GLOBALIZZAZIONE E SVILUPPO SOSTENIBILE: SFIDE PER JHOANNESBURG
di Martin Khor
traduzione a cura di Paola Capozzi

Quando, nel 1992, la Conferenza dell'ONU su Ambiente e Sviluppo (UNCED) tenutasi a Rio pose l'accento sul concetto di sviluppo sostenibile come risposta alla crisi ambientale e dello sviluppo del pianeta, questo generò speranza e ottimismo in tutto il mondo. Un decennio dopo, mentre i governi si preparano al Summit Mondiale per lo Sviluppo Sostenibile (Rio+10) di Joannesburg, allo scopo di valutare i progressi fatti nella messa in atto dell'Agenda 21 - Piano d'Azione dell'UNCED - è chiaro che questa speranza è stata disattesa. Il processo di globalizzazione guidato dai paesi industrializzati del Nord e dalle loro multinazionali, ha fortemente indebolito il concetto di Sviluppo Sostenibile. Il Summit d'agosto che si terrà a Jhannesburg potrebbe rappresentare una buona opportunità per riportare l'attenzione sulla necessità di un'azione efficace in grado di controllare questa pericolosa tendenza.


La Conferenza ONU su Ambiente e Sviluppo del 1992 (UNCED) è stata uno spartiacque storico. Essa ha posto l'ambiente al primo posto nel programma internazionale e ha legato ambiente e sviluppo in un nuovo paradigma di sviluppo sostenibile.
In tutto il mondo c'erano grandi speranze circa la possibilità che dallo "Spirito di Rio" potessero emergere nuove coalizioni capaci di portare a programmi politici concreti e ad iniziative in grado di far fronte sia alla crisi ambientale che a quella dello sviluppo. Le relazioni Nord-Sud avrebbero dovuto fare i conti con una crescente crisi ambientale e, contemporaneamente, puntare a relazioni economiche internazionali più eque che sarebbero state alla base della promozione di uno sviluppo sostenibile.

Promesse infrante
Al cuore del "patto" di Rio e al centro dell'accordo politico, c'era il principio di "Responsabilità comuni ma differenziate". Ciò era un riconoscere il fatto che la crisi ecologica globale doveva essere risolta in modo equo, attraverso una collaborazione. Si ammetteva che il Nord, storicamente e nel presente, è stato maggiormente responsabile della espoliazione dell'ambiente globale, ha avuto una quota maggiore di risorse a causa di una natura iniqua dell'economia mondiale e quindi responsabilità proporzionalemnte maggiori nella risoluzione dei problemi ambientali.
Sfortunatamente, quasi un decennio dopo, il processo conseguente a Rio è ampiamente fallito. Lo Spirito di Rio sembra essere scivolato via, come depresso se non proprio sparito. Il Summit Rio+5 (UN General Assembly Special Session, per la valutazione della messa in atto degli accordi di Rio) si è concluso nel giugno 1997 senza una dichiarazione politica perchè le distanze tra i paesi del Nord e del Sud erano troppo ampie per essere superate. E nei negoziati per il Summit sullo Sviluppo Sostenibile di Jhoannesburg (WSSD) - Rio+10 - gli stessi paesi sembrano altrettanto divisi. La "crisi dell'implementazione" della Agenda 21, il piano d'azione adottato a Rio, tra i governi, i rappresentanti dell'ONU e le organizzazioni della società civile coinvolte nel processo ne rappresenta la diagnosi.
L'ambiente del mondo ha continuato a deteriorarsi. Le foreste, per esempio, continuano a sparire o ad essere degradate con un tasso pari a 14 milioni di ettari all'anno; i gas serra continuano ad essere immessi nell'atmosfera ma gli Usa hanno respinto il Protocollo di Kyoto; in molte parti del mondo si profila una crisi idrica; e le nuove tecnologie come l'ingegneria genetica introducono nuovi rischi per la salute dell'uomo e dell'ambiente.
