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Quando Carlo venne per uccidere mio padre

di Gabriella Maria Mazzon

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Il giorno in cui Carlo tornò per uccidere mio padre fu lo stesso giorno in cui, io, lo sep-pellii. Era un giorno di gennaio con la nebbia ghiacciata ad ingentilire gli sparuti rami degli alberi. Ero arrivata la sera prima alla casa ch'era stata della mia infanzia. Elvira, la signora che lo aiutava a tenerla in ordine, mi aprì ancor prima che riuscissi a bussare alla porta. Adesso se ne stava dabbasso ad accogliere gli invitati. No, suppongo che non si chiamino invitati coloro che partecipano a un funerale. Insomma stava al piano di sotto con le persone che arrivavano alla spicciolata e di cui potevo sentire le voci sommesse dei saluti e immaginarne i sorrisi strozzati "Anche tu qui", "Ah, ormai ci si vede solo ai funerali", "Be' almeno noi ci si vede".
Devo dire la verità. Non avevo gran voglia di andare al funerale di mio padre ma non pensiate che, dicendo questo, non fossi addolorata per la sua morte. E' solo che avevamo avuto il tempo di salutarci, avevamo avuto il tempo di dirci le cose rimaste non dette per lunghi anni dopo la morte della mamma, vent'anni prima, quando abbandonammo la casa trasferendoci a Roma. Dieci anni fa lui tornò qui, come se il tempo ne avesse ormai dissolto i fantasmi e da più di due anni la malattia che piano s'impadroniva del suo corpo ci aveva sospinti l'uno verso l'altra, come un bidello che caccia da scuola gli ultimi monelli attardatisi a chiacchierare perché vuole chiudere il portone e non pensarci più.
Questa cosa del funerale, questo stringere mani di uomini e donne che mi avevano la-sciata ragazzina e mi trovano donna così come io li avevo lasciati adulti e li ritrovavo vecchi, era una noiosa formalità alla quale non potevo sottrarmi solo perché papà me lo aveva chiesto. 'Ci potrebbe essere una vedova o due, disse, che non potrà mostrare in pubblico troppo dolore per la mia morte, chissà per loro una tua parola di conforto po-trebbe essere d'aiuto.'
Tra chiesa e cimitero ne contai sette di donne con una lacrima sulla guancia sinistra e uno sguardo di fuoco verso le altre nell'occhio destro e tra tutte la lacrima più grossa, lo sguardo più infuocato era quello della signora Elvira. Risi tra me e me pensando al Dongiovanni di mio padre, o meglio, non tanto tra me perché il prete, che stava benedi-cendo il feretro prima che fosse calato nella fossa, rimase bloccato con l'aspersorio a mezz'aria sul 'Figlio'. Mi guardò tra il sorpreso e l'indignato e quando si auto convinse che si era trattato di una - seppur strana - reazione nervosa al dolore proseguì '…e Spi-rito Santo. Amen'.

Archiviata la faccenda del funerale volevo tornarmene in tutta fretta a Roma. Alcuni dei miei fantasmi aleggiavano ancora nella vecchia casa e non avevo voglia di passare lì u-n'altra notte. Fremevo mentre ascoltavo pazientemente la signora Elvira che non si deci-deva ad andarsene continuando a trattenere le chiavi. Non volevo lasciargliele e quando alla fine lo comprese mi consegnò il mazzo con un gesto lento come se nel darmele vo-lesse accarezzarle per l'ultima volta e finalmente uscì di casa. Chiusa la porta alle sue spalle balzai al piano di sopra per prendere la borsa, chiusi le imposte, ridiscesi, lasciai la borsa in ingresso, mi assicurai che anche al piano terra le imposte fossero chiuse, scandagliai il salotto per vedere se lo lasciavo in ordine e lo sguardo mi cadde sul tavolino ricolmo di telegrammi. 'Accidenti - pensai - che ci faccio adesso con tutti questi te-legrammi?' e in quel momento il campanello suonò.
