TIPI DI ECONOMIA E SPECIFICITA’ RURALI
Karl Polanyi ha distinto tre tipi di economie: un’ economia dello scambio di mercato, una di reciprocità ed una di redistribuzione.
L’economia che più cade sotto i nostri occhi nella vita di tutti i giorni è quella dello scambio di mercato; scambio tra beni di uguale valore, dove l’acquirente dei beni usa il denaro - cd. merce fittizia - in cambio di beni o servizi. Pure elementi come la terra ed il lavoro vengono a rientrare nelle merci fittizie e sono resi oggetto di mercato.
Il nostro modo di vivere l’ economia di redistribuzione - che, ad esempio, nell’antichità si aveva con l’accumulo in grandi magazzini per una distribuzione al popolo in momenti di necessità, come nell’Antico Egitto - proviene dal vivere in una società con uno “stato sociale”: tramite leggi nazionali sono assicurati sussidi base derivanti dalle casse dello Stato, costituite dal contributo dei cittadini.
Quando parliamo di reciprocità ci si riferisce invece a qualcosa di non rigidamente regolato dal mercato: nello scambio di beni c’è un valore dato dal rapporto tra le persone, c’è la gratuità e il mutuo-aiuto; pertanto non si pesano gli scambi meticolosamente e non si misurano i tempi con tassi d’interesse. L’economia di reciprocità vive probabilmente in gruppi e comunità, più tipicamente e maggiormente indicata nelle realtà rurali.
Il cittadino ed il turista ricerca, in vacanze e soggiorni, dei beni materiali più puri come acqua, verde, zone non inquinate..ma pure una realtà sociale più semplice, non in corsa come nelle nostre città, e con rapporti sociali più solidali.
NOTA: Seguono cenni a realtà di cui si tiene conto, come la "proletarizzazione", che eventualmente possono suscitare argomentazioni in altre sedi - sarebbe altrimenti inadeguato, nella fattispecie, vedere la proletarizzazione come processo
legato a mancanza di istruzione come correntemente intesa (visione che potrebbe al limite apparire dal cenno qui fatto)
Marginalizzazione
Queste realtà rurali e periferiche hanno pertanto loro specificità e ricchezze. I loro membri, però,sono anche investiti da fenomeni negativi in quanto le loro zone non offrono le possibilità di istruzione e formazione e le occasioni di lavoro date da centri cittadini.
Perciò queste zone soffrono dello spopolamento stabilizzato, o di quello transitorio dei giovani che ogni giorno partono per la scuola come degli adulti che vanno in fabbrica, in cantiere o nell’ufficio, in zone cittadine.
L’aggravio del viaggio quotidiano e il ritrovarsi fuori dal proprio luogo di origine, come il ritorno nel luogo di origine trovato più “desolato” di un tempo, può creare una fatica ed un disagio che possono marginalizzare giovani e meno giovani rispetto ai loro coetanei cittadini. Demotivazione, scetticismo, una certa inerzia al cambiamento e scarso interesse alla “cosa pubblica”, possono portare a deficit come abbandoni e fallimenti scolastici, cattive condizioni lavorative, evasione in uso ed abuso di alcool o droghe ormai anche in età minorile, con ulteriori problemi per il futuro dei soggetti e della loro comunità.
Minore sviluppo di abilità e competenze porta con sé come un’impreparazione alla vita nella società odierna, la mancanza di percorsi personali di sviluppo
- come ricercare attestazioni più adeguate ad aggiornamenti culturali -, che contribuiscono sul piano occupazionale a portare le persone su un livello più basso. Potremmo dire che molte persone rientrano nel più esteso processo di “proletarizzazione”: anche se di estrazione media e piccolo borghese e con un certo bagaglio culturale, per cui si potrebbe aspirare ad un lavoro impiegatizio o ad attività con una certa autonomia, giovani e meno giovani si ritrovano occupati in manovalanze di vario tipo, lavoro operaio non specializzato ed in più gravato dalle difficoltà legate al territorio e alle sue consuetudini (precarietà, reiterati orari di lavoro straordinari, pendolarismo, manovalanze pesanti con scarso uso di strumenti tecnici ausiliari o di strumenti di protezione
anti-infortunistica,..).
Il lavoro richiede comunque la sua dignità. La partecipazione alla vita dell’azienda in aspetti decisionali ed economici, ed un diritto di sciopero (anche artt. 40 e 46, Cost.); i diritti a formazione ed informazione, ad una chiara posizione lavorativa e circa la durata della giornata lavorativa, del riposo settimanale, delle ferie, come i diritti previdenziali e quelli in caso di infortunio, malattia o aspettativa per altri motivi sono ancora vigenti (in proposito analogie agli artt. 35, 36 e 38, Cost.); nonché la considerazione di una retribuzione in ogni caso sufficiente per assicurare a sé ed alla famiglia un’ esistenza libera e dignitosa (- il cd. salario familiare - ai sensi dell’ art.36,1°comma, Cost.). Senza considerare la garanzia sul lavoro femminile , minorile (in art.37, Cost.) e di persone portatrici di handicap e loro familiari (specie legge n.104/’92).
Da decenni è emersa pure la necessità di avere “una base” personale di beni che siano di appoggio al lavoratore oltre al salario da lavoro in sé (soprattutto riferendoci qui al lavoro operaio-proletario o bracciantile). Oggi più che mai è importante vedere questa base; che và al di là dell’avere un terreno, un’abitazione o dei risparmi, ma può sicuramente avere anche una matrice di abilità, qualifiche e competenze personali, spendibili pure nell’eventualità di cambiare lavoro.
I percorsi di istruzione e formazione personali sono oggi più importanti e molteplici che in passato, per questo merita spendere alcune parole per tentare di classificarli, almeno per quanto riguarda le forme pubbliche o incentivate dagli enti pubblici.
Sicuramente vi è il percorso che và dalla scuola d’infanzia (non obbligatoria) alla scuola elementare e media (scuola primaria e scuola secondaria inferiore).
Vi è poi la scuola secondaria superiore, che sarebbe già implicata a fornire un’istruzione “professionalizzante” e di qualità, anche per inserire il giovane nel mondo del lavoro.
Dopo l’istruzione obbligatoria si può però scegliere di percorrere cammini di formazione professionale, in genere portati avanti da un ente riconosciuto che risponde ai canoni delle disposizioni in materia di formazione professionale ed agisce con specifiche didattiche ed insegnanti presentati preventivamente alla competente Amministrazione Provinciale.
La formazione professionale post-maturità, in qualche modo parallela all’Università/istruzione terziaria, talora assume la forma del corso di Istruzione Formazione Tecnica Superiore (IFTS). La formazione professionale viene suddivisa generalmente in ore di formazione “in aula” e ore di tirocinio (cd.stage). Percorsi di formazione professionale possono avere durate indicative che vanno da circa 50-60 ore con corsi brevi privi di stage a 1200-2400 ore di IFTS, così come a corsi organizzati per annualità - ad es. anche corsi triennali -.
Il blocco di istruzione secondaria superiore ed universitaria, nonché i molteplici corsi di formazione professionale, costituiscono verosimilmente ciò che a livello dell’Unione Europea è indicato con VET (Vocational Education and Training , traducibile con Istruzione e Formazione Professionali) .
Per quanto fin d’ora detto si ha una certa conoscenza diffusa.. Interessante è entrare in altre due forme di istruzione/formazione pubblica o riconosciuta/incentivata pubblicamente.
La prima è quella cultura erogata in genere dai Centri Territoriali Permanenti (CTP) situati presso scuole pubbliche, i cui corsi hanno durata anche di 10-30 ore (cd.corsi “modulari”).
Questi corsi sono in genere detti di “alfabetizzazione funzionale” o di “educazione degli adulti”. I CTP svolgono pure corsi di preparazione ad esami di Stato e di lingua Italiana per cittadini stranieri.
L’offerta dei CTP non è disprezzabile, in quanto ha un suo ruolo in qualche modo professionalizzante e rilevante per il mercato del lavoro (si pensi all’apprendimento di nozioni di una terza o una quarta lingua straniera, così come ad abilità non necessariamente apprese oggi in tutte le scuole superiori - come corsi informatici di CAD, Computer Aid Designer -).
Altra fonte culturale è data dalla cosiddetta “educazione non formale” (a livello UE, nel periodo di programmazione del Fondo Sociale Europeo 2000-2006, finanziata nell’Obiettivo 3, Misura C4). Questo tipo di formazione è di regola realizzata nel “circolo di studio”.
Esso costituisce un sistema formativo volto, principalmente, a favorire l'offerta di opportunità educative per piccoli gruppi, tendenzialmente autogestiti. Idea legata alla loro attuazione è quella di attivare risorse finanziarie esclusivamente in risposta ad una domanda espressa da gruppi di cittadini che sentono la necessità di aumentare le loro conoscenze organizzandosi un percorso legato all'autoformazione, anche se può prevedere una certa assistenza tutoriale. I vantaggi che assicura tale sistema sono, principalmente, da rilevarsi nella capacità di far emergere istanze formative non preventivamente individuate da istituzioni preposte all'apprendimento, ma nate nel momento stesso in cui gruppi di persone ne sentono la necessità e per questo molto più efficaci. L'agilità del sistema, basato su cicli temporali assai ristretti e su una relativa sburocratizzazione delle procedure, assicura il continuo ricambio della domanda.
Nell’assistenza tutoriale dei circoli di studio intervengono generalmente agenzie formative (come l’ENAIP, la Proteo - operativa in provincia di Lucca - ,..).