Gli aiuti sono drasticamente diminuiti nonostante le promesse dell'UNCED di nuove ed ulteriori risorse finanziarie da parte del Nord. Gli aiuti dei paesi dell'OECD sono diminuiti dai 61 niliardi di $ Usa del 1992, ai 56 del 1993 e 14 dei 21 paesi donatori hanno diminuito la quota di aiuti in rapporto al loro PIL. Da allora la situazione si è ulteriormente aggravata. Il declino degli aiuti è stato inevitabilmente interpretato come riflesso della debolezza degli impegni presi e di una scarsa sincerità dei governi dei paesi Occidentali nell'implementazione degli accordi di Rio, e ciò ha sottratto importanza e ligittimità alle istituzioni ed alle iniziative portate avanti dall'UNCED. 
Non ci sono stati processi tangibili di trasferimento tecnologico, sia nell'ambito della tecnologia generale che in quello della tecnologia ambientalmente compatibile. Al contrario, da Rio ad oggi, è aumentata moltissimo l'enfasi sui diritti di proprietà intellettuale (principalmente a vantaggio delle multinazionali del Nord) e c'è stata una contemporanea riduzione dei diritti del pubblico (e dei PVS) nell'ambito del trasferimento e della diffusione tecnologica. Tutto ciò è soprattutto il risultato dell'Uruguay Round’s Agreement on Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights (TRIPS), che obbliga gli stati membri della World Trade Organisation (WTO) ad assicurare la messa in atto di una propria politica nazionale sulla proprietà intellettuale, politica a favore dei proprietari di diritti di proprietà intellettuale (IPR) e a detrimento del trasferimento o dello sviluppo tecnologico locale. Ci sono già le prove di quanto tale politica dei brevetti infici il trasferimento di tecnologia ambientale verso il Sud del mondo.
C'è anche un rischio che l'emergente politica degli IPR voluta dal WTO marginalizzi gli interessi e i diritti di quelle comunità che sviluppino conoscenze basate sulla biodiversità (in campo agricolo, medicinale etc), rendendo contemporaneamente possibile la brevettazione di queste conoscenze da parte di compagnie commerciali. Un ottimo esempio degli effetti avversi di questo rigido sistema di protezione degli IPR è offerto dai prezzi esorbitanti dei farmaci, soprattutto di quelli per il trattamento dell'HIV/AIDS, conseguenza del monopolio conferito dai brevetti concessi alle multinazionali farmaceutiche. L'accento sulla protezione degli IPR a scapito del trasferimento tecnologico ha anche sottratto legittimità ai processi post-UNCED, dato che il trasferimento tecnologico era stato messo al secondo posto, dopo gli aiuti, nella lista di priorità di ciò che era stato considerato come un obbligo del Nord nell'impegno verso uno sviluppo sostenibile.


Conflitto tra paradigmi
I motivi del fallimento non vanno ricercati nel paradigma dello sviluppo sostenibile. Piuttosto, a tale paradigma non è stato dato modo di essere attuato. Al contrario esso si scontra con un rivale fortemente competitivo: il contrapposto paradigma della globalizzazione, capeggiato dai paesi industrializzati del Nord e dalle loro multinazionali, che ha impregnato il mondo negli ultimi anni. Questo è forse il fattore più rilevante del fallimento della realizzazione degli obiettivi dell' UNCED.
Il paradigma della globalizzazione ha ricevuto un forte impulso dall'Accordo di Marakkesh del 1994, che ha sancito la nascita del WTO. La globalizzazione ha così trovato una nuova dimora istituzionale, con molte stanze rappresentate dai numerosi accordi del WTO. Inoltre il sistema di risoluzione delle dispute del WTO, basato su ritorsioni e sanzioni commerciali, dà alla globalizzazione una forte capacità esecutiva. Gli accordi del WTO sono antagonisti dell'Agenda 21 e della Dichiarazione di Rio che non possiedono nè un sistema di obblighi nè un rigido sistema di attuazione.
