![]()
SE QUESTO È UN UOMO, 1947
If this is a man / Survival in Auschwitz
by
|
Primo Levi's 'If this is a man' review: Written between the end of 1945 and the beginning of 1947, therefore very close to told events, 'If this is a man' is firstable the detailed and terse report, the meek and sometimes deliberately humble chronicle, of an extreme experience: a year passed in the Auschwitz lager by Primo Levi, as a victim of and witness to the highest amount of horror ever caused by the Twentieth Century. This horror stands out in all his “natural” clearness , just thanks to author's firm rejection of any, even if justifiable, literary “fictions”; a plain and absolutely true horror: so it's even more terrorizing, still more ineluctable and not exorcizable. After all, 'If this is a man' is a witness about human condition, its bounds and its unsuspectable resources, about its obstinate capability to conceive good and about the weakness of its defences in front of the suggestion of evil: Levi's not interested in victim-persecutor relationship (persecutors seldom appear in the story: they are distant and absent, enclosed in an almost alien dimension), but in the relationship between victim and victim, in their absurd internal hierarchies, in their naive collusions with power, and in their as naive hopes of a surviving humaneness, and in elder prisoners' jeer at “newcomers”, or in the mockery of some ethnic groups towards some others. And it's in the clear registration of the dreadfull change of nature, to which all, no one excepted, are subjected in the world of lager, that lies 'If this is a man' brought by message of highest and most suffered ethical nature. Of course author's moral judgement doesn't cancel neither ignore individual and joint responsibilities, but it always and however succeeds in estimating them on the plainest yet most obscure basis of human conscience: the righteouses' unappealable court, which lies at the bottom of our all nature, and which Primo Levi knows how to completely and miraculously put to sunlight. |
Recensione del 'Se questo è un uomo' di Primo Levi: Scritto tra la fine del 1945 e l'inizio del 1947, quindi immediatamente a ridosso dei fatti narrati, 'Se questo è un uomo' è prima di tutto il resoconto minuzioso e asciutto, la cronaca sommessa e a volte volutamente dimessa, di un'esperienza estrema: un anno trascorso da Primo Levi nel lager di Auschwitz, vittima e testimone della massima quota di orrore che il ventesimo secolo abbia prodotto. Ed è un orrore che risalta in tutta la sua evidenza “naturale”, proprio per il fermo rifiuto da parte dell'autore di ogni forma di amplificazione retorica, di ogni pur legittima “finzione” letteraria; un orrore nudo e crudo, e totalmente autentico: tanto più, perciò, terrorizzante, tanto più ineludibile e non esorcizzabile. È una testimoniznza, in definitiva, sulla condizione umana, sui suoi limiti e sulle sue insospettabili risorse, sulla sua capacità caparbia di concepire il bene e sulla fragilità delle sue difese di fronte alla suggestione del male: non è tanto il rapporto carnefice-vittima ciò che interessa a Levi (i carnefici compaiono raramente nel libro, lontani ed assenti, rinchiusi in una dimensione quasi aliena), bensì quello che si crea fra vittima e vittima, nelle assurde gerarchie interne, nelle ingenue collusioni col potere e nelle altrettanto ingenue speranze in una sopravvivente umanità, nel dileggio degli “anziani” nei confronti delle “reclute”, o di alcuni gruppi etnici nei confronti di altri. Ed è nella lucida registrazione del terribile snaturamento cui tutti, nessuno escluso, vengono sottoposti nell'universo del lager, il messaggio di più alta e sofferta eticità contenuto in 'Se questo è un uomo'. Il giudizio morale, naturalmente, non cancella né ignora le responsabilità individuali e collettive, ma riesce sempre e comunque a valutarle sulla base semplicissima eppure difficilissima della coscienza umana: l'inappellabile tribunale dei giusti che giace nel fondo di ognuno di noi, e che Primo Levi sa interamente e miracolosamente esporre alla luce del sole. |
|
Here are the verses that open Primo Levi's 'If this is a man': You who live safe In your warm homes, You who coming back at evening Find hot meal and beloved faces: Consider whether this is a man, Who labours in the mud Who knows no peace Who fights for a crust of bread Who dies at a yes or a no. Consider whether this is a woman, Without hair or name With no more strength to remember Eyes empty and womb cold As a frog in winter. Think that has happened: I recommend those words to you. Engrave them into your heart Staying at home walking in the street, Going to bed getting up; Repeat them to your children. Otherwise your house collapse, Disease distress you, Your borns deny you. |
Ecco i versi che introducono al libro 'Se questo è un uomo' di Primo Levi: Voi che vivete sicuri Nelle vostre case, Voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, Senza capelli e senza nome Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d'inverno. Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi; Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri figli torcano il viso da voi. |
|
Chapter list: (author's) Preface The journey Touched bottom Initiation Ka-Be Our nights Labour A good day On this side of right and wrong The Drowned and the Saved Chemistry test Ulysses' canto Summer events October 1944 Kraus Die drei Leute vom Labor The last one Ten days story |
Struttura in capitoli del libro: Prefazione (dell'autore medesimo) Il viaggio Sul fondo Iniziazione Ka-Be Le nostre notti Il lavoro Una buona giornata Al di qua del bene e del male I sommersi e i salvati Esame di chimica Il canto di Ulisse I fatti dell'estate Ottobre 1944 Kraus Die drei Leute vom Labor L'ultimo Storia di dieci giorni |
![]()
Vi propongo qui alcuni
brani del libro, che durante la lettura ho ritenuto tra i più
significativi, e nel fare questo indicherò non le pagine, che
dipendono dalla particolare edizione, ma i capitoli, da cui ho preso
questi passi. E il primo brano è addirittura un intero
capitolo. (Se preferite, potete leggere i brani del libro sotto
riportati, scaricando il file PL_sqeuu_pieces.doc
, creato con Word di Office 2000, che li contiene)
Capitolo: I sommersi e i salvati
Questa, di cui abbiamo detto e diremo, è la vita ambigua del Lager. In questo modo duro, premuti sul fondo, hanno vissuto molti uomini dei nosrti giorni, ma ciascuno per un tempo relativamente breve; per cui ci si potrà forse domandare se proprio metta conto, e se sia bene, che di questa eccezionale condizione umana rimanga una qualche memoria.
