime specie, in particolare tartufi, boleti, cantarello, ovulo buono, matsutake, ecc.), miglioramento delle condizioni fisiche del suolo. I successi sono relativamente pochi e spesso poco riproducibili, probabilmente a causa della selezione delle micorrize che avviene dopo la messa a dimora delle piante nel suolo. Molti rimboschimenti sono quindi eseguiti in varie parti del mondo con piante micorrizate in vivaio.

 

2 - METODI DI MICORRIZAZIONE. ( fig. 6)La micorrizazione artificiale sfrutta le naturali strategie di propagazione del tartufo, attraverso una via gamica (sporale) o agamica (ifale). La micorrizazione in vivaio è attuata in Italia dalla seconda metà del 1900 con diversi metodi: l’inoculo sporale (o Mannozzi-Torini); l’innesto radicale; la propagazione da piante madri; con micelio in coltura pura (o vitro). La produzione massale di piante micorrizate è soprattutto attraverso l’inoculo sporale, mentre alcuni vivai utilizzano le piante così ottenute come "madri" per inoculare con il contatto radicale altre piante a radice nuda attraverso la convivenza (metodo di micorrizazione per piante madri) o attraverso pezzi di radice micorrizata (metodo di micorrizazione per innesto radicale). La micorrizazione attraverso l’uso di micelio in coltura pura (derivante dalla germinazione delle spore) è rimasto solo di interesse sperimentale con il tartufo, mentre è di più facile applicazione alle produzioni massali nel caso di funghi a cappello pregiati (porcini, amanite, cantarello, ecc.).

Le piante da micorrizare sono propagate da seme o da vitro. Le piante sottoposte alla micorrizazione con inoculo sporale necessitano di circa un grammo di tartufo per vaso. Queste piante possono essere utilizzate per la micorrizazione per innesto radicale e la micorrizazione da piante madri come fonte di inoculo miceliare.

La durata del processo di micorrizazione per inoculo sporale oscilla dai quattro agli otto mesi a seconda delle specie (T. melanosporum quattro mesi, T. magnatum otto mesi), mentre è di due mesi con gli altri metodi. Il metodo per piante madri è il più veloce in vivaio perchè consente di ottenere circa trenta nuove piante micorrizate da ogni pianta madre in soli due mesi, mentre l’innesto radicale consente di ottenere solo quattro-cinque piante per ogni pianta madre.

Le specie vegetali simbionti più utilizzate in vivaio per il T. melanosporum sono: la roverella (Quercus pubescens, che è inoltre la prima pianta tartufigena utilizzata per la costituzione delle tartufaie artificiali marchigiane), il nocciolo (Corylus avellana), il carpino nero (Ostrya carpinifolia), il leccio (Quercus ilex), il cisto (Cistus spp.). Nel caso del T. magnatum le specie vegetali ospiti sono: roverella (Quercus pubescens), farnia (Quercus peduncolata) pioppo bianco (Populus alba), pioppo nero (Populus nigra), tiglio (Tilia spp), nocciolo (Corylus avellana), salice (Salix spp)

 

3 - MORFOLOGIA DELLE SPORE E DELLE MICORRIZE. Fondamentale è il controllo della rispondenza specifica del materiale di partenza (tartufi e micorrize delle piante madri) e dei prodotti finali (micorrize). L’esame morfologico è molto importante nel riconoscimento delle spore e delle micorrize al fine di ottenere un prodotto micorrizato con la specie desiderata. I tartufi vengono prima analizzati secondo una morfologia macroscopica: colore, forma. Si controlla inoltre anche l’odore. Il passo successivo è il controllo della morfologia delle spore per avere maggiore certezza che il materiale di partenza risponda alla specie desiderata. Delle spore si osserva la forma, il colore e la dimensione.

Le micorrize si riconoscono a seconda del colore, forma e dimensione. Le micorrize hanno inoltre molta variabilità indotta dalla specie vegetale con cui sono in simbiosi e dalle condizioni ambientali di temperatura ed umidità. Si osserva il disegno che si nota in rilievo sulla superficie della micorriza e la forma delle ife che da essa dipartono.

 

4 - PROBLEMATICHE DELLE DIVERSE SPECIE. I problemi maggiori riguardano il T. magnatum Pico. Questa specie ha evidenziato una scarsa germinabilità delle spore in vivaio (anche per il T. macrosporum Vitt., che però non è coltivato) ed una forte difficoltà ad entrare in produzione in campo, nonostante le condizioni ecologiche favorevoli. Le piante prodotte per inoculo sporale, quindi, abbisognano di maggiore tempo di incubazione rispetto a T. melanosporum Vitt. e T. aestivum Chat., inoltre necessitano forti controlli finali per verificare la micorrizazione e l’eventuale presenza di funghi inquinanti.

