Piero Melograni - Un innovatore che sconcertava i contemporanei

Piero Melograni
Un innovatore che sconcertava i contemporanei
"Il Sole 24 ore"
4 dicembre 2005, p. 36

A 250 anni dalla sua nascita, Wolfgang Amadeus Mozart è un compositore molto eseguito e amato perché la sua musica fu quasi sempre innovativa. Solo chi innova rimane nella storia. Solo le opere d'arte capaci di emozionare autore e pubblico, grazie alle novità che contengono, possiedono un fascino che permette loro di resistere nel tempo. Perfino l'iniziatore della musica dodecafonica, Arnold Schönberg, confessò di avere molto appreso da Mozart e riconobbe un debito di gratitudine verso di lui.

Oggi stentiamo a renderci conto della grande modernità di Mozart perché il nostro orecchio è abituato alle composizioni assai più libere e moderne composte nei secoli seguenti da autori come Chopin, Brahms, Debussy, Ravel o Stravinskij. Ma più volte, ai tempi di Mozart e proprio a causa delle sue capacità innovative, gli editori rifiutarono di stamparne le composizioni e il pubblico gli voltò le spalle. Quel pubblico era abituato a musica da intrattenimento, da ascoltare in modo distratto, quale mero accompagnamento alla vita sociale tanto che nei palchi dei teatri lirici si giocava a carte e si pranzava. La musica di Mozart, viceversa, pretendeva attenzione e costringeva a riflettere.

Nella festa finale del primo atto del Don Giovanni tre orchestre eseguono simultaneamente un minuetto, una contraddanza e una allemanda producendo uno stupefacente effetto cacofonico. Tutto questo accade in orchestra mentre sul palcoscenico i partecipanti alla festa si mettono a cantare «Viva la Libertà», quasi che questa libertà, accompagnata da quella cacofonia, equivalga alla confusione. Il quartetto K. 465, detto «delle dissonanze» e dedicato ad Haydn, dovette attendere undici anni per trovare un editore. Molti credevano che Mozart avesse commesso un errore di scrittura tanto inconsuete risultavano le dissonanze delle prime battute. Ma Haydn, il giorno in cui quel quartetto fu eseguito a Vienna prese da parte il padre di Wolfgang e gli disse: «Affermo davanti a Dio, da uomo sincero, che vostro figlio è il più grande compositore che io conosca di persona o di fama; ha gusto e inoltre possiede la più grande scienza nel comporre». Nel gennaio 1787, tuttavia, la «Wiener Zeitung» continuò a farsi interprete del malcontento generale poiché commentò i sei quartetti dedicati ad Haydn con queste severe parole: «Peccato che Mozart, nel suo intento artistico veramente encomiabile di diventare soltanto un creatore nuovo, si sia spinto troppo in alto, e non certo a vantaggio del sentimento e del cuore. I suoi nuovi quartetti sono troppo drogati. A lungo andare quale palato riesce a tollerarli?».

Il Concerto n. 9 per piano e orchestra K. 271 dedicato a mademoiselle Jeunehomme (ma oggi sappiamo che fu composto per madame Victoire Jenamy) venne rifiutato nel 1778 dall'editore Sieber di Parigi, perché troppo innovativo. La stragrande maggioranza degli ascoltatori di oggi non se ne accorge e lo trova meraviglioso. Il suo fascino deriva proprio dal fatto che Mozart, scrivendolo, era animato dalla tensione e dalla consapevolezza di comporre una musica sotto molti aspetti inaudita.

Wolfgang sapeva di possedere qualità eccezionali e lo disse al padre in una lettera del 7 febbraio 1778. Gli scrisse che, essendo nato per fare il compositore, non poteva più perdere tempo a dare lezioni di piano: «Non devo e non posso seppellire in questo modo il mio talento di compositore, quel talento di cui il buon Dio mi ha così generosamente dotato. Posso dirlo senza presunzione, perché lo sento ora più che mai». Il padre, che vedeva nel figlio la sua principale fonte di ricchezza, gli chiedeva di guadagnare con le lezioni e di scrivere musiche facili, che accarezzassero le orecchie e risultassero comodamente vendibili. Wolfgang sentiva invece di possedere nuove e straordinarie idee che doveva assolutamente esprimere per restare nella storia e non tradire quel Dio così generoso con lui. Per questo si ribellò al padre e abbandonò Salisburgo, città troppo modesta e provinciale rispetto alla sua grandezza.

