Guida per una corretta scelta errata della facoltà

 

    Era un giorno piovoso d'Agosto, o forse c'era il sole, chissà… ma tanto non ha importanza, dato che non sono i connotati atmosferici a rendere pietosa questa storia.

    Gli esami di maturità erano stati penosamente archiviati dopo aver finalmente afferrato che in cinque anni di Liceo, le cose più costruttive erano state la ricreazione e l'uscita; queste due manifestazioni della libertà umana, diverse eppure tanto simili, avevano lasciato un solco indelebile nella mia cultura, tanto che neanche con Ajax Tornado Bianco sono riuscito a farlo venir via, ed allora mi sono rassegnato a sopportarlo come retaggio di un quinquennio disperato, che ha avuto il suo unico senso nel rubare quotidianamente la merenda al compagno di banco; egli, tapino, mai sospettò di me: arrivò perfino a convincersi di essere affetto da una rarissima forma di autocleptomania, che lo spingeva a rubarsi le cose senza poi restituirsi nemmeno i documenti; un caso pietoso, d'accordo, ma se non si fosse fidato di me, di chi doveva fidarsi allora?
    Infatti in cambio della merenda (per rimettere a posto la mia coscienza) gli copiavo anche i compiti e talvolta affidavo a lui l'intero incarico di redigerli (il professore, gran brava persona, normalmente chiudeva un occhio; l'altro l'aveva perso nella guerra di Abissinia, percui spesso scriveva il suo giudizio sulla cattedra, andando a tentoni alla ricerca dell'elaborato, e una volta addirittura sul water, una preziosa ceramica d'oltremanica, cosa che gli costò una solenne cazziata da parte della moglie, gran brava donna pure lei, ma priva del minimo senso dell'umorismo, e di entrambe le gambe; inutile dire che il professore rimpiangeva molto più la carenza "anatomica" della moglie, forse anche perché la sera andare a letto con due barzellette non deve essere il massimo della libidine).
    Ma in fondo il mio compagno di banco era un ragazzo felice.
    Si suicidò la mattina dell'esame di matematica, ormai in preda a degli autentici raptus ossessivi, credendosi derubato della calcolatrice (saldamente nella tasca destra della mia giacca), e facendo harakiri con un righello, neanche appuntito; fu una morte lentissima e straziante: la dilagante emorragia andò avanti al ritmo di una goccia al minuto, praticamente uno stillicidio.
    Gli fu conferita la maturità alla memoria, da parte del ministro della pubblica istruzione in una cerimonia in cui persero la vita altri due studenti per simpatia; la cosa portò a una reazione a catena che minacciava di decimare l'istituto, fino a quando il ministro decise il sacrificio personale gettandosi dal palco; poiché nessuno provava alcuna simpatia per lui, la strage cessò.     Io non c’ero alla cerimonia: ero infatti una bella giornata d’Agosto (o forse pioveva, chissà) e me ne restavo al mare, rigirandomi i pollici e cercando di indirizzare nella maniera giusta il mio futuro che sembrava irrimediabilmente condotto verso due strade: il furto (che garantiva soddisfazioni, ma anche una certa dose di rischio) o la disoccupazione (che garantiva una certa dose di rischio, senza peraltro alcuna soddisfazione, eccetto forse l'autocompiangersi allo specchio, emaciato ed affamato, cosa che non credo sia il massimo delle aspirazioni umane, anche se è senza dubbio una forma di narcisismo notevole).
    Esaminai le possibilità che mi si aprivano con il fresco diploma liceale; erano due: la fame o l'università; allo stato attuale delle cose, la differenza fra le due è minore di epsilon, ma allora nella mia ingenuità post-liceale credevo che le cose andassero diversamente. Optai dunque per l'università (non essendo portato per natura a patire volontariamente la fame) e mi posi con scrupolo alla ricerca della facoltà nella quale avrei trascorso il successivo quarto della mia vita; i due modus operandi per questa scelta erano:

    Avevo scelto la seconda via, ma mi ritrovai con un Notes pieno di scarabocchi e cancellature, che mi escludeva totalmente da ogni tipo di studi universitari, consegnandomi alla sopracitata fame. Allora ho intrapreso l'altro modo, trovandomi così perso nel più intricato e laocoontico groviglio in cui si sia mai trovato l'uomo dalla scoperta del congiuntivo in poi.
    