 

5 – I SUBSTRATI. I substrati di coltivazione delle piante sottoposte a micorrizazione devono essere simili ai substrati naturali, quindi drenati, calcarei e con pH superiore a 7. Si ottengono miscelando terreno calcareo sabbioso all’agriperlite o alla vermiculite. Il livello di sostanza organica è consigliabile intorno al 3%. Questo può essere raggiunto anche con l’aggiunta di vermicompost (humus di lombrico), o compost molto stabile. E generalmente effettuata la sterilizzazione a temperature superiori a 100°C per devitalizzare eventuali miceli competitori. I vasi utilizzati sono fitocelle di plastica cilindriche per piante forestali da un litro di volume circa.

 

F – IMPATTO TERRITORIALE DELLA TARTUFICOLTURA

 

 

1 – ASPETTI ECONOMICI AZIENDALI

La tartuficoltura è stata analizzata a livello di microeconomia da diversi studiosi. Purtroppo è difficile fare bilanci di previsione di entrate future con le produzioni di tartufi coltivati, in quanto la fruttificazione ha ancora aspetti sconosciuti o poco controllabili. E’ necessario ricercare un’attenta strategia d’investimento, allo scopo di ridurre l’incertezza delle entrate finanziarie future ed i rischi dell’investimento.

I fattori principali di cui tener conto sono: finanziamenti pubblici disponibili; vocazionalità dell’ambiente; specie di tartufo con elevata probabilità di fruttificazione; valorizzazione dei risultati e delle risorse disponibili; specie vegetali protette utilizzate; resa di colture alternative.

I finanziamenti pubblici hanno favorito enormemente lo sviluppo della tartuficoltura nella regione Marche, essendo sorte più della metà delle tartufaie coltivate con contributi finanziari pubblici. Attualmente esiste il reg. CE 2080 a favore dei rimboschimenti, che le Regioni recepiscono con aspetti da loro sottolineati, tra i quali la tartuficoltura ha finora partecipato come argomento importante. Nella Regione Marche i finanziamenti all’impianto si aggiravano intorno a Lit. 12 milioni/Ha “a fondo perduto” (in conto capitale) su progetti con bilancio previsionale, comprendenti l’acquisto di piante micorrizate (solitamente dai tre ai sei milioni di lire), spese per progettazione (circa Lit. 600.000, per professionisti), lavorazioni e messa a dimora delle piantine (anche se fatto in economia, dai tre ai cinque milioni circa), eventuali miglioramenti del fondo (es. recinzione. Tali investimenti erano messi a colmare il contributo pubblico ancora disponibile). Inoltre esistevano per la tartuficoltura altre Lit. 600.000/Ha ogni anno forfetari per i primi dieci anni, come integrazione al mancato reddito, sostituzione piantine morte, gestione suolo (due trinciature o fresature/anno). La Regione Molise dovrebbe aver recepito tale regolamento CE di recente, e quindi dovrebbe essere anche in grado di finanziare la tartuficoltura.

La vocazionalità dell’ambiente alla specie di tartufo che si intende coltivare si nota intanto dalla presenza di tale specie spontanea nelle vicinanze. Inoltre le caratteristiche di suolo ed esposizione del terreno da destinare alla tartuficoltua hanno peso, soprattutto per ambienti meno vocati o con vocazione sconosciuta.

Le specie di tartufo ad elevata probabilità di fruttificazione sono attualmente il T. melanosporum (tartufo nero pregiato di Norcia) come coltivato. Il T. brumale (tartufo nero di campo, o moscato) ed il T. aestivum (scorzone o tartufo nero estivo) come coltivati (con minore certezza) e spesso come “inquinanti” di tartufaie di T. melanosporum. In Francia quest’ultimo discorso vale anche per il T. uncinatum (o T. aestivum var. uncinatum :Tartufo scorzone invernale). Tentativi di coltivazione con esiti abbastanza positivi ci sono stati anche per il T. albidum (bianchetto o marzaiolo). Il T. magnatum (Tartufo bianco pregiato di Alba ed Acqualagna) non ha dato risultati convincenti nella coltivazione con piante micorrizate e la ricerca deve ancora lavorare molto per assicurare risultati positivi. Il T. mesentericum (tartufo nero di Bagnoli) ha tentativi di coltivazione in Campania, ove è presente spontaneo ed anche molto apprezzato, ma finora non si hanno notizie sui risultati ottenuti.