Idomeneo, l'opera lirica che Mozart cominciò a comporre nell'autunno 1780 per il Teatro di Corte di Monaco di Baviera, fu lo strumento da lui utilizzato per assicurarsi la gloria, diventare autonomo e liberarsi dal padre. Anche la vicenda dell'opera simboleggia la sua crisi familiare. All'inizio vi si narra di un figlio, il principe Idamante, che dovrebbe sacrificarsi per il padre Idomeneo. Ma alla fine sarà Idomeneo a sacrificarsi e abdicare in favore del figlio. Dopo l'Idomeneo, Wolfgang rivide il padre solo due volte e ritornò a Salisburgo appena una volta nell'estate 1783. Soffrì di queste separazioni, ma non cedette. A Salisburgo, nel 1783, insieme con padre, sorella e moglie, cantò un giorno lo splendido quartetto del terzo atto di Idomeneo. Dopo averne intonato l'inizio, «Andròramingo e solo / Morte cercando altrove / Fin che la incontrerò», scoppiò in lacrime e non poté più cantare.

Mozart andò a Vienna dove ebbe successo, ma non proprio un successo travolgente, per la solita ragione che la sua musica continuava ad apparire nuova e sconcertante. Nella gerarchia dei compositori di opere liriche più eseguiti a Vienna, si collocò al settimo posto dopo Paisiello, Vicente Martin y Soler, Cimarosa, Pietro Guglielmi, Giuseppe Sarti e ovviamente, dopo Salieri, che Mozart prendeva in giro chiamandolo "Bombonieri". Oggi Mozart ha ottenuto una grande rivincita su tutti loro.

1770-1781: dall'Italia a Vienna
Il terzo gruppo di stralci epistolari comprende sei lettere che coprono un arco di undici anni: dall'avventura italiana all'approdo a Vienna. La sesta è contemporanea alla prima assoluta di Idomeneo (Monaco di Baviera, Hoftheater, lunedì 29 gennaio 1781) e al calcio che il conte Arco, fiduciario del l'arcivescovo di Salisburgo, diede a Mozart come benservito (mercoledì 13 giugno 1781). Nella lettera del 3 marzo 1770, Wolfgang sfoga il suo estro nel coniare soprannomi: suo padre (nell'originale) è «wanstenderwischtsohastenschon» («wenn du ihn erwischst, so hast du ihn schon», un evidente principio pedagogico-morale di Leopold); Wolfgang, evidentemente affetto da «diarrea del viaggiatore» in quei giorni, è «don Cacarella» (in italiano nell'originale). Il sonetto di Thomas Linley è impeccabile e squisito. Di sommo interesse, nella lettera del 29 maggio 1770, il riferimento a Niccolò Jommelli e alla sua opera Armida abbandonata.

Alla sorella Maria Anna a Salisburgo (Milano, 3 marzo 1770)
Cara sorella mia, ... siamo stati 6 o 7 volte all'Opera e poi nella festa di balo che anche qui, come a Vienna, comincia subito dopo lo spettacolo d'opera. Abbiamo visto la mascherada e la chicherad e la facchinad che sarebbe una mascherada danzata da facchini. ... bacia per mio conto la mamma, baciale la mano 1.000.000.000.000 di volte, e tanti complimenti a tutti gli amici, e a te mille complimenti da parte di se-lo-afferri-e-lo-tieni-stretto-lo-possiedi-per-sempre, e da parte di Don Cacarella tanti complimenti particolarmente dalla parte posteriore, e a questo punto termina il foglio, e ci manca la continuazione della lettera, ndr

Thomas Linley jr. a Mozart (Firenze, 6 aprile 1770)
Per la partenza del Sgr: Amadeo Wolfgango Mozart da Firenze. «Da poi che il Fato t'ha da me diviso, / io non fo che seguirti col pensiero / ed in pianto cangiai la gioia e il riso; / ma in mezzo al pianto rivederti io spero. / Quella dolce armonia di Paradiso / che a un'estasi d'amor mi aprì il sentiero / mi risuona nel cuor, e d'improviso / mi porta in cielo a contemplare il vero. / Oh lieto giorno! o fortunato istante / in cui ti vidi e attonito ascoltai, / e delle tue virtù divenni amante. / Voglian gli Dèi che dal tuo cuor giammai / non mi departa: io ti amerò costante. / Emul di tua virtude ognor mi avrai». In segno di sincera stima ed affetto, Tommaso Linley.
(Tutto in italiano nell'originale)

Alla sorella Maria Anna (Roma, 25 aprile 1770)
Cara sorella mia, Jo vi acerto che io aspetto con una incredibile premura tutte le giornade di posta qualche lettera di Salisburgo. Hieri fùmmo à s: Lorenzo, e sentimmo il vespero, e oggi Mattina la meßa Cantata, e la sera poi il secondo vespero, perché era la festa della Madonna del buon consiglio, questi giorni fùmo nel campidoglio e viddemmo varie belle cose: se io voleßi scrivere tutto, che viddi, non basterebbe quel foglietto. In Due accademiae sonai, e Domani sonerò anche in una. Sta sera abbiamo veduti un contra alto un Musico che risemigliò molto al sig: Meisner, che avremo l'onore di vederlo à Napoli: subito dopo pranzo giochiamo à potsch, questo è un gioco che imparai in Roma ...

Leopold Mozart a sua moglie (Napoli, 26 maggio 1770)
È la terza lettera che ti scrivo da Napoli. Questo luogo e la sua posizione mi piacciono molto, ogni giorno di più, e soprattutto la città ha un aspetto del tutto insolito. Se però il popolo non fosse così screanzato e se certa gente non fosse tanto stupida, tanto che costoro non immaginano neppure il loro grado di stupidità… e poi, la superstizione! Quest'ultima è tanto radicata, da darmi l'impressione che qui a Napoli fiorisca una vera forma di eresia organizzata: eppure, le autorità guardano tutto ciò con indifferenza. Con il tempo te lo racconterò per esteso. ... Lunedì ci sarà un'accademia. Fra le presenze: tutte le contesse von Kaunitz, lady Hamilton, la principessa di Belmonte, la principessa Francavilla, la principessa Calabritta. Presumo che ne ricaveremo almeno 150 zecchini. ...

Wolfgang alla sorella (Napoli, 29 maggio 1770)
Carissima sorella mia, Hieri l'altro fùmmo nella prova dell'opera del sig: Jomela, la quale è una opera, che è ben scritta, e che mi piace veramente. Il sig: Jomela ci ha parlati, è era molto civile, e fùmmo anche in una chiesa, à sentir una Musica, la quale fu del sig: ciccio demajo, ed era una bellißima musica. ... Stiamo dio grazia aßai bene di salute, particularmente io, quando vienne una lettera di Salisburgo. Spero che riceveste quella lettera. Dove era dentra un'altra linqua, la quale Voi averete già intesa, o capita. ...

Wolfgang a suo padre a Salisburgo (Vienna, 4 luglio 1781)
Mon très cher Pére, al conte Arco non ho scritto né ho intenzione di scrivere, poiché Lei così desidera, per amor di pace. Me ne sono fatta un'idea: Lei lo teme, ma, guardi, non ha alcuna ragione di temerlo. Lei è tanto buono quanto io sono stato offeso: ebbene, io non desidero che Lei sollevi il minimo rumore sulla faccenda. Semmai, sono l'arcivescovo e tutto il suo codazzo di cortigiani a dover temere di parlare con Lei di quella faccenda il villano comportamento del conte Arco nei confronti di Wolfgang, ndr. Lei, mio caro padre, qualora il discorso cada sull'argomento può dire a quei signori, senza il minimo timore, che essi dovrebbero vergognarsi di avere allevato un figlio che si lasciasse trattare in quel modo da quell'infame cane fottuto di Arco - e a lor signori potrebbe garantire che se oggi io avessi la fortuna d'incontrarlo gli renderei ciò che merita, e se lo ricorderebbe finché campa. ...