5 ANNI DI GUERRA (1941-1945)

Ricordi di Michele Notte


Secondo capitolo.

Soldato.

La burocrazia ha, secondo il cittadino comune, strani modi di vedere le cose. Quando poi si accoppia alla vita militare, tutto diventa ancora piu' strano.
Quando ricevetti, nel Febbraio 1941, la cartolina di chiamata alle armi, mi presentai al Distretto Militare di Campobasso. Mi dissero che ero stato destinato al Reggimento Genio di Trani (Puglie). Per andarci, mi diedero il foglio di via che mi nominava Capo Drappello. Solo un giorno di vita militare, ed ero gia' promosso! Il fatto che fossi io solo ad andare a Trani non significava niente per loro. Ci si sposta a drappelli, anche se composto di una sola persona.
Scoprii anche che la Classe del `21, la mia, era stata chiamata alle armi prima della Classe del `20! Perche' poi? Non si e' mai saputo di sicuro. Si diceva allora che qualche potente papa' fosse responsabile per cio'; in Italia, cio' e' interamente possibile.
Scoprii anche che per la prima volta le reclute con la frequenza universitaria (io avevo iniziato il secondo anno di ingegneria a Roma) non venivano inviate direttamente alla Scuola Allievi Ufficiali di Complemento, ma iniziavano la vita militare come soldati semplici. Buona idea, ma perche' cominciare con me?
Al Reggimento, una volta espletate le pratiche burocratiche in fureria, il primo ordine fu di andare dal barbiere e farsi tosare a zero. Uso intenzionalmente il verbo "tosare" perche' sembravamo tante pecore scarnite. Il taglio dei capelli aveva, certo, il duplice scopo di igiene e di incutere rispetto e umiliazione nelle reclute. Tanti pregavano il barbiere di lasciare almeno un'ombra della loro bella chioma, ma inutilmente. Divenne chiaro che tanti non si erano mai lavata la testa con acqua e sapone nella loro vita, si sarebbe detto al vederli cosi' "rapati". La saggezza della tosatura era dettata dalla imperiosa, urgente necessita' di igiene per eliminare il pericolo serio di epidemie.
Un'altra novita' per tanti di noi era la doccia, fatta nudi in presenza di tanti altri (avevamo meno di vent'anni e, nonostante le bravure verbali, eravamo piu' vergognosi di una ragazza della nostra eta'!). Ricordo che dovemmo spingere un giovane di Campobasso tutto vestito sotto l'acqua, perche' non voleva assolutamente spogliarsi.
La caserma pero' era infestata di cimici, e non solo le molle delle brande. Durante la notte le cimici si arrampicavano sul soffitto e si lasciavano cadere in picchiata addosso a noi povere vittime. Forse sentivano le radiazioni termiche dei nostri corpi. Era una vera vergogna che la caserma non fosse stata MAI fumigata!
Le scarpe venivano fornite di cuoio giallo, ma dovevano essere indossate nere, con perfetta logica militare. Come risolvere tale rebus? Gli anziani ci indicarono che in caserma si vendeva il lucido nero. E cosi' il primo compito fu di colorare nere le scarpe gialle di dotazione.
Alle fasce ero stato abituato dal premilitare, quando indossavo la divisa di avanguardista, ma confesso che non ho mai imparato a girarle con perfetta simmetria.
Finalmente ero pronto per la libera uscita, dopo un paio di ore di lavoro. Mi sedetti sulla branda per aspettare un amico che era in ritardo, e TUTTI i bottoni partirono.
Erano stati cuciti in modo che SEMBRAVANO attaccati, ma bastava tirarli che si staccavano.
Imbecillita' o sabotaggio? Forse entrambi. Certo e' difficile creare un alto morale e destare entusiasmo in un nuovo guerriero, ma non e' cosi' che si comincia.
Quella sera dovetti rinunciare alla libera uscita, per andare ad acquistare, sempre in caserma, ago e filo e riattaccare tuti i bottoni. Fortuna che, come figlio di sarto, avevo visto mio padre attaccarli. Dopo tale mia riparazione, si rompeva piuttosto la stoffa (si diceva che era fatta di ginestra, a causa dell'"autarchia") piuttosto che perdere un bottone.
Per noi Cio' era il presagio di guai futuri, come una tempesta addensantesi all'orizzonte. La prospettiva fu ampiamente confermata dagli avvenimenti degli anni seguenti.
Come esercizi fisici, facevamo marce di 20-25 Km, con lo zaino addosso ed il fucile a tracolla. Non tutti ce la facevano; parecchi, se non proprio molti, si buttavano nella cunetta aspettando il carro che li raccogliesse, come i morti di peste raccolti dai monatti di Alessandro Manzoni . Ricordo che un collega si mise sulle spalle un suo amico troppo spossato, zaino e tutto in aggiunta al proprio fardello, e lo porto' in caserma, per non fargli perdere la faccia. Un atto sovrumano di forza e d'amicizia, ma irripetibile!
Arrivati vicino al paese, ci mettevamo a cantare perche' la fatica era tanta. Il proverbio "canta che ti passa" non si dimostro' mai tanto appropriato.
Passate al terzo capitolo: Caporale!