A questa domanda ci sentiamo di rispondere affermativamente. Noi siamo infatti persuasi che nessuna umana esperienza sia vuota di senso e indegna di analisi, e che anzi valori fondamentali, anche se non sempre positivi, si possano trarre da questo particolare mondo di cui narriamo. Vorremmo far considerare come il Lager sia stato, anche e notevolmente, una gigantesca esperienza biologica e sociale.
Si rinchiudano tra i fili spinati migliaia di individui diversi per età, condizione, origine, lingua, cultura e costumi, e siano quivi sottoposti a un regime di vita costante, controllabile, identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni: è quanto di più rigoroso uno sperimentatore avrebbe potuto istituire per stabilire che cosa sia essenziale e che cosa acquisito nel comportamento dell'animale-uomo di fronte alla lotta per la vita.
Noi non crediamo alla più ovvia e facile deduzione: che l'uomo sia fondamentalmente brutale, egoista e stolto come si comporta quando ogni sovrastruttura civile sia tolta, e che lo <<Häftling>>1 non sia dunque che l'uomo senza inibizioni. Noi pensiamo piuttosto che, quanto a questo, null'altro si può concludere, se non che di fronte al bisogno e al disagio fisico assillanti, molte consuetudini e molti istinti sociali sono ridotti al silenzio.
Ci pare invece degno di attenzione questo fatto: viene in luce che esistono fra gli uomini due categorie ben distinte: i salvati e i sommersi. Altre coppie di contrari (i buoni e i cattivi, i savi e gli stolti, i vili e i coraggiosi, i disgraziati e i fortunati) sono assai meno nette, sembrano meno congenite, e soprattutto ammettono gradazioni intermedie più numerose e più complesse.
Questa divisione è molto meno evidente nella vita comune; in questa non accade spesso che un uomo si perda, perché normalmente l'uomo non è solo, e, nel suo salire e nel suo discendere, è legato al destino dei suoi vicini; per cui è eccezionale che qualcuno cresca senza limiti in potenza, o discenda con continuità di sconfitta in sconfitta fino alla rovina. Inoltre ognuno possiede di solito riserve tali, spirituali, fisiche e anche pecuniarie, che l'evento di un naufragio, di una insufficienza davanti alla vita, assume una anche minore probabilità. Si aggiunga ancora che una sensibile azione di smorzamento è esercitata dalla legge, e dal senso morale, che è legge interna; viene infatti considerato tanto più civile un paese, quanto più savie ed efficienti vi sono quelle leggi che impediscono al misero di essere troppo misero, e al potente di essere troppo potente.
Ma in Lager avviene altrimenti:qui la lotta per sopravvivere è senza remissione, perché ognuno è disperatamente ferocemente solo. Se un qualunque Null Achtzehn2 vacilla, non troverà chi gli porga una mano; bensì qualcuno che lo abbatterà a lato, perchè nessuno ha interesse a che un <<mussulmano>>3 di più si trascini ogni giorno al lavoro; e se qualcuno, con un miracolo di selvaggia pazienza e astuzia, troverà una nuova combinazione per defilarsi dal lavoro più duro, una nuova arte che gli frutti qualche grammo di pane, cercherà di tenerne segreto il modo, e di questo sarà stimato e rispettato, e ne trarrà un suo eclusivo personale giovamento; diventerà più forte, e perciò sarà temuto, e chi è temuto è, ipso facto, un candidato a sopravvivere.
Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona <<a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto>>. Nel Lager, dove l'uomo è solo e la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo primordiale, la legge iniqua è apertamente in vigore, è riconosciuta da tutti. Con gli adatti, con gli individui forti e astuti, i capi stessi mantengono volentieri contatti, talora quasi camerateschi, perché sperano di poterne trarre forse più tardi qualche utilità. Ma ai mussulmani, agli uomini in dissolvimento, non vale la pena di rivolgere la parola, poiché già si sa che si lamenterebbero, e racconterebbero quello che mangiavano a casa loro. Tanto meno vale la pena di farsene degli amici, perché non hanno in campo conoscenze illustri, non mangiano niente extra-razione, non lavorano in Kommandos vantaggiosi e non conoscono nessun modo segreto di organizzare. E infine, si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimarrà che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno.
Il risultato di questo spietato processo di selezione naturale si sarebbe potuto leggere nelle statistiche del movimento dei Lager. Ad Auschwitz, nell'anno 1944, dei vecchi prigionieri ebrei (degli altri non diremo qui, ché altre erano le loro condizioni), <<kleine Nummer>>, piccoli numeri inferiori al centocinquantamila, poche centinaia sopravvivevano; nessuno di questi era un comune Häftling, vegetante nei comuni Kommandos e pago della normale razione. Restavano solo i medici, i sarti, i ciabattini, i musicisti, i cuochi, i giovani attraenti omosessuali, gli amici o compaesani di qualche autorità del campo; inoltre individui particolarmente spietati, vigorosi e inumani, insediatisi (in seguito a investitura da parte del comando delle SS, che in tale scelta dimostravano di possedere una satanica conoscenza umana) nelle cariche di Kapo, di Blockältester,o altre; e infine coloro che pur senza rivestire particolari funzioni, per la loro astuzia ed energia fossero sempre riusciti a organizzare con successo, ottenendo così, oltre al vantaggio materiale e alla reputazione, anche indulgenza e stima da parte dei potenti del campo. Chi non sa diventare un Organisator, Kombinator, Prominent (truce eloquenza dei termini!) finisce in breve mussulmano. Una terza via esiste nella vita, dove è anzi la norma; non esiste in campo di concentramento.