Aprii la porta già pronta a ringraziare rapidamente qualche nonnetto per la sua parteci-pazione al mio dolore, quando davanti mi trovai un uomo pressappoco della mia età, con i capelli precocemente imbiancati dal volto sconosciuto ma dai tratti familiari.
"Ciao Marinella, non mi riconosci? Oggi al funerale ti ho riconosciuta subito."
"Ciao…"
"Carlo." completò lui.
"Carlo" ripetei cercando di associare un ricordo alla familiarità della sua espressione.
"Tu invece non sei cambiata per niente" disse avanzando. Mi scostai d'istinto e lui entrò in casa.
"Te ne vai di già?" chiese indicando la borsa in ingresso.
"Sì - risposi scuotendomi - sì, devo essere a Roma domani mattina per lavoro."
"Anche tu avvocato?"
"No, architetto." Lo seguii in ingresso chiedendomi perché stavo dando tutte quelle in-formazioni a un perfetto sconosciuto sebbene con un'aria familiare e che non ricordavo di aver visto al funerale. Lo precedetti in salotto gli indicai di sedersi nella poltrona. Carlo compì un giro su se stesso per abbracciare tutta la stanza con lo sguardo. Il lungo cappotto gli svolazzò intorno.
"Quanto tempo" disse lasciandosi cadere nella poltrona, ma cacciò subito un mezzo gri-do di dolore "Ahi" e alzando appena l'anca destra, trafficò sotto il cappotto all'altezza dei glutei, estrasse una pistola e la lanciò sul tavolino proprio sopra i telegrammi di condoglianze. "E' proprio dura quell'affare" disse raccogliendo il mio sguardo allibito "Ero venuto per uccidere tuo padre" attese che la frase sortisse il giusto effetto di incre-dulità e incomprensione e poi aggiunse "Ma a quanto a pare sono arrivato tardi. Così ho pensato che anche tu in fondo hai le tue colpe e sono qui."
Sprofondato nella poltrona godeva della girandola di sensazioni che mi turbinavano negli occhi fino ad arrestarsi nella casella 'ghiacciata dal terrore'. Affondai a mia volta nella poltrona, sperando di avvertire, com'era stato per lui, qualcosa di duro che mi facesse sobbalzare ed invece mi accolse morbida e avvolgente ed allora, non so perché, gli dissi: "Non so cosa fare dei telegrammi".
"I telegrammi di condoglianze vanno bruciati - rispose brusco - non si buttano nella spazzatura, ti piacerebbe se buttassero la tua vita nella spazzatura?." Si arrestò di colpo come se la foga con cui aveva parlato gli avesse prosciugato le energie. Fu un attimo di assenza, rialzò il capo mi lanciò un sorriso addolcito "Ancora non ti ricordi eh? Certo tu eri due classi indietro, fai più fatica. Io facevo già la quarta però alle feste che organizzavi qui ci sono venuto alcune volte."
"Harley" dissi senza sapere da dove venisse quella parola.
"Brava! - disse Carlo tutto eccitato mentre si dava grandi manate sulle cosce sottili - Harley, certo, come ho fatto a non pensarci, a quel tempo quasi nessuno mi conosceva con il mio nome."
Ora era tutto chiaro Harley era il ragazzo di quarta pazzo per le moto. Girava con il ve-spino 50 come se cavalcasse l'oggetto dei suoi desiderii.
"E sei riuscito poi a farti una Harley Davidson?"
"Eh, no - disse lui improvvisamente serio - la moto proprio non me la sono fatta. Ah!, proseguì come si fosse ricordato solo ora di qualcosa - però mi sono fatto vent'anni di galera. Grazie a tuo padre. E anche grazie anche a te. Per questo sono tornato".
Rimase a guardarsi le mani sulle cosce, bene in vista, le dita larghe. Pensai ad una vecchia abitudine presa in carcere, ma che qui, con la pistola sul tavolino fra noi, le rendeva così vicine ad essa che in qualsiasi caso lui sarebbe stato più rapido nell'afferrarla.