Col procedere negli anni '90 e l'entrata in vigore degli accordi del WTO, il paradigma della globalizzazione prende largamente il sopravvento su quello dello sviluppo sostenibile. Nell'ultima Conferenza Ministeriale del WTO tenutasi a Doha, nonostante la forte resistenza di molti PVS, un programma fortemente espansivo è stato imposto attraverso i principali PVS.
Anche la liberalizzazione finanziaria ha dato impulso alla globalizzazione contribuendovi attraverso una serie di crisi finanziarie che sono iniziate in Messico, si sono estese all'Asia Orientale, alla Russia e al Brasile interessando attualmente la Turchia e l'Argentina. Queste si sono sommate alle vecchie crisi finanziarie legate al debito, in Africa e negli altri paesi in cui hanno preso il sopravvento.
La globalizzazione prende anche la forma della diffusione di nuove tecnologie ecome l'ingegneria genetica, che ha potenzialità di impatto ambientale e sulla salute umana molto elevate.
La competizione tra i due paradigmi, a vantaggio della globalizzazione che vola avanti come vincitrice, una vincitrice dalla velocità, dalla direzione e dagli effetti apparentemente incontrollabili, si è concretizzata in uno sviluppo sempre più insostenibile.
L'approccio dell'UNCED rappresenta un paradigma per le relazioni internazionali: un approccio basato sul consenso, sulle esigenze di tutti i paesi (grandi o piccoli), su un sistema di partnerships in cui il più forte aiuta il più debole, sull'integrazione dei problemi di ambiente e di sviluppo, sull'intervento dello stato e della comunità internazionale nell'interesse del controllo pubblico delle forze di mercato in modo da conquistare una maggiore equità sociale e pattern più sostenibili di produzione e consumo.
La liberalizzazione, l'approccio del "libero mercato", rappresentano un paradigma molto differente. Esso punta ad una riduzione o ad una eliminazione delle normative di stato volte alla regolamentazione del mercato, onde aprire la strada al regno delle "forze del libero mercato" e ad un elevato grado di diritti e "libertà" delle grandi multinazionali che dominano il mercato. Lo stato dovrebbe intervenire solo minimamente, anche nel campo dei servizi sociali. In quello dell'ambiente, invece di interventi pubblici o di controlli ambientali, il mercato dovrebbe essere lasciato libero sulla base dell'assunzione che ciò ne favorirebbe la crescita e che l'aumento di risorse può essere usato nella protezione ambientale. Anche questo approccio ha la priorità sulle preoccupazioni relative all'equità o ai riflessi negativi delle forze di mercato quali la povertà e la mancanza di una complessiva soddisfazione dei bisogni di base. Esso assume che il mercato possa essere in grado di risolvere tutti i problemi.
Esteso a livello internazionale il paradigma sostiene la liberalizzazione dei mercati internazionali, l'eliminazione delle barriere economiche nazionali e il diritto delle multinazionai di vendere e di investire in qualsiasi paese a propria scelta e senza vincoli o condizioni. I governi non dovrebbero interferire con i giochi del libero mercato e le preoccupazioni di ordine sociale o di sviluppo (per esempio, l'ottenere garanzie dai paesi sviluppati relativamente agli aiuti ai PVS), dovrebbero essere limitate.
L'approccio si rifà alla filosofia Sociale Darwiniana dell'ognuno per sè, dell'ogni paese per sè, dell'ogni azienda per sè. In questa legge della giungla sociale, è diritto degli individui e delle compagnie chiedere libertà a proprio vantaggio e profitto, avendo accesso ai mercati e alle risorse di ogni paese in qualunque punto del globo, per perseguire il proprio diritto al profitto. I sostenitori di questo approccio vogliono un sistema di libero mercato in cui i forti e gli "efficienti" vengano premiati; i deboli o gli inefficienti possono subire delle perdite ma, in ogni caso, devono badare a se stessi.