Soccombere è la cosa più semplice: basta eseguire tutti gli ordini che si ricevono, non mangiare che la razione, attenersi alla disciplina del lavoro e del campo. L'esperienza ha dimostrato che solo eccezionalmente si può in questo modo durare più di tre mesi. Tutti i mussulmani che vanno in gas hanno la stessa storia, o, per meglio dire, non hanno storia; hanno seguito il pendio fino al fondo, naturalmente, come i ruscelli che vanno al mare. Entrati in campo, per loro essenziale incapacità, o per sventura, o per un qualsiasi banale incidente, sono stati sopraffatti prima di aver potuto adeguarsi; sono battuti sul tempo, non cominciano a imparare il tedesco e a discernere qualcosa nell'infernale groviglio di leggi e di divieti, che quando il loro corpo è già in sfacelo, e nulla li potrebbe più salvare dalla selezione o dalla morte per deperimento. La loro vita è breve ma il loro numero è sterminato; sono loro i Muselmänner, i sommersi, il nerbo del campo; loro la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.
Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nosrto tempo, sceglierei questa immagine, che mi è famigliare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero.
Se i sommersi non hanno storia, e una sola e ampia è la via della perdizione, le vie della salvazione sono invece molte, aspre ed impensate.
La via maestra come abbiamo accennato, è la Prominenz. <<Prominenten>> si chiamano i funzionari del campo, a partire dal direttore-Häftling (Lagerältester) ai Kapos, ai cuochi, agli infermieri, alle guardie notturne, fino agli scopini delle baracche e agli Scheissminister e Bademeister (sovraintendenti alle latrine e alle docce). Più specialmente interessano qui i prominenti ebrei, poiché, mentre gli altri venivano investiti degli incarichi automaticamente, al loro ingresso in campo, in virtù della loro supremazia naturale, gli ebrei dovevano intrigare e lottare duramente per ottenerli.
I prominenti ebrei costituiscono un triste e notevole fenomeno umano. In loro convergono le sofferenze presenti, passate e ataviche, e la tradizione e l'educazione di ostilità verso lo straniero, per farne mostri di asocialità e di insensibilità.
Essi sono il tipico prodotto della struttura del Lager tedesco: si offra ad alcuni individui in stato di schiavitù una posizione privilegiata, un certo agio e una buona probabilità di sopravvivere, esigendone in cambio il tradimento della naturale solidarietà coi loro compagni, e certamente vi sarà chi accetterà. Costui sarà sottratto alla legge comune, e diventerà intangibile; sarà perciò tanto più odioso e odiato, quanto maggior potere gli sarà concesso. Quando gli venga affidato il comando di un manipolo di sventurati, con diritto di vita o di morte su di essi, sarà crudele e tirannico, perché capirà che se non lo fosse abbastanza, un altro, giudicato più idoneo, subentrerebbe al suo posto. Inoltre avverrà che la sua capacità di odio, rimasta inappagata nella direzione degli oppressori, si riverserà, irragionevolmente, sugli oppressi: ed egli si troverà soddisfatto quando avrà scaricato sui suoi sottoposti l'offesa ricevuta dall'alto.
Ci rendiamo conto che tutto questo è lontano dal quadro che ci si usa fare, degli oppressi che si uniscono, se non nel resistere, almeno nel sopportare. Non escludiamo che ciò possa avvenire quando l'oppressore, per inesperienza o per magnanimità, lo tolleri o lo favorisca. Ma constatiamo che ai nostri giorni, in tutti i paesi in cui un popolo straniero ha posto piede da invasore, si è stabilità una analoga situazione di rivalità e di odio fra gli assoggettati; e ciò, come molti altri fatti umani, si è potuto cogliere in Lager con particolare cruda evidenza.
Sui prominenti non ebrei c'è meno da dire, benché fossero di gran lunga i più numerosi (nessuno Häftling <<ariano>> era privo di una carica, sia pure modesta). Che siano stati stolidi e bestiali è naturale, a chi pensi che per lo più erano criminali comuni, scelti dalle carceri tedesche in vista appunto del loro impiego come sovraintendenti nei campi per ebrei; e riteniamo che fosse questa una scelta ben accurata, perché ci rifiutamo di credere che gli squallidi esemplari umani che noi vedemmo all'opera rappresentino un campione medio, non che dei tedeschi in genere, anche soltanto dei detenuti tedeschi in specie. È più difficile spiegarsi come in Auschwitz i prominenti politici tedeschi, polacchi e russi, rivaleggiassero in brutalità con i rei comuni. Ma è noto che in Germania la qualifica di reato politico si applicava anche ad atti quali il traffico clandestino, i rapporti illeciti con ebree, i furti a danno di funzionari del Partito. I politici <<veri>> vivevano e morivano in altri campi, dal nome ormai tristemente famoso, in condizioni notoriamente durissime, ma sotto molti aspetti diverse da quelle qui descritte.
Ma oltre ai funzionari prorpriamente detti, vi è una vasta categoria di prigionieri che, non favoriti inizialmente dal destino, lottano con le sole forze per sopravvivere. Bisogna risalire la corrente; dare battaglia ogni giorno e ogni ora alla fatica, alla fame, al freddo, e alla inerzia che ne deriva; resistere ai nemici e non aver pietà per i rivali; aguzzare l'ingegno, indurare la pazienza, tendere la volontà. O anche, strozzare ogni dignità e spegnere ogni lume di coscienza, scendere in campo da bruti contro gli altri bruti, lasciarsi guidare dalle insospettate forze sotterranee che sorreggono le stirpi e gli individui nei tempi crudeli. Moltissime sono state le vie da noi escogitate e attuate per non morire: tante quante sono i caratteri umani. Tutte comportano una lotta estenuante di ciascuno contro tutti, e molte una somma non piccola di aberrazioni e di compromessi. Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei santi.
In quanti modi si possa dunque raggiungere la salvazione, noi cerceremo di dimostrare raccontando le storie di Schepschel, Alfred L., Elias e Henri.
Schepschel vive in Lager da quattro anni. Si è visti morire intorno decine di migliaia di suoi simili, a partire dal pogrom che lo ha cacciato dal suo villaggio in Galizia. Aveva moglie e cinque figli, e un prospero negozio di sellaio, ma da molto tempo si è disabituato dal pensare a sé che come a un sacco che deve essere periodicamente riempito. Schepschel non è molto robusto, né molto malvagio; non è neppure particolarmente astuto, e non ha mai trovato una sistemazione che gli conceda un po' di respiro, ma è ridotto agli espedienti spicioli e saltuari, alle <<kombinacje>>, come qui si chiamano.
