Piero Melograni - consociativismo

Piero Melograni
I vincoli del consociativismo
"Il Sole 24 ore"
24 novembre 1999

Consociativismo è termine nuovissimo, ancora assente in molti dizionari della lingua italiana, ed è sinonimo di consociazionismo, vale a dire della <tendenza a coinvolgere nelle decisioni di governo tutte le forze politiche più influenti, indipendentemente dalla distinzione tra maggioranza e opposizione>. Mentre un'alleanza di governo unisce le forze politiche alla luce del sole, il consociativismo le unisce nell'ombra.

Di solito, pertanto, si parla di consociativismo con tono spregiativo, come di un fenomeno coperto da ipocrisie e da menzogne. Ma occorre ammettere che esiste anche un consociativismo rispettabile e perfino virtuoso dato che, all'interno di ogni sistema politico, è sempre necessaria una certa dose di accordi i quali scavalchino la distinzione tra maggioranza e minoranza, anche in forme non esplicite. Molto probabilmente, senza questo sia pur parziale consociativismo compromissorio, non sopravviverebbero né le comunità, né le Nazioni, né gli Stati.

Sembra dunque opportuno distinguere tra un consociativismo fisiologico, o naturale, e un consociativismo patologico o anormale. Il fisiologico ha una portata limitata e consente alle democrazie di sopravvivere. Il patologico, viceversa, fa sì che un sistema democratico-parlamentare non abbia più ricambi, isterilisca e degeneri.

Negli anni della cosiddetta Prima repubblica, l'Italia ha sicuramente sofferto di un consociativismo patologico poiché in essa - per motivi magari serissimi - la parte più consistente dell'opposizione ha rinunciato alla concorrenza e al ricambio. L'Italia, infatti, era uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale e si trovò collocata all'interno della sfera di influenza occidentale, filoamericana, filocapitalista, anticomunista. I suoi Governi, pertanto, dovettero schierarsi in senso filooccidentale. Ma si diede il caso che l'unica opposizione sufficientemente numerosa per fare concorrenza a quei Governi fosse dominata dal Partito comunista, vale a dire da un partito ideologicamente, disciplinarmente, nonché finanziariamente legato alla sfera comunista orientale. É vero che tra il Pci e l'Urss si produssero in quegli anni alcuni conflitti, ma non ci fu mai una vera rottura. Come dichiarò nel gennaio 1983 Alessandro Natta, segretario del Pci: <Se con strappo si intende un'interruzione, una lacerazione nei rapporti tra Pci e Partito comunista dell'Unione Sovietica, per quello che ci riguarda e per quello che riguarda il Partito comunista sovietico, lo strappo non c'è mai stato>. Il Pci, difatti, cambiò nome e simbolo nel 1991, dopo il crollo del Muro di Berlino, non prima.

Il consociativismo patologico italiano fu determinato proprio dai legami esistenti tra il Pci e la sfera sovietica. Se infatti alcuni rappresentanti del Pci fossero diventati ministri, l'accordo internazionale sulle sfere di influenza sarebbe entrato in crisi e la pace mondiale sarebbe stata messa in pericolo. I cattolici polacchi, tanto per fare un esempio, avrebbero potuto pretendere, per motivi di reciprocità, una loro rappresentanza nel Governo di Varsavia e l'impero sovietico avrebbe rischiato di svanire ancora prima di quanto poi accadde. Di conseguenza, si badi, non soltanto gli Stati Uniti, ma anche l'Unione Sovietica vegliarono affinché l'Italia non uscisse dalla sfera di influenza occidentale e il Pci non si permettesse di entrare in alcun Governo. Mosca poteva consentire al Pci di sostenere "dall'esterno" un Governo democristiano (come infatti accadde nel 1978, con il quarto Governo Andreotti), ma doveva proibirgli di spingersi oltre. Il sistema politico italiano avrebbe potuto superare questo consociativismo patologico soltanto se il Pci avesse mutato nome e natura alcuni anni prima del 1992, oppure se l'elettorato comunista avesse riversato altrove i suoi voti.

Al Pci, quindi, non restò altro da fare che amministrare le proprie forze al fine di attuare, con la Democrazia cristiana e con gli altri partiti di governo, una forma di consociazione che, in alcuni periodi, non fu neppure nascosta. Il Pci si dichiarò ideologicamente estraneo ai valori della civiltà occidentale e conservò uno stretto legame con i potenziali nemici dell'Occidente, ma nello stesso tempo riuscì a diventare compartecipe di quasi tutte le scelte del Governo filooccidentale. E anzi ne divenne un compartecipe occulto proprio perché proclamava di essere così diverso: altrimenti sarebbe stato un aperto concorrente di quel Governo. Nel sottile e doppio gioco degli equilibri politici interni e internazionali, i dirigenti del Pci, alla scuola di Togliatti, si mossero con grande destrezza.

Lo schieramento dominato dal Pci, tuttavia, non esercitò quei controlli che un'opposizione normale, desiderosa di governare al più presto e in prima persona, è solita esercitare, così che i vizi del sistema politico e amministrativo si incancrenirono. Maggioranza e opposizione finirono per mettersi segretamente d'accordo nel coprire le numerose magagne del sistema e nel distribuire le risorse pubbliche oltre i limiti consentiti da una retta gestione del bilancio. In tale perverso gioco, l'opposizione poté perfino compiacersi del "tanto peggio, tanto meglio" dato che, alla fin fine, avrebbe potuto sperare di far ricadere la responsabilità del "peggio" sugli altri, dato che la pubblica opinione, in vasta misura, non si rendeva conto dei legami consociativi occulti.

