ETICA HACKER
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L'etica degli hacker è
il vero collante di questa controcultura: si tratta, infatti, di un codice di
responsabilità, un sistema di valori profondi, una "filosofia di
socializzazione, di apertura, di decentralizzazione" (Levy 1996: 39), non
scritta o codificata ma incarnata nell'articolato standard di comportamento
degli stessi hacker con un sentimento quasi neo-tribale, mai oggetto di
dibattito ma implicitamente accettata: una sorta di manifesto programmatico di
straordinaria attualità, il quale non poteva che fare presa sull'humus
libertario e tipicamente controculturale degli anni Sessanta.
Tale ideologia condivisa sembra legata al flusso libero, aperto ed elegante
della logica dello stesso computer, il quale non ha più alcun rapporto col
mondo reale: lo stile hacker in costante mutamento e trasformazione dinamica,
finalizzato al flusso libero delle informazioni, si appropria quindi del
computer, e del suo flusso, come di un suo oggetto prototipico.
Era nato un nuovo stile di vita, che divenne il codice proprio della controcultura,
la quale aveva costruito, più o meno coscientemente, un corpo organico di
concetti, norme e costumi: l'avanguardia di un'audace simbiosi fra uomo e
macchina di cui gli hacker sono stati divulgatori, forse anche predicatori, col
fine di alfabetizzare le masse alla nuova tecnologia informatica.
L'etica, elaborata per la prima volta al MIT negli anni Sessanta, si muove
lungo i sei seguenti vettori principali:
1) L' accesso ai computer deve essere illimitato e completo. L'imperativo è
hands-on (metterci su le mani).
2) Tutta l'informazione deve essere libera. Ogni controllo proprietario su di
essa è negativo. La condivisione delle informazioni è un bene potente e
positivo per la crescita della democrazia, contro l'egemonia, il controllo
politico delle élite e degli imperativi tecnocratici. Dovere etico degli hacker
è la condivisione del proprio sapere ed esperienza con la comunità
d'appartenenza (comunità di pari), separata dal resto della società. Dominano
fedeltà, lealtà, supporto reciproco, aspettative di condotta normativa: proprio
perché in una comunità virtuale come questa non ci si può né vedere né sentire
la fiducia reciproca è un valore ancora più prezioso. Inoltre, nelle comunità
informatiche, il tutto è più grande della somma delle parti quando si tratta di
condividere le informazioni: ci si scambiano account, si copiano le ultime
versioni del software e chi ha una maggiore conoscenza la condivide con chi non
ne ha altrettanta, mettendo in gioco un "saper fare" programmato al
servizio di un "far sapere". Vengono scritti manuali sui vari
argomenti (come usare i telefoni cellulari, come costruire dispositivi per
telefonare gratis...) che sono poi distribuiti sulle varie BBS o pubblicati da
riviste, senza che gli autori si aspettino qualcosa in cambio. Nell'underground
tutto circola liberamente e rapidamente, sia che si tratti di materiale coperto
da copyright o meno: il copyright è infatti un concetto ormai superato nella
futura società dell'informazione per questa ideologia. In questo modo gli hacker
hanno costruito volontariamente un sistema privato di educazione che li
impegna, li socializza modellando il loro pensiero: tale processo di
apprendimento all' "arte dell'hackeraggio" (Sterling 1992) per il
neofita si modella sull'esempio delle società iniziatiche, di cui si dirà in
seguito. L'hackeraggio per esplorazione e divertimento è, secondo questa
politica, eticamente corretto, finché non siano commessi intenzionalmente
furti, atti di vandalismo, distruzione di privacy, danno ai sistemi informatici:
è contro l'etica alterare i dati che non siano quelli necessari per eliminare
le proprie tracce, evitando così d'essere identificati.
3) Dubitare dell'autorità. Promuovere il decentramento. La burocrazia,
industriale, governativa, universitaria, si nasconde dietro regole arbitrarie e
si appella a norme: è quindi politicamente inconciliabile con lo spirito di
ricerca costruttiva e innovativa degli hacker, il quale incoraggia
l'esplorazione e sollecita il libero flusso delle informazioni. Il sogno, l'utopia
hacker, come sintetizza Levy (1996: 310), è portare i "computer alle
masse, i computer come giradischi" livellando le ineguaglianze di classe.
Il simbolo più evidente del conflitto politico-culturale tra informalità hacker
e rigidità burocratica è l'International Business Machine (IBM). Il computer, e
con esso la tecnologia, viene ricontestualizzato dagli hacker, ricollocato cioè
in un contesto alternativo a quello dominante: non più, cioè, strumento di
potere nelle mani delle classi egemoni, ma potenziale e potente mezzo
sovversivo, di opposizione e intrusione nelle cerchie del potere
politico-economico; è quindi nelle "periferie" che si viene
producendo il significato.
4) Gli hacker dovranno essere giudicati per il loro operato e non sulla base di
falsi criteri quali ceto, età, etnia, gender e posizione sociale. La comunità
hacker ha un atteggiamento meritocratico: non si cura dell' apparenza mentre è
attenta al potenziale dell'individuo nel far progredire lo stato generale
dell'hackeraggio e nel creare programmi innovativi degni d'ammirazione; la
stratificazione di status si basa quindi sulla conoscenza, l'abilità e l'estro
digitale. Infatti le innovazioni in questo settore di solito derivano da
singoli o da piccoli gruppi che cercano di assolvere compiti di regola
giudicati impossibili dal mainstream.
5) Con un computer puoi creare arte. Emerge una certa estetica dello stile di
programmazione: il codice del programma possiede una bellezza propria in quanto
è un'unità organica con una vita indipendente da quella del suo autore. Nei
computer si può ritrovare la bellezza e la fine estetica di un programma
perfetto che, spinto al massimo delle sue potenzialità, può liberare la mente e
lo spirito: ogni programma dovrebbe essere infinitamente flessibile, ammirevole
per concezione e realizzazione, progettato per espandere le possibilità
dell'utenza. Il computer è l'estensione illimitata della propria immaginazione
personale, uno specchio nel quale è possibile incorniciare qualsiasi tipo di
autoritratto desiderato.
6) I computer possono cambiare la vita in meglio. Gli hacker hanno dilatato il
punto di vista tradizionale su ciò che i computer avrebbero potuto e dovuto
fare, guidando il mondo verso un modo nuovo di interagire con essi. Gli hacker
hanno profonda fede nel computer come arma di liberazione e auto-liberazione,
come mezzo di trasformazione e costruzione della realtà. Nella tecnologia essi
vedono arte: così come alcune "avanguardie" del passato, i poeti
romantici ottocenteschi, i futuristi e i surrealisti di inizio Novecento, anche
gli hacker si considerano dei visionari che vogliono cambiare la vita umana,
anche se solo ai margini o per un breve momento. Per questo essi attuano,
tramite la giustapposizione di fantasia e realtà altamente tecnologica, un
irriverente sovvertimento di senso, un "disordine semantico""
(Hebdige 1979: 100), seppur temporaneamente oltraggioso, dei codici dominanti e
convenzionali, un loro abuso e l'invenzione di nuovi usi. Ogni generazione che
cresce con un certo livello tecnologico deve poi scoprire i limiti e le
potenzialità di tale tecnologia sperimentandola quotidianamente in una sfida
continua col progresso. Così come le sottoculture, dai mod ai punk,
sperimentavano nuovi stili musicali e nuove mode, gli hacker sperimentano nuove
mode nel campo tecnologico; la tecnologia diviene strumento per l'immaginazione
poiché apre il terreno a nuove immagini, suoni, esperienze e concetti.
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