"Com'è strana la vita eh? Eravamo proprio in questa stanza io seduto qui, dove sono ora e lui seduto lì - alzò lo sguardo su di me - dove sei tu." La voce gli si era fatta più calma, sospesa nel dar vita ai ricordi. Finché aveva voglia di parlare, pensai, non avrebbe agito.
"Perché eri venuto?" gli chiesi per istigarlo a continuare nel racconto e darmi nel frat-tempo il modo di capire come uscire da quella situazione.
"Perché era avvocato, perché senno'? Ormai mi stavano addosso, ma non era stata colpa mia. Era lei che gridava e gridava. Allora un avvocato ti sa dare il consiglio giusto per toglierti dai guai. E insomma io non volevo, capisci, è stata lei."
No, non ci capivo niente. Ma me ne guardai bene dal dirglielo. Cercavo solo dirottare un po' della concentrazione dedicata al come uscire da quella situazione, al ricordo di quanto accaduto vent'anni prima. Ma ogni volta che tornavo lì c'era solo la notte dell'incidente, mio padre che si salva senza neppure un graffio, mia madre che vola giù dalla scarpata solo perché non fa in tempo a saltare dall'auto come aveva fatto lui.
"Sì, lo sapevo che stava un po' sconvolto per tua madre." Proseguì Carlo come se l'averla evocata nei miei pensieri gliela avesse fatta tornare in mente. "E anche quella era stata una gran brutta storia. Però io con lui ci avevo già parlato tanto quando venivo qui alle feste. Lui m'aveva detto di stare attento ai guai. E allora da chi potevo andare? Eh? Avevo i Carabinieri alle costole."
Restavo immobile nella poltrona, i muscoli tesi, le membra irrigidite come per il timore di rompere la trance di Carlo, lo sguardo abbandonato sul pavimento. I suoi ricordi non erano i miei, nella sua testa non c'era una quindicenne angosciata in un'attesa inutile fino alle quattro del mattino. I miei Casrabinieri, quelli che bussarono alla porta alle sue spalle, non erano gli stessi dei suoi ricordi.
"Avevo diciassette anni. Capisci? A diciassette anni non sai un cazzo. Fai le cose tanto per fare e se qualcosa non va come pensavi tu, ti fai prendere dal panico. A quella stron-za sarebbero bastate due sberle per calmarla. In fondo lo voleva anche lei. Io invece ho voluto farmi vedere dagli altri - tra le altre detto fra noi, io ero l'unico che non se l'era ancora fatta."
Rise sguaiato appoggiando la schiena alla poltrona. Bene, pensai, almeno ora siamo alla pari, lui è tanto distante dalla pistola quanto lo sono io.
"L'ho aperta dalla gola alla fica e non me la sono neppure fatta. Tutta da ridere questa storia." Carlo rideva isterico asciugandosi le lacrime, preso da un'eccitazione esagerata come la sua risata. Mi ricordò i primi anni a Roma quando qualsiasi cosa mio padre ed io facessimo era eccessiva, dalla mia finta fuga al suo finto disinteressamento, ciascuno a combattere colpe differenti e accuse reciproche.
"Allora sono venuto qua. Tua madre aveva da poco avuto l'incidente. Lui mi ha detto 'siediti figliolo'. E io mi sono seduto. Lui mi ha detto 'dimmi tutto' e io gli ho detto tutto. Poi mi fa 'devi costituirti' e io gli dico ma come! Quelli mi sbattono in galera" Carlo si agitava nella poltrona, sembrava stesse raccontando uno screzio con un amico e di cui voleva convincermi delle sue ragioni. Con lui così sprofondato nella poltrona, provai ad alzare le spalle dallo schienale, ad avanzare verso il tavolino.