Ogni tanto ruba in Buna una scopa e la rivende al Blockältester; quando riesce a mettere da parte un po' di capitale-pane, prende in affitto i ferri del ciabattino del Block, che è un suo compaesano, e lavora qualche ora in proprio; sa fabbricare bretelle con filo elettrico intrecciato; Sigi mi ha detto che nella pausa di mezzogiorno lo ha visto cantare e ballare davanti alla capanna degli operai slovacchi, che lo ricompensano qualche volta con gli avanzi della loro zuppa.
Ciò detto, si può sentire portati a pensare a Schepschel con indulgente simpatia, come a un meschino il cui spirito non alberga ormai che umile ed elementare volontà di vita, e che conduce valorosamente la sua lotta piccola per non soccombere. Ma Schepschel non era un'eccezione, e quando l'occasione si presentò, non esitò a far condannare alla fustigazione Moischl, che gli era stato complice in un furto alla cucina, nella speranza, malamente fondata, di acquistarsi merito agli occhi del Blockältester, e di porre la sua candidatura al posto di lavatore delle marmitte.
La storia dell'ingegner Alfred L. dimostra, fra le altre cose, quanto sia vano il mito dell'uguaglianza originale fra gli uomini.
L. dirigeva nel suo paese una importantissima fabbrica di prodotti chimici, e il suo nome era (ed è) noto negli ambienti industriali di tutta Europa. Era un uomo robusto sulla cinquantina; non so come fosse stato arrestato, ma in campo era entrato come tutti entravano: nudo, solo e sconosciuto. Quando io lo conobbi, era molto deperito, ma conservava sul viso i tratti di una energia disciplinata e metodica; in quel tempo, i suoi privilegi si limitavano alla pulitura giornaliera della marmitta degli operai polacchi; questo lavoro, di cui egli aveva ottenuto non so come la esclusività, gli fruttava mezza gamella di zuppa al giorno. Non bastava certamente questo a soddisfare la sua fame; tuttavia nessuno lo aveva mai udito lamentarsi. Anzi, le poche parole che lasciava cadere erano tali da far pensare a grandiose risorse segrete, a una <<organizzazione>> solida e fruttuosa.
Il che trovava conferma nel suo aspetto. L. aveva <<una linea>>: le mani e il viso sempre perfettamente puliti, aveva la rarissima abnegazione di lavarsi, ogni quindici giorni, la camicia, senza aspettare il cambio bimestrale (facciamo qui notare che lavare la camicia vuol dire trovare il sapone, trovare il tempo, trovare lo spazio nel lavatoio sovraffollato; adattarsi a sorvegliare attentamente, senza distogliere gli occhi un attimo, la camicia bagnata, e indossarla, naturalmente ancora bagnata, all'ora del silenzio, in cui si spengono le luci); possedeva un paio di suole di legno per andare alla doccia, e perfino il suo abito a righe era singolarmente adatto alla sua corporatura, pulito e nuovo. L. si era procurato in sostanza tutto l'aspetto del prominente assai prima di diventarlo: poiché solo molto tempo dopo ho saputo che tutta questa ostentazione di prosperità, L. se l'era saputa guadagnare con incredibile tenacia, pagando i singoli acquisti e servizi col pane della sua stessa razione, e astringendosi così a un regime di privazioni supplementari.
Il suo piano era di lungo respiro, il che è tanto più notevole, in quanto era stato concepito in un ambiente in cui dominava la mentalità del provvisorio; e L. lo attuò con rigida disciplina interiore, senza pietà per sé, né, a maggior ragione, per i compagni che gli traversassero il cammino. L. sapeva che fra l'essere stimato potente e il divenire effettivamente tale il passo è breve, e che dovunque, ma particolarmente frammezzo al generale livellamento del Lager, un aspetto rispettabile è la miglior garanzia di essere rispettato. Egli dedicò ogni cura al non essere confuso col gregge: lavorava con impegno ostentato, esortando anche all'occasione i compagni pigri, con tono suadente e deprecatorio; evitava la lotta quotidiana per il posto migliore nella coda del rancio, e si andava a ricevere ogni giorno la prima razione, notoriamente la più liquida, in modo da essere notato dal Blockältester per la sua disciplina. A completare il distacco, nei rapporti con i compagni si comportava come sempre con la massima cortesia compatibile con il suo egoismo, che era assoluto.
Quando fu costituito, come diremo, il Kommando Chimico, L. comprese che la sua ora era giunta: non occorreva altro che il suo abito nitido e il suo viso scarno sì, ma rasato, in mezzo alla mandria dei colleghi sordidi e sciatti, per convincere immediatamente Kapo e Arbeitsdienst che quello era un autentico salvato, un prominente potenziale; per cui (a chi ha, sarà dato) fu senz'altro promosso <<specializzato>>, nominato capotecnico del Kommando, e assunto alla Direzione della Buna come analista nel laboratorio del laboratorio del reparto Stirolo. Fu in seguito incaricato di esaminare via via i nuovi acquisti del Kommando Chimico, per giudicare della loro abilità professionale: il che egli fece sempre con estremo rigore, specialmente nei riguardi di coloro in cui subodorava possibili futuri competitori.
Ignoro il seguito della sua storia; ma ritengo assai probabile che sia sfuggito alla morte, e viva oggi la sua vita fredda di dominatore risoluto e senza gioia.
Elias Lindzin, 141565, piovve un giorno, inesplicabilmente, nel Kommando Chimico. Era un nano, non più alto di un metro e mezzo, ma non ho mai visto una muscolatura come la sua. Quando è nudo, si distingue ogni muscolo lavorare sotto la pelle, potente e mobile come un animale a sé stante; ingrandito senza alterarne le proporzioni, il suo corpo sarebbe un buon modello per un Ercole: ma non bisogna guardare la testa.
Sotto il cuoio capelluto, le suture craniche sporgono smisurate. Il cranio è massiccio, e dà l'impressione di essere di metallo o di pietra; si vede il limite nero dei capelli rasi appena un dito sopra le sopracciglia. Il naso, il mento, la fronte, gli zigomi sono duri e compatti, l'intero viso sembra una testa d'ariete, uno strumento adatto a percuotere. Dalla sua persona emana un senso di vigore bestiale.
