Piero Melograni - Bandiere di consolazione

Piero Melograni
Bandiere di consolazione
"Il Sole 24 ore"
21 dicembre 2003

Da qualche tempo alcuni simboli della religione civile e patriottica stanno tornando in auge dopo una fase di declino. Ci riferiamo all'Inno di Mameli, eseguito sempre più spesso e perfino cantato, benché i suoi versi siano arcaici e ostici. Pensiamo in secondo luogo alla bandiera tricolore, che fino a pochi anni or sono sventolava quasi soltanto negli stadi, ma che di recente è stata distribuita nelle edicole riapparendo sulle finestre di varie abitazioni private.

Un terzo simbolo è l'Altare della Patria in piazza Venezia. Lo si cominciò a costruire nel 1885 per dimostrare che la nuova Italia sapeva edificare un monumento capace di reggere il confronto con il vicino Colosseo - la Roma antica - e con San Pietro, la Roma dei papi. Mollti, che lo giudicavano un edificio un po' volgare e kitsch, oggi lo apprezzano, grazie anche a una eccellente illuminazione notturna. Per molti anni non lo si è potuto più visitare dopo che il 12 dicembre 1969 vi erano esplose due bombe. La recente riapertura lo ha riavvicinato alla gente e nello scorso mese di novembre centinaia di migliaia di persone, forse un milione, vi hanno deposto mazzi di fiori rendendo omaggio ai carabinieri uccisi a Nassiriya. Siamo così arrivati a un quarto simbolo della religione patriottica capace di conquistare un prestigio sempre più alto, e stiamo parlando appunto dei carabinieri.

Le cause di ciò devono essere trovate nella spinta alla aggregazione che sempre si accompagna alla sensazione di essere minacciati e di vivere nella insicurezza. La minaccia più forte è proprio quella che ha dato la morte ai carabinieri di Nassiriya, il terrorismo internazionale. In modo più o meno consapevole, molti si rendono conto del fatto che l'Italia, insieme con altri Paesi, è aggredita dai terroristi che vorrebbero bloccarne lo sviluppo. Ma bloccare la crescita delle economie significa volere la guerra. E difatti Paolo VI, nella "Populorum Progressio" del 1967, proclamò solennemente che <lo sviluppo è il nome nuovo della pace>. Le forze armate italiane sono già presenti in molte zone povere della Terra allo scopo di garantire la sopravvivenza e la sicurezza del mondo moderno.

Un altro fattore di incertezza è dato dalla stagnazione economica, in parte determinata dalle attività dei terroristi con la distruzione delle Twin Towers e con altro. Ma i periodi di crisi favoriscono il consolidamento delle comunità nazionali. Sono invece i periodi di forte crescita a provocare agitazioni e rivoluzioni. Non si dimentichi che Tocqueville intitolò un capitolo dell'Ancien Régime : <Come il regno di Luigi XVI sia stato il periodo più prospero dell'antica monarchia, e come anche tale prosperità abbia affrettato la rivoluzione>. Il "miracolo economico" produsse in Italia le agitazioni del '68, l'attuale stagnazione va in direzione opposta.

Benché a prima vista possa sembrare strano, anche l'arrivo dell'euro è vissuto da molti come un'aggressione e un fattore di insicurezza. Tanti italiani non sono in grado di fare a mente una moltiplicazione o una divisione per 1936,27 e neppure per duemila, soprattutto quando si tratta di grandi cifre. In passato, leggendo i giornali, ci si accorgeva che numerosi giornalisti non sapevano convertire le grandi cifre da dollari in lire e viceversa commettendo errori macroscopici. L'arrivo dell'euro, insieme con altre regole europee a volte inutili e sciocche, ha fatto concretamente capire che c'è una realtà esterna, sopranazionale, burocratica e pressoché incontrollabile dagli italiani. Per di più questa autorità proviene da un'Europa in grave crisi. Come se non bastasse, introducendo l'euro, essa ha distrutto un elemento significativo dell'identità nazionale: la buona, vecchia e a volte perfida lira.

Il risveglio dell'identità nazionale deve essere poi visto in relazione alla presenza sempre più massiccia di immigrati provenienti da altre nazioni e da altri continenti. Interi settori di città italiane sembrano appartenere a cittadini della Cina, dell'Africa o dell'Islam. E l'italiano, per tradizione un popolo di emigranti, si è improvvisamente scoperto nel ruolo opposto di popolo ospitante, culturalmente non molto preparato a integrare gli stranieri.

L'insicurezza generale deve essere poi collegata ad altri aspetti della "globalizzazione" in atto. La ricerca del posto fisso, ad esempio, apparteneva all'identità nazionale italiana. Oggi, viceversa, la spinta è verso la mobilità e la flessibilità. Se gli stranieri immigrati tendono a svolgere lavori rifiutati dagli italiani, gli stranieri del mercato globale esercitano una concorrenza molto più spietata. Qualcuno ha annunciato che tra pochi anni arriveranno automobili cinesi a bassissimo prezzo. Ma sembra che già quest'anno perfino le statuine dei presepi vendute a Napoli siano in larga misura importate dalla Cina. Anche la globalizzazione, sinonimo di sviluppo e quindi di pace, può provocare disoccupazione e insicurezze. Né c'è da stupirsi se nell'estate del 2001 perfino gruppi di suore decisero di recarsi alla manifestazione genovese dei no global.

Più in generale l'arrivo della modernizzazione scardina il vecchio mondo insieme con quasi tutte le norme di condotta tradizionali. E mette in crisi i sentimenti religiosi, secolarizzando la società. Nei decenni della Guerra fredda la grande maggioranza degli italiani credette di trovare una bussola nelle ideologie. La fine delle ideologie li ha disorientati. Molti - nonostante la crisi degli Stati nazione - pensano di ritrovare un orientamento nella difesa dei valori nazionali. Altri invece, epigoni del vecchio internazionalismo, anziché la bandiera italiana, adottano quella della pace o - come qualcuno ha scritto - della resa e dell'impotenza. Altri ancora, tentando un arduo compromesso, le adottano entrambe.