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L'appartamento cresce a strati come tramezzi posti l'uno sull'altro. Lo attraversiamo, Arrigo ed io, con moto lento, come pendoli che oscillino di tutto il tempo che ancora dev'essere battuto.
Lui è il proprietario. Io, colei che dovrebbe affittarlo.
Sono arrivata da qualche ora a Napoli e sto ascendendo l'elisse che un giorno mi porterà lontana da tutti quei nodi che per il momento posso solo sperare di aver lasciato dietro di me. Sono cosciente che quando ne raggiungerò l'apice, proprio nel punto più lontano, comincerò a discenderne il crinale opposto, di nuovo così vicina a quanto ho lasciato da averlo, ancora una volta, innanzi a me.
Sono abbastanza grande per sapere che la nostra storia non ci abbandona. Cammina al nostro fianco, silenziosa e paziente, ascolta la nostra voce, partecipa alla nostra vita. A volte discosta di un passo, altre s'addensa nell'ombra che proiettiamo davanti a noi sul marciapiedi, altre ancora nello sguardo fuggevole a cogliere un'immagine aliena di noi riflessa sulla vetrina, nella voce di uno sconosciuto, nel gesto involontario di una mano che saluta, per dirci - nell'impressione di aver già incontrato quell'immagine, già udito quella voce, già alzato la mano nello stesso saluto - che lei è pronta a riemergere chiara alla coscienza, che il tempo è ormai giunto.
"L'unica cosa," dice Arrigo volteggiando nelle stanze con grazia "è che l'ingresso non è indipendente. Badate bene una volta nel vostro appartamento avete tutta l'autonomia che desiderate. Ma come avete visto il corridoio è in comune con il mio appartamento. Eh, che volete, mi sa che l'architetto se n'era uscito pazzo".
In braccio tiene un gatto, grasso e pigro che ronfa, infastidito appena dagli avvenimenti intorno a se. Lo seguo in silenzio mentre mi guardo intorno, circondata dalla mobilia di uno stile discontinuo, le pareti invisibili celate da quadri, mobili e ampie specchiere.
Sulla destra subito dopo l'ingresso una porta a vetri ampia si apre sul salotto. Appena il tempo di una sbirciata per cogliere un'asse da stiro, una macchina per cucire, stoffe abbandonate leggere sul tavolo. 'Un sarto' penso cercando di non restare troppo indietro.
Sul lato opposto a metà del lungo corridoio una porta a vetri, il battente già aperto, Arrigo vi s'infila rapido e non me ne accorgo tanto sono concentrata nel guardarmi intorno come se ci stessimo inoltrando in un labirinto e, non avendo nulla da usare per segnare la strada, volessi fissare nella memoria ogni singola screpolatura dei muri.
Al posto delle sue spalle fino a quel momento ondeggianti davanti a me, mi si rivela in fondo al corridoio l'ultima porta a vetri. Battenti più stretti di quelle che l'hanno preceduta, dei pavoni arabescati sul vetro, la ruota aperta, il collo dritto, lo sguardo fisso ed altero.
"Signorina" sento alle mie spalle.
"Signorina, da questa parte la prego."
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