Veder lavorare Elias è uno spettacolo sconcertante; i Meister polacchi, i tedeschi stessi talvolta si soffermano ad ammirare Elias all'opera. Pare che a lui nulla sia impossibile. Mentre noi portiamo a stento un sacco di cemento, Elias ne porta due, poi tre, poi quattro, mantenendoli in equilibrio non si sa come, e mentre cammina fitto fitto sulle gambe corte e tozze, fa smorfie di sotto il carico, ride, impreca, urla e canta senza requie, come se avesse polmoni di bronzo. Elias, nonostante le suole di legno, si arrampica come una scimmia su per le impalcature, e corre sicuro su travi sospese nel vuoto; porta sei mattoni per volta in bilico sul capo; sa farsi un cucchiaio con un pezzo di lamiera, e un coltello con un rottame di acciaio; trova ovunque carta, legna e carbone asciutti e sa accendere in pochi istanti un fuoco anche sotto la pioggia. Sa fare il sarto, il falegname, il ciabattino, il barbiere; sputa a distanze incredibili; canta, con voce di basso non sgradevole, canzoni polacche e yiddisch mai prime sentite; può ingerire sei, otto, dieci litri di zuppa senza vomitare e senza avere diarrea, e riprendere il lavoro subito dopo. Sa farsi uscire fra le spalle una grossa gobba, e va attorno per la baracca sbilenco e contraffatto, strillando e declamando incomprensibile, fra la gioia dei potenti del campo. L'ho visto lottare con un polacco più alto di lui di tutto il capo, e atterrarlo con un colpo del cranio nello stomaco, potente e preciso come una catapulta. Non l'ho mai visto riposare, non l'ho, mai visto zitto o fermo, non l'ho mai saputo ferito o ammalato.
Della sua vita di uomo libero, nessuno sa nulla; del resto, rappresentarsi Elias in veste di uomo libero esige un profondo sforzo della fantasia e dell'induzione. Non parla che polacco, e l'yiddisch torvo e deforme di Varsavia; inoltre, è impossibile indurlo a un discorso coerente. Potrebbe avere venti o quarant'anni; di solito dice di averne trentatre, e di avere procreato diaciassette figli: il che non è inverosimile. Parla continuamente, dei discorsi più disparati; sempre con voce tonante, con accento oratorio, con una mimica violenta da dissociato. Come se sempre si rivolgesse a un folto pubblico: e, come è naturale, il pubblico non gli manca mai. Quelli che capiscono il suo linguaggio bevono le sue declamazioni torcendosi dalle risa, gli battono le spalle dure entusiasti, lo stimolano a proseguire; mentre lui, feroce e aggrondato, si rigira come una belva entro la cerchia degli ascoltatori, apostrofando ora questo ora quello; a un tratto germisce uno per il petto con la sua piccola zampa adunca, lo attrae a sé irresistibile, gli vomita sul viso attonito una incomprensibile invettiva, poi lo scaglia indietro come un fuscello, e, fra gli applausi e le risa, le braccia tese al cielo come un piccolo mostro profetante, prosegue nel suo dire furibondo e dissennato.
La sua fama di lavoratore d'eccezione si diffuse assai presto, e, per l'assurda legge del Lager, da allora smise praticamente di lavorare. La sua opera veniva richiesta direttamente dai Meister, per quei lavori soltanto ove occorressero perizia e vigore particolari. A parte queste prestazioni, sovraintendeva insolente e violento al nostro piatto faticare quotidiano, eclissandosi di frequente per misteriose visite e avventure in chissà quali recessi del cantiere, di dove ritornava con grossi rigonfi nelle tasche e spesso con lo stomaco visibilmente ripieno. Elias è naturalmente e innocentemente ladro: manifesta in questo l'istintiva astuzia degli animali selvaggi. Non viene mai colto sul fatto, perché non ruba che quando si presenta un'occasione sicura: ma quando questa si presenta, Elias ruba, fatalmente e prevedibilmente, così come cade una pietra abbandonata. A parte il fatto che è difficile sorprenderlo, è chiaro che a nulla servirebbe punirlo dei suoi furti: essi rappresentano per lui un atto vitale qualsiasi, come respirare e dormire.
Ci si può ora domandare chi è questo uomo Elias. Se è un pazzo, incomprensibile ed extraumano, finito in Lager per caso. Se è un atavismo, eterogeneo del nostro mondo moderno, e meglio adatto alle primordiali condizioni di vita del campo. O se non è invece un prodotto del campo, quello che noi tutti diverremo, se in campo non morremo, e se il campo stesso non finirà prima.
C'è del vero nelle tre supposizioni. Elias è sopravvissuto alla distruzione dal di fuori, perché è fisicamente indistruttibile; ha resistito all'annientamento dal di dentro, perché è demente. È dunque in primo luogo un superstite: è il più adatto, l'esemplare umano più idoneo a questo modo di vivere.
Se Elias riacquisterà la libertà, si troverà confinato in margine del consorzio umano, in un carcere o in un manicomio. Ma qui, in Lager, non vi sono criminali né pazzi: non criminali, perché non v'è legge morale a cui contravvenire, non pazzi, perché siamo determinati, e ogni nostra azione è, a tempo e luogo, sensibilmente l'unica possibile.
In Lager, Elias prospera e trionfa. È un buon lavoratore e un buon organizzatore, e per tale duplice ragione è al sicuro dalle selezioni e rispettato da capi e compagni. Per chi non abbia salde risorse interne, per chi non sappia trarre dalla coscienza di sé la forza necessaria per ancorarsi alla vita, la sola strada di salvezza conduce a Elias: alla demenza e alla bestialità subdola. Tutte le altre strade non hanno sbocco.
Ciò detto, qualcuno sarebbe forse tentato di trarre conclusioni, e magari anche norme, per la nostra vita quotidiana. Non esistono attorno a noi degli Elias, più o meno realizzati? Non vediamo noi vivere individui ignari di scopo, e negati a ogni forma di autocontrollo e di coscienza? Ed essi non già vivono malgrado queste loro lacune, ma precisamente come Elias, in funzione di esse.
