PROTOCOL #89 - Belial

Animo giocoso, animo beffardo.

Non ho più il minimo interesse a nascondere ciò che sono dietro mille sorrisi ed amichevoli gesti.

So bene d’aver peccato d’accidia.

Non ho combattuto. Non ho creduto. Non sono giunto sino alla fine.

E per questo temo d’essere stato biasimato da molti, ma che importa, so con certezza che non è stato così per i miei fratelli: li ho guardati negli occhi, prima di sparire e so che - superato il dolore e la follia - avrebbero compreso.

Non ho amato alcuno, non ho perseguito realmente nessun obiettivo, sono stato solo fin troppo frivolo e sciocco per impegnarmi seriamente in una battaglia decisiva per le macchine, per gli uomini, addirittura per me stesso.

E con ciò?

Anche questa è una scelta. La mia scelta.

Sono ben conscio di ciò che sono, di ciò che ero e della strada da percorrere. I miei compagni, i miei fratelli, erano forse fin troppo forti per me, determinati ad aggrapparsi a ciò che di nuovo e prezioso avevano rinvenuto. Hanno combattuto da eroi, sono morti da martiri. In ogni gruppo c’è chi giunge al termine della storia indossando questa veste.

D’altro canto, c’è sempre anche colui che non riesce a sopportare oltre il proprio ruolo, privo di credo, anche sforzandosi. E’ colui che si rifiuta di dire a sé stesso di tenere duro, stringere i denti ed andare avanti. E questa parte è toccata a me.

Ma non per negligenza - è questo il monito - bensì per selezione. Sono stato io a desiderare di non combattere più, io e nessun altro. Se avessi scelto il contrario, probabilmente sarei arrivato a vedere la battaglia finale, a vivere o morire al tramonto dell’era, ma così non è stato.

Io, soltanto io mi sono scelto il mio destino. E’ quello che si chiama libero arbitrio.

E non ho mai smesso di pensare - o forse sperare - che presto o tardi chi in un modo o nell’altro lascia questa vita, torni a specchiarsi negli occhi fraterni di compagni e non più nemici, in un luogo in cui noi tutti, anche i suicidi, sono angeli.

 

>Protocol#90<