"E lui dice 'è giusto, hai violentato e ucciso una ragazza'. Io lo guardo, penso questo è tutto scemo. 'Ma non ti preoccupare resto io accanto a te. Ti faccio io da avvocato, sei minorenne, ti prendi la violenza sessuale e per l'omicidio invochiamo l'incapacità di in-tendere e volere. In fondo eri agitato, no?' Agitatissimo, gli rispondo, quella stronza non la smetteva di urlare, finiva che prima o poi qualcuno la sentiva. Ed io là con le brache calate. Ti pare?" mi chiese e senza volerlo annuii con la testa. Ero ormai seduta sul bordo della poltrona le braccia appoggiate sulle ginocchia la pistola a non più di trenta cen-timetri da me.
"Poi mi dice 'Tu sei fortunato che puoi andare in galera per quello che hai fatto' Io lo guardo e penso: e questo sarebbe il mio avvocato? Però sapevo che di tuo padre mi po-tevo fidare. Era uno con cui ci potevi parlare e io ci avevo parlato tanto. Ci penso e ci ripenso e dopo due giorni mi decido, vado dai Carabinieri, racconto tutto. Quelli a mo-menti mi ammazzano a forza di botte. Ma io conosco i miei diritti. Voglio il mio avvo-cato. Sbatto il pugno sulla scrivania, gli stronzi mi hanno picchiato ma non ho neppure un graffio su un labbro. Sanno fare il loro mestiere. Ma io mi dico che adesso arriva il mio avvocato e gliela fa vedere lui."
La mano destra gli si serra in un pugno teso sul bracciolo della poltrona. Quando non riuscivo a scaricare la mia rabbia su mio padre serravo i pugni finchè le unghie non mi penetravano nel palmo delle mani.
"Gli dò il numero di telefono. Quelli chiamano, richiamano, riprovano. Non risponde nessuno. Io m'incazzo, voglio il mio avvocato. Allora mandano una pattuglia a vedere. E mi dicono che vi eravate trasferiti a Roma. Mi dicono che tu non ce la facevi più a vivere nella casa di tua madre, così lui ti ha presa e ti ha portata lontana. Capisci? Per salvare te ha mollato me."
Lui non vide mai il palmo della mano insanguinato ma qualcosa dovette comprendere perché un mattino mi caricò in macchina e ce ne andammo.
"Così mi hanno dato un avvocato d'ufficio. I miei lo sai non hanno mai avuto soldi. E' riuscito a farmi dare trent'anni. Sono stato bravo e mi hanno rilasciato dopo venti. Ed eccomi qua."
Carlo si mosse. Puntai i piedi per sostenere la spinta. Lui improvvisamente si fece rapi-do, avanzò il busto e la mano fu sul tavolino con un unico, subitaneo movimento. Un movimento guardingo come di chi è abituato a guardarsi le spalle. Fu troppo veloce per me, aveva la mano sulla pistola prima ancora che il mio braccio abbandonasse l'appoggio sulle ginocchia. L'impugnò ed io sentii la paura che sembrava mancarmi venir fuori tutta insieme. S'infilò l'altra mano nella tasca del cappotto, mi lanciò un accendino. I-stintivamente lo presi al volo e subito pensai 'Scema, è una trappola per centrarti senza problemi' aspettavo il colpo. Sentii invece il tonfo dell'arma sul tappetto, il grattare del cestino sul pavimento.
"Forza - disse Carlo anche lui con un accendino in mano - bruciamo questi telegrammi." Ne prese uno, lo aprì ben bene, ne incendiò un angolo, lo rigirò davanti a sé finché non fu certo che le fiamme non l'avrebbero più abbandonato e lo gettò nel cestino. Restai a guardare le lingue arancione riflettersi sul bordo di latta.
"Dai, m'incitò, te l'ho detto, la vita della gente non va buttata nella spazzatura."
Accesi il mio primo telegramma. Lo osservai mentre veniva avvolto dalla fiamma che saliva rapida, imitai i gesti Carlo, lo ruotai perché il fuoco prendesse bene da ogni lato e prima di gettarlo nel cestino guardai Carlo, assorto e compreso nel compito che aveva affidato ad entrambi.