La valorizzazione delle risorse e dei risultati ottenuti consiste nello sfruttamento delle specie di tartufo anche meno pregiate, prodotte come spontanee o “inquinanti” nell’azienda o coltivate. La valorizzazione avviene con il miglioramento delle ricette di cucina di tali tartufi e di fiere e sagre che vengono organizzate. I commercianti e trasformatori li usano positivamente in paste alimentari e prodotti a base di tartufo (generalmente nero di campo e scorzone), negativamente in frodi commerciali in cui “spacciano” tartufi minori con tartufi di specie pregiate. Altro sistema di valorizzazione per aziende di tipo agrituristico o simili consiste nell’organizzazione di “passeggiate” a pagamento nei boschi e nelle tartufaie per la raccolta di tartufi (che potrebbero in seguito essere acquistati dai clienti).

Le specie vegetali protette possono influire sulla scelta d’impianto della tartufaia. Nel caso l’agricoltore non fosse molto convinto dell’investimento, è meglio scegliere specie non protette (nocciolo, cisto).

La resa di colture alternative è influisce sulla scelta della tartuficoltura, come per altre scelte d’investimento. La tartuficoltura è caratterizzata, a prescindere dai contributi pubblici, da rese che iniziano al quarto anno nella migliore delle ipotesi con il nocciolo o il cisto, mentre con altre specie vegetali arboree si va dai cinque ai venti anni di attesa. Le rese sono inoltre poco prevedibili, sebbene probabili con T. melanosporum in ambienti molto vocati. La resa economica può infatti oscillare da zero a sessanta milioni/Ha in casi eccezionali. Se le rese/Ha di colture alternative sono elevate, come nel caso di ortofrutticoltura specializzata, è difficile proporre una scelta in tartuficoltura, che ha una elevata imprevedibilità di base e le rese iniziano dopo alcuni anni. Al contrario, nel caso di cerealicoltura di alta collina, è proponibile investire in tartuficoltura per motivi economici comparativi (confronto di finanziamenti) ed ecologici (minore erosione e rischio frane). 

 

2 – Aspetti economici territoriali

     La tartuficoltura è un sicuro elemento di sostegno di diverse realtà montane in Italia ( fig. 7). Il tartufo permette infatti di fornire a raccoglitori ed agricoltori un reddito che non sarebbe altrimenti possibile in zone montane. La produzione e la raccolta di tale prodotto non è, tuttavia, che il primo passo dell’impatto economico sul territorio. Il tartufo è dotato di naturale fascino e mistero che viene alimentato e valorizzato con ristoranti tipici, che ne aumentano il plus-valore. I ristoranti possono inoltre specializzarsi al punto da offrire menù con tartufi meno pregiati (specificandone le diferenze) in momenti dell’anno in cui i tartufi più pregiati non sono disponibili. Nelle Marche, come in altre regioni a tradizione tartufigena, le fiere e le sagre del tartufo sono sempre di più, tanto da trovarne almeno una ogni domenica di autunno (nelle Marche) e d’inverno (tra Marche ed Umbria). In queste occasioni tutti i prodotti locali vengono proposti e venduti alle migliaia di turisti che invadono le cittadine che ospitano tali fiere. I redditi ottenuti dal tartufo, insomma, contribuiscono ad alimentare l’economia montana direttamente con la sua vendita e indirettamente valorizzando gli altri prodotti ed anche, in seconda battuta, alimentando una serie di negozi e piccole imprese nelle quali i tartufai fanno acquisti o investono i loro risparmi.

 

3 - Aspetti sociali territoriali

Il tartufo permette reddito con minimi investimenti nel caso dei raccoglitori, mentre i tartuficoltori devono investire ingenti somme, sebbene in alcuni casi sono rimborsati dalla CE. Purtroppo le tartufaie coltivate sono anche meta di raccoglitori che non rispettano la proprietà privata e vanno lì a raccogliere tartufi. La legge punisce solamente i bracconieri colti in fase di raccolta, ma i controlli sono in genere molto scarsi. L’aumento esponenziale del numero dei raccoglitori ha aggravato la situazione, in quanto le produzioni spontanee sono ora divise per un numero superiore di persone. Basti pensare che le aree tartufigene più conosciute sono visitate anche da dieci persone diverse in un giorno. La concorrenza tra tartufai genera a volte iniziative malvagie come l’avvelenamento dei cani a mezzo di polpette avvelenate.

 

4 – Aspetti idrogeologici della tartuficoltura

La tartuficoltura ha benefico effetto ecologico “strappando” terreni alla cerealicoltura montana, caratterizzata da erosione e frane, e impiegandoli in rimboschimenti dai quali si otterranno anche rese da tartufi. Le radici degli alberi e la continua copertura vegetale sono infatti una ricetta ottima per far sì che il terreno non “scorra a valle”. Le frane si possono considerare costi ambientali e pubblici, specialmente quando le frane chiudono le strade e si deve correre ai ripari. Rimboschimenti eseguiti utilizzando una parte di piante micorrizate con tartufo hanno dato ottimi risultati ecologici sui Monti Sibillini (Marche) ed anche ottime produzioni di tartufo.

 

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