Volendo poi occuparci dell'altra specie di consociativismo, vale a dire di quello fisiologico e naturale, diremo che anch'esso, in molti casi, sfugge alla comprensione della stragrande maggioranza dei cittadini, i quali o non si occupano affatto di politica, oppure se ne occupano in modi non professionali e quasi sempre con mentalità gregaria, ingenuamente estranea alle astuzie dei capi. Bisognerebbe viceversa avvertirli che in quasi tutti i Parlamenti del mondo, ma vorremmo dire in tutti, i leader e i semplici deputati dei più contrapposti settori politici si conoscono benissimo tra loro, si incontrano dalla mattina alla sera, si radunano di continuo nelle sale delle commissioni, si danno del tu, mangiano spesso allo stesso ristorante, hanno bisogno gli uni degli altri per facilitare il cammino di vari provvedimenti a loro particolarmente cari, stringono di frequente alleanze trasversali a carattere regionale.

Questa solidarietà tra avversari, vista dall'esterno, può lasciare interdetti. Giudicata dall'interno risulta invece non soltanto spiegabile, ma perfino utile al raggiungimento dei fini superiori della Nazione. Essa difatti stempera il fanatismo, favorisce il colloquio, asseconda la comprensione reciproca. D'altra parte è molto probabile che in uno Stato relativamente "normale", vale a dire in uno Stato all'interno del quale non si manifestino gravi spaccature etniche o ideologiche, l'80% e più delle decisioni possano essere adottate all'unanimità in modo spontaneo e aperto, grazie alla condivisione di un patrimonio culturale comune. I contrasti tra i partiti di maggioranza e di minoranza si incentreranno su un numero circoscritto di problemi, o magari soltanto su uno o due grandi temi, sufficienti tuttavia ad accendere il dibattito politico.

Una speciale forma di consociativismo spontaneo e patriottico può essere trovata nelle coalizioni che si formano in caso di guerre o di altri eventi eccezionali. La minaccia esercitata da un nemico esterno è stata sempre un fattore capace di attenuare i contrasti interni e di far rimandare la loro soluzione a un futuro più o meno remoto. In Francia, per esempio, allo scoppio della prima guerra mondiale, tutti i partiti si riconobbero nella Union sacrée stipulando tra loro una tregua. Altrettanto accadde in Germania e altrove, ma non in Italia, dove il Partito socialista preferì adottare nel 1915 l'ambigua formula del "non aderire e non sabotare". Durante la seconda guerra mondiale, in Gran Bretagna, Winston Churchill presiedette un Governo al quale parteciparono i conservatori, i laburisti, i liberali. Negli Usa, anche in assenza di uno stato di guerra, i due grandi partiti, il repubblicano e il democratico, usano dividersi su questioni di politica interna, ma non sulle grandi questioni della politica estera.

Rimane da chiedersi se i processi di modernizzazione della società, di globalizzazione delle economie e di declino degli Stati-nazione produrranno conseguenze anche in tema di consociativismo. Riteniamo che la risposta possa essere affermativa ed è probabile che le conseguenze saranno tali da far declinare sia il consociativismo patologico sia quello bellico. Lo sviluppo economico e sociale, difatti, ha sempre consolidato i regimi democratico-parlamentari e ha contemporaneamente ridotto i pericoli di guerra. Dal 1945, l'avvento delle più moderne tecnologie ha scongiurato lo scoppio di conflitti militari tra due Stati economicamente sviluppati, che fossero entrambi dotati di armamento nucleare.

Il processo di modernizzazione ha altresì determinato la sconfitta dell'Unione Sovietica e la fine della guerra fredda, vale a dire l'eliminazione di quei fattori che resero possibile il consociativismo patologico italiano. Molti segnali inducono a pensare che questo processo di modernizzazione, facendo declinare la propensione alla guerra, allargando la sfera delle libertà, diffondendo le comunicazioni e accelerando gli scambi, favorirà grandemente anche la libera competizione delle forze politiche all'interno di ciascuno Stato.

Il declino degli Stati-nazione e l'affermarsi di organismi supernazionali, come ad esempio l'Unione europea, non dovrebbero spegnere il dibattito politico, ma spostarlo in gran parte al di là dei vecchi confini nazionali. La globalizzazione delle economie, in altre parole, dovrebbe determinare una sempre di più intensa globalizzazione della politica. Vorremmo poter dire che in un siffatto contesto "globale" le pratiche consociative risulteranno più difficilmente praticabili. Ma ci viene alla mente che il consociativismo italiano degli anni trascorsi si collegò al consociativismo internazionale, globale e ancora una volta in penombra praticato dalle Grandi potenze. I due grandi schieramenti mondiali, infatti, oltre a spartirsi riservatamente le sfere di influenza, evitarono reciprocamente di disturbarsi troppo. L'Unione sovietica vietava al Pci di andare al Governo e la Nato non prestava alcun soccorso ai rivoltosi ungheresi del 1956. L'Europa, grazie anche a questi scambi, ha conosciuto un'epoca di pace più lunga della Belle époque.