Il paradigma del libero mercato rappresentato dalle istituzioni di Bretton Woods, ha insistito nel promuovere programmi di aggiustamento strutturale basati sulla liberalizzazione del mercato. Il medesimo paradigma controlla il GATT/WTO che è stato dominato dai governi Occidentali sostenitori dell'apertura dei mercati (soprattutto di quelli dei PVS) alle esportazioni ed agli investimenti delle multinazionali. L'Uruguay Round di accordi commerciali, terminato nel dicembre del 1993, ha proclamato una nuova era in cui accordi multilaterali e negoziati avrebbero assoggettato al massimo grado i paesi agli obiettivi dei governi occidentali sostenitori di un più vasto ed ampio "accesso al mercato" per le proprie multinazionali. Queste sono state più potenti degli accordi e delle proposte dell'UNCED del 1992 e dell'approccio alla partnership promesso da quest'ultimo.
Il principale fattore del trionfo del paradigma di mercato è il forte appoggio ed il sostegno aggressivo dei paesi più potenti nonchè la loro deliberata marginalizzazione del paradigma di partnership. In questi paesi, i dipartimenti del commercio e della finanza godono di un'influenza molto maggiore di quelli dell'ambiente o degli aiuti internazionali. Questo ha contribuito alla priorità di gran lunga maggiore data da questi paesi agli interessi commerciali, nazionali e privati, rispetto alle preoccupazioni relative all'ambiente e allo sviluppo.
In anni recenti, i paesi Occidentali sono inoltre riusciti a deprimere il ruolo dell'ONU negli affari e nelle politiche economiche e sociali e, contemporaneamente ad aumentare enormemente il potere e l'influenza delle istituzioni di Bretton Woods, soprattutto del WTO, nel determinare le politiche economiche e sociali. Questo spostamento nella collocazione istituzionale delle autorità si è verificato in quanto le istituzioni di Bretton Woods/WTO  rappresentano il paradigma sostenuto dal Nord che le controlla, in opposizione al sistema ONU in cui il Sud è meglio rappresentato e dove i processi decisionali sono diversi.
A causa dell'elevato privilegio del paradigma di mercato, alle preoccupazioni per lo sviluppo sostenibile è stata data una priorità inferiore. I governi dei paesi forti sono ossessionati dalla competitività delle proprie industrie e dei propri stati; questo ha ridotto gli impegni relativi al miglioramento ambientale ed al cambiamento dei patterns di produzione e consumo. La deregolamentazione ha comportato in molti paesi un indebolimento delle politiche ambientali (o del loro processo di evoluzione). L'interesse verso l'implementazione dei fattori di sviluppo indicati dall'UNCED (e da altre conferenze come il Social Summit) è diminuito.


Regolamentare le multinazionali
Un altro importante motivo del fallimento nella messa in atto degli obiettivi dell'UNCED è l'assenza di qualsiasi tipo di struttura che disciplini e responsabilizzi il comportamento e le pratiche delle grandi multinazionali. Lo stesso UNCED del 1992 è stato parzialmente responsabile di questo, in quanto non propone misure per regolamentare le grandi multinazionali. Queste istituzioni sono le principali parti responsabili della produzione di inquinamento e dell'estrazione di risorse nel mondo, come anche della generazione di un consumo e di una cultura del consumo insostenibili. Invece di essere regolamentato, il loro potere ed i loro eccessi si sono diffusi ulteriormente, facilitati dall'entrata in vigore delle regole del WTO.
Non c'è dunque di che sorprendersi se, negli ultimi anni, il potere delle grandi multinazionali è aumentato: esse controllano una quota sempre maggiore delle risorse mondiali e detengono una quota sempre più elevata di attività produttive, di distribuzione, finanziarie e di marketing. Non ci sono stati cambiamenti evidenti nei loro pattern di produzione. La pratica del ‘business as usual’ si è concretizzata nel protrarsi o anche nell'intensificarsi dell'inquinamento ambientale e della deplezione delle risorse. Attraverso la globalizzazione dei media, le loro pubblicità e le vendite promozionali di prodotti di consumo e di svago, esse hanno avuto un impatto anche maggiore sulla diffusione di tipologie di stili di vita e di consumo ambientalmente insostenibili.
La regolamentazione delle corporations transnazionali (TNCs) e del mondo degli affari in generale è molto peggiorata dai tempi del Summit di Rio. Gli sforzi per completare un Codice di Condotta per le TNCs sono stati formalmente soppressi nel 1993 e l'agenzia responsabile, l'UN Centre on Transnational Corporations, è stata chiusa. Sono stati così vanificati molti anni di lavoro e di negoziati . Anche iniziative dell'UN Conference on Trade and Development (UNCTAD), come il Code of Conduct on Technology Transfer ed il Set of Principles and Rules on Restrictive Business Practices, sono state marginalizzate per la riluttanza con cui i PVS vedevano una loro eventuale entrata in vigore.
Invece c'è stata una tendenza diametralmente opposta, adesso dominante, a ridurre e a rimuovere costantemente le regolamentazioni messe a punto dai governi per le multinazionali, e a garantire a queste ultime diritti e poteri crescenti rimuovendo l'autorità dello stato nell'imporre controlli sul loro comportamento e sulle loro operazioni.
L'Uruguay Round ha già garantito alle TNCs standard di gran lunga più elevati per la protezione dei diritti di proprietà intellettuale, facilitando così il loro monopolio sulla tecnologia e la loro possibilità di ottenere rendite attraverso prezzi più elevati. Adesso, al WTO, i governi Occidentali fanno forti pressioni perchè alle compagnie straniere venga garantito in tutti gli stati membri del WTO il diritto di entrata nonchè un potere ed un trattamento nazionale (trattamento non meno favorevole di quello accordato alle loro controparti indigene) . Altre proposte relative alle politiche di competizione e di acquisizione del potere darebbero loro ulteriori diritti di accesso negli affari dei PVS. La capacità dei governi di regolare le operazioni e gli effetti delle TNCs e delle compagnie in generale sta per essere gravemente ridotta.
E' alquanto improbable che il mondo degli affari limiti volontariamente le sue stesse pratiche per mettersi in linea con lo sviluppo sostenibile, soprattutto con l'attuale intensificarsi della competizione. Così la rimozione dei diritti degli stati a regolamentare il business, soprattutto delle TNCs, è uno dei difetti peggiori, forse fatale, del tentativo della comunità internazionale di arrestare il deterioramento ambientale e di promuovere lo sviluppo sostenibile.


Il fallimento della leadership politica
Nell'affrontare le questioni ambientali, sociali e dello sviluppo c'è stata anche una debolezza della leadership politica . La leadership politica occidentale ha seguito l'imperativo di mantenere la competitività in un mondo globalizzato, mettendo i problemi ambientali e sociali molto in basso nella propria lista delle priorità. Questi governi vengono incontro alla richiesta delle loro multinazionali di promuovere la liberalizzazione e di imporre i loro interessi sia internamente che a livello internazionale.
Così nei negoziati internazionali, al WTO come all'ONU, i governi occidentali promuovono proposte che allargano i diritti delle TNCs e bloccano o diluiscono i principi e i punti volti all'interesse dello sviluppo sostenibile.
Nel campo internazionale, i governi del Sud, individualmente o in gruppo, generalmente non sono adeguatamente preparati per i negoziati in confronto ai governi del Nord. Nonostante la drammatica espansione dell'importanza dell'organizzazione e dei processi internazionali nel determinare le politiche nazionali, la leadership politica e burocratica della maggior parte dei PVS non ha risorse adeguate per affrontare i negoziati internazionali, nè a livello umano nè a livello finanziario . La risultante debolezza della capacità negoziale li rende a volte incapaci di promuovere efficacemente i propri interessi ed essi devono accordarsi su punti per loro svantaggiosi. Tale situazione è particolarmente pericolosa quando i negoziati implicano accordi legalmente vincolanti, come nel caso del WTO.
Molti leaders politici e burocrati possono essere daccordo, in privato, relativamente al fatto che lo stato presente degli affari su ambiente e sviluppo è negativo e richiede riforme drastiche. Ma si muovono poi sulla grande nave della liberalizzazione e vanno incontro alle richieste e agli interessi delle elite affaristiche. Molti hanno dichiarato di essere incapaci di cambiare la situazione e che le forze della liberalizzazione e della globalizzazione sono troppo forti per opporvisi.
Naturalmente ciò porta alla questione di chi, se non i leaders politici, possa prendere iniziative efficaci per promuovere lo sviluppo sostenibile.
In ogni caso, se lo sviluppo sostenibile è in una fase di declino, ci sono anche segni di un suo ritorno come paradigma. I limiti ed i fallimenti della globalizzazione hanno provocato una notevole reazione pubblica che potrebbe effettivamente portare a qualche cambiamento politico. All'interno dei governi dei PVS, le forze a favore della sostenibilità stanno acquistando maggiore consapevolezza dei propri diritti ed una maggiore responsabilità nel provare a rettificare i problemi presenti, incluso il cambiamento di alcune regole del WTO.
Il WSSD fornisce una buona opportunità di rifocalizzare l'attenzione delle istituzioni e del pubblico sui problemi ma anche sulla necessità di uno spostamento di paradigma.


Riaffermare lo spirito e gli obblighi di Rio
I punti chiave dei contenuti dei Rio erano chiari e lo rimangono anche oggi. Il Sud è ostacolato nel raggiungimento dei bisogni di base della sua gente da una posizione sfavorevole all'interno del mondo economico e le sue risorse nazionali vengono dissipate tenendo bassi i prezzi dei beni, attraverso il debito e altri meccanismi. Gli obiettivi dello sviluppo, l'eradicazione della povertà e l'accesso alle necessità di base sono ( o dovrebbero essere) le loro priorità principali. Le questioni ambientali dovrebbero essere integrate con (e non detratte da) questi obiettivi di sviluppo.
In termini concreti, l'accordo e l'implementazione Nord-Sud del principio di "responsabilità comuni ma differenziate", richiederebbe che il concetto di sviluppo sostenibile abbia almeno due componenti principali ciascuna che bilancia l'altra: protezione dell'ambiente e acquisizione dei bisogni di base e dei diritti umani per le generazioni presenti e future. 
Quindi, lo sviluppo sostenibile coinvolgerebbe non solo le pratiche ecologiche che possono garantire le necessità delle future generazioni, ma anche un cambiamento nei patterns di produzione e di consumo in una direzione più equa, grazie alla conservazione e ad una ricanalizzazione delle risorse, attualmente sprecate, in direzione del soddisfacimento di tutti, adesso come nel futuro. In questo concetto l'equità, all'interno e tra i paesi, nel controllo e nell'uso delle risorse in un modo ecologicamente prudente è un fattore critico (o anche il più critico).
Andrebbe sottolineato che gli elementi proposti qui per un ordine globale duraturo e sostenibile, devono essere considerati nel loro insieme. La giustizia sociale, l'equità, la sostenibilità ecologica e la partecipazione della gente sono tutte condizioni necessarie per questo ordine e il cambiamento deve coinvolgere sia il livello nazionale che quello internazionale. Politiche che promuovessero la sola equità non si tradurrebbero necessariamente in un mondo ecologicamente più armonioso. D'altra parte, misure che risolvessero la crisi ecologica senza accompagnarsi ad una più equa distribuzione delle risorse potrebbero portare ad una ingiustizia e ad una iniquità ancora più grandi.

Martin Khor è il Direttore di Third World Network.


Home

Globalizzazione e Sviluppo Sostenibile