La questione è grave, e non sarà ulteriormente svolta, perché queste vogliono essere storie del Lager, e sull'uomo fuori del Lager molto si è già scritto. Ma una cosa ancora vorremmo aggiungere: Elias, per quanto ci è possibile giudicare dal di fuori, e per quanto la frase può avere di significato, Elias era verosimilmente un individuo felice.
Henri è invece eminentemente civile e consapevole, e sui modi di sopravvivere in Lager possiede una teoria complessa e organica. Non ha che ventidue anni; è intelligentissimo, parla francese, tedesco, inglese e russo, ha un'ottima cultura scientifica e classica.
Suo fratello è morto in Buna nell'ultimo inverno, e da quel giorno Henri ha reciso ogni vincolo di affetti; si è chiuso in sé come in una corazza, e lotta per vivere senza distrarsi, con tutte le risorse che può trarre dal suo intelletto pronto e dalla sua educazione raffinata. Secondo la teoria di Henri, per sfuggire dall'annientamento, tre sono i metodi che l'uomo può applicare rimanendo degno del nome di uomo: l'organizzazione, la pietà e il furto.
Lui stesso li pratica tutti e tre. Nessuno è miglior stratega di Henri nel circuire (<<coltivare>>, dice lui) i prigionieri di guerra inglesi. Essi diventano, nelle sue mani, vere galline dalle uova d'oro: si pensi che, dal baratto di una sola sigaretta inglese, in Lager si ricava di che sfamarsi per un giorno. Henri è stato visto una volta in atto di mangiare un autentico uovo sodo.
Il traffico della merce di provenienza inglese è monopolio di Henri, e fin qui si tratta di organizzazione; ma il suo strumento di penetrazione, presso gli inglesi e gli altri, è la pietà. Henri ha il corpo e il viso delicati e sottilmente perversi del San Sebastiano del Sodoma: i suoi occhi sono neri e profondi, non ha ancora barba, si muove con languida naturale eleganza (quantunque all'occorrenza sappia correre e saltare come un gatto, e la capacità del suo stomaco sia appena inferiore a quella di Elias). Di queste sue doti naturali Henri è perfettamente a conoscenza, e le mette a profitto con la fredda competenza di chi manovra uno strumento scientifico: i risultati sono sorprendenti. Si tratta in sostanza di una scoperta: Henri ha scoperto che la pietà, essendo un sentimento primario e irriflesso, alligna assai bene, se abilmente instillata, proprio negli animi primitivi dei bruti che ci comandano, di quelli stessi che non hanno ritegno ad abbatterci a pugni senza perché, e a calpestarci una volta a terra, e non gli è sfuggita la grande portata pratica di questa scoperta, sulla quale egli ha inserito la sua industria personale.
Come l'icneumone paralizza i grossi bruchi pelosi, ferendoli nel loro unico ganglio vulnerabile, così Henri valuta con un'occhiata il soggetto, <<son type>>; gli parla brevemente, ciascuno con il linguaggio appropriato, e il <<type>> è conquistato: ascolta con cresccente simpatia, si commuove sulla sorte del giovane sventurato, e non occorre molto tempo perché incominci a rendere.
Non c'è anima così indurita su cui Henri non riesca a far breccia, se ci si mette seriamente. In Lager, e anche in Buna, i suoi protettori sono numerosissimi: soldati inglesi, operai civili francesi, ucraini, polacchi; <<politici>> tedeschi; almeno quattro Blockälteste, un cuoco, perfino una SS. Ma il suo campo preferito è il Ka-Be4 ; in Ka-Be Henri ha ingresso libero, il dottor Citron e il dottor Weiss sono, più che suoi protettori, suoi amici, e lo ricoverano quando vuole, e con la diagnosi che vuole. Ciò avviene specialmente in vista delle selezioni, e nei periodi di lavoro più gravoso: a <<svernare>>, dice lui.
Disponendo di così cospicue amicizie, è naturale che raramente Henri sia ridotto alla terza via, al furto; d'altronde, si comprende che su questo argomento non si confidi volentieri.
È molto gradevole discorrere con Henri, nei momenti di riposo. È anche utile: non c'è cosa del campo che egli non conosca, e su cui egli non abbia ragionato, nella sua maniera serrata e coerente. Delle sue conquiste, parla con educata modestia, come di prede di poco conto, ma si dilunga volentieri a esporre il calcolo che l'ha condotto ad avvicinare Hans chiedendogli del figlio al fronte, e invece Otto mostrandogli le ciccatrici che ha sugli stinchi.
Parlare con Henri è utile e gradevole; accade anche, qualche volta, di sentirlo caldo e vicino, pare possibile una comunicazione, forse perfino un affetto; sembra di percepire il fondo umano, dolente e consapevole della sua non comune personalità. Ma il momento appresso il suo sorriso triste si raggela in una smorfia fredda che pare studiata allo specchio; Henri domanda cortesemente scusa (<<... j'ai quelque chose à faire>>, <<... j'ai quelqu'un à voir>>), ed eccolo di nuovo alla sua caccia e alla sua lotta: duro e lontano, chiuso nella sua corazza, nemico di tutti, inumanamente scaltro e incomprensibile come il Serpente della Genesi.
Da tutti i colloqui con Henri, anche dai più cordiali, sono sempre uscito con un leggero sapore di sconfitta; col sospetto confuso di essere stato anch'io, in qualche modo inavvertito, non un uomo di fronte a lui, ma uno strumento nelle sue mani.
Oggi so che Henri è vivo. Darei molto per conoscere la sua vita di uomo libero, ma non desidero rivederlo.
Dal capitolo: L'ultimo
' Ancora per più di un'ora le squadre hanno continuato a rientrare, col trepestio duro delle suole di legno sulla neve gelata. Quando poi tutti i Kommandos sono ritornati. La banda ha taciuto a un tratto, e una rauca voce tedesca ha imposto il silenzio. Nell'improvvisa quiete, si è levata un'altra voce tedesca, e nell'aria buia e nemica ha parlato a lungo con collera. Infine il condannato è stato introdotto nel fascio di luce del faro.
Tutto questo apparato, e questo accanito cerimoniale, non sono nuovi per noi. Da quando io sono in campo, ho già dovuto assistere a tredici pubbliche impiccagioni; ma le altre volte si trattava di comuni reati, furti alla cucina, sabotaggi, tentativi di fuga. Oggi si tratta di altro.
Il mese scorso, uno dei crematori di Birkenau è stato fatto saltare. Nessuno di noi sa (e forse nessuno saprà mai) come esattamente l'impresa sia stata compiuta: si parla del Sonderkommando, del Kommando Speciale addetto alle camere a gas e ai forni, che viene esso stesso periodicamente sterminato, e che viene tenuto scrupolamente segregato dal resto del campo. Resta il fatto che a Birkenau qualche centinaio di uomini, di schiavi inermi e spossati come noi, hanno trovato in se stessi la forza di agire, di maturare i frutti del loro odio.
L'uomo che oggi morrà davanti a noi preso parte in qualche modo alla rivolta. Si dice che avesse relazioni cogli insorti di Birkenau, che abbia portato armi nel nostro campo, che stesse tramando un ammutinamento simultaneo anche tra noi. Morrà oggi sotto i nostri occhi: e forse i tedeschi non comprenderanno che la morte solitaria, la morte di un uomo che gli è stata riservata, gli frutterà gloria e non infamia.
Quando finì il discorso del tedesco, che nessuno poté intendere, di nuovo si levò la prima voce rauca: - Habt ihr verstanden? - (Avete capito?)
Chi rispose <<Jawohl>>? Tutti e nessuno: fu come se la nostra maledetta rassegnazione prendesse corpo di per sé, si facesse voce collettivamente al di sopra dei nostri capi. Ma tutti udirono il grido del morente, esso penetrò le grosse antiche barriere di inerzia e di remissione, percosse il centro vivo dell'uomo di ciascuno di noi: - Kameraden, ich bin der Letzte! - (Compagni, io sono l'ultimo!)
Vorrei poter raccontare che di fra noi, gregge abietto, una voce si fosse levata, un mormorio, un segno di assenso. Ma nulla è avvenuto. Siamo rimasti in piedi, curvi e grigi, a capo chino, e non ci siamo scoperta la testa che quando il tedesco ce l'ha ordinato. La botola si è aperta, il corpo ha guizzato atroce; la banda ha ripreso a suonare, e noi, nuovamente ordinati in colonna, abbiamo sfilato davanti agli ultimi fremiti del morente.
Ai piedi della forca, le SS ci guardano passare con occhi indifferenti: la loro opera è compiuta. I russi possono ormai venire: non vi sono più uomini forti fra noi, l'ultimo pende ora sopra i nostri capi, e per gli altri, pochi capestri sono bastati. Possono venire i russi: non troveranno che noi domati, noi spenti, degni ormai della morte inerme che ci attende.
Distruggere l'uomo é difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.
Alberto ed io siamo rientrati in baracca, e non abbiamo, potuto guardarci in viso. Quell'uomo doveva essere duro, doveva essere di un altro metallo del nostro, se questa condizione, da cui noi siamo stati rotti, non ha potuto piegarlo.
Perché, anche noi siamo rotti, vinti: anche se abbiamo saputo adattarci, anche se abbiamo finalmente imparato a trovare il nostro cibo e a reggere alla fatica e al freddo, anche se ritorneremo.
Abbiamo issato la menaschka sulla cuccetta, abbiamo fatto la ripartizione, abbiamo soddisfatto la rabbia quotidiana della fame, e ora ci opprime la vergogna. '
Dal capitolo: Storia di dieci giorni
' Quando fu riparata la finestra sfondata, e la stufa cominciò a diffondere calore, parve che in ognunoqualcosa si distendesse, e allora avvenne che Towarowski (un franco-polacco di ventitre anni, tifoso) propose agli altri malati di offrire ciascuno una fetta di pane a noi tre che lavoravamo, e la cosa fu accettata.
Soltanto un giornoprima un simile avvenimento non sarebbe stato concepibile. La legge del Lager diceva: <<mangia il tuo pane, e, se puoi, quello del tuo vicino>>, e non lasciava posto per la gratitudine. Voleva ben dire che il Lager era morto.
Fu quello il primo gesto umano che avvenne fra di noi. Credo che si potrebbe fissare a quel momento l'inizio del processo per cui, noi che non siamo morti, da Häftlinge siamo lentamente ridiventati uomini. '
...
' Lakmaker, della cuccetta sotto la mia, era uno sciagurato rottame umano. Era (od era stato) un ebreo olandese di diciassette anni, alto, magro e mite. Era in letto da tre mesi, non so come fosse sfuggito alle selezioni. Aveva avuto successivamente il tifo e la scarlattina; intanto gli era palesato un grave vizio cardiaco, ed era brutto di piaghe da decubito, tanto che non poteva ormai giacere che sul ventre. Con tutto ciç, un appetito feroce; non parlava che olandese, nessuno di noi era in grado di comprenderlo.
Forse causa di tutto fu la minestra di cavoli e rape, di cui Lakmaker aveva voluto due razioni. A metà notte gemette, poi si buttò dal letto. Cercava di raggiungere la latrina, ma era troppo debole e cadde a terra, piangendo e gridando forte.
Charles accese la luce (l'accumulatore sidimostrò provvidenziale) e potemmo constatare la garvità dell'incidente. Il letto del ragazzo e il pavimento erano imbrattati. L'odore nel piccolo ambiente diventava rapidamente insopportabile. Non avevamo che una minima scorta d'acqua, e non coperte né pagliericci di ricambio. E il poveretto, tifoso, era un terribile focolaio di infezione; né si poteva certo lasciarlo tutta la notte sul pavimento a gemere e tremare di fresso in mezzo alla lordura.
Charles discese dal letto e si rivestì in silenzio. Mentre io reggevo il lume, ritagliò col coltello dal pagliericcio e dalle coperte tutti i punti sporchi; sollevò da terra Lakmaker colla delicatezza di una madre, lo ripulì alla meglio con paglia estratta dal saccone, e lo ripose di peso nel letto rifatto, nell'unica posizione in cui il disgraziato poteva giacere; raschiò il pavimento con un pezzo di lamiera; stemperò un po' di cloramina, e infine cosparse di disinfettante ogni cosa e anche se stesso.
Io misuravo la sua abnegazione dalla stanchezza che avrei dovuto superare in me per fare quanto lui faceva. '
...
' 26 gennaio. Noi giacevamo in un modno di morti e di larve. L'ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L'opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti.
È uomo chi uccide, è uomo chi fa o subisce ingiustizia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli un quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lontano dal modello dell'uomo pensante che il più rozzo pigmeo e il sadico più atroce.
Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l'esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l'uomo è stato una cosa agli occhi dell'uomo. Noi tre ne fummo in gran parte immuni, e ce ne dobbiamo mutua gratitudine; perciò la mia amicizia con Charles resisterà al tempo.
Ma a migliaia di metri sopra di noi, negli squarci fra le nuvole grige, si svolgevano i complicati miracoli dei duelli aerei. Sopra noi, nudi impotenti inermi, uomini del nostro tempo cercavano la reciproca morte coi più raffinati strumenti. Un loro gesto del dito poteva provocare la distruzione del campo intero, annientare migliaia di uomini; mentre la somma di tutte le nostre energie e volontà non sarebbe bastata a prolungare di un minuto la vita di uno solo di noi.
La sarabanda cessò a notte, e la camera fu di nuovo piena del monologo di Sómogyi. In piena oscurità mi trovai sveglio di soprassalto. <<L'pauv' vieux>> taceva: aveva finito. Con l'ultimo sussulto di vita si era buttato a terra dalla cuccetta: ho udito l'urto delle ginocchia, delle anche, delle spalle e del capo.
- La mort l'a chassé de son lit -, definì Arthur.
Non petevamo certo portarlo fuori nella notte. Non ci restava che riaddormentarci. '
Note per il lettore:
1 - Häftling è il termine tedesco con cui veniva definito il prigioniero del campo di sterminio, fosse esso un uomo ebreo o un qualsiasi criminale, tedesco o proveniente da una nazione europea occupata dai nazzisti, e che quindi era condannato prima o poi a morire di fatica o fame, freddo o malattia, ma che al momento dell'ingresso nel campo era stato giudicato abbastanza in forze per rendersi utile al Terzo Reich attraverso i lavori forzati. Per gli ebrei tale selezione avveniva immediatamente all'ingresso del loro treno piombato nel campo: gli uomini sani diventavano degli Häftlinge, mentre per quelli malati, per gli anziani, i bambini e molte donne c'erano le camere a gas e i forni crematori. C'erano poi i prigionieri di guerra nemici (es.: inglesi, ...) ed anche civili deportati dalle nazioni occupate (es.: polacchi, ucraini, italiani, ...): anche loro occupavano il campo ma erano separati (anche dal filo spinato) da quelli destinati allo sterminio: le loro condizioni erano meno gravi ed il lavoro meno impossibile, anche se comunque difficili. Tutti comunque lavoravano allo stesso complesso chimico-industriale denominato Buna, a Monowitz nei pressi di Auschwitz (alta Slesia, Polonia meridionale), la cui costruzione era cominciata circa tre anni prima dell'arrivo di Primo Levi, ed avrebbe dovuto servire per la produzione della gomma sintetica, e tuttavia mai un chilo di gomma riuscì ad uscire da questa fabbrica prima della sua distruzione con l'avvicinarsi del fronte e dei russi.
2 – Null Achtzehn (018) sono le ultime tre cifre tatuate sul braccio di un prigioniero ragazzo, di cui nessuno ormai conosceva più il nome e con cui per molte volte nei primi giorni di lager Primo Levi è stato compagno di lavoro. In una di quelle volte che lavoravano insieme, Primo si ferì seriamente ad un piede e dovette essere ricoverato in infermeria.
' No, in verità, in questo mio compagno di oggi, aggiogato oggi come me sotto lo stesso carico, non sento un nemico né un rivale.
È Null Achtzehn. Non si chiama altrimenti che così, Zero Diciotto, le ultime tre cifre del suo numero di matricola: come se ognuno si fosse reso conto che solo un uomo è degno di avere un nome, e che Null Achtzehn non è più un uomo. Credo che lui stesso abbia dimenticato il suo nome, certo si comporta come se così fosse. Quando parla, quando guarda, dà l'impressione di essere vuoto interiormente, nulla più che un involucro, come certe spoglie di insetti che si trovano in riva agli stagni, attaccate con un filo ai sassi, e il vento le scuote.
Null Achtzehn è molto giovane, il che costituisce un pericolo grave. Non solo perché i ragazzi sopportano peggio degli adulti le fatiche e il digiuno, ma soprattutto perché qui, per sopravvivere, occorre un lungo allenamento alla lotta di ciascuno contro tutti, che i giovani raramente posseggono. Null Achtzehn non è neppure particolarmente indebolito, ma tutti rifuggono dal lavorare con lui. Tutto gli è a tal segno indifferente che non si cura più di evitare la fatica e le percosse e di cercare il cibo. Eseguisce tutti gli ordini che riceve, ed è prevedibile che, quando lo manderanno alla morte, ci andrà con questa stessa totale indifferenza.
Non possiede la rudimentale astuzia dei cavalli da traino, che smettono di tirare un po' prima di giungere all'esaurimento: ma tira o porta o spinge finché le forze glielo permettono, poi cede di schianto, senza una parola di avvertimento, senza sollevare dal suolo gli occhi tristi e opachi. Mi ricorda i cani da slitta dei libri di London, che faticano fino all'ultimo respiro e muoiono sulla pista.
Ora, poiché noi tutti cerchiamo invece con ogni mezzo di sottrarci alla fatica, Null Achtzehn è quello che lavora più di tutti. Per questo, e perché è un compagno pericoloso, nessuno vuol lavorare con lui; e siccome d'altronde nessuno vuol lavorare con me, perché sono debole e maldestro, così spesso accade che ci troviamo accoppiati. '
3 – Con tale termine, <<Muselmann>>, ignoto per quale ragione, i vecchi del campo designavano i deboli, gli inetti, i votati alla selezione.
4 – Ka-Be è l'abreviazione di Krankenbau, l'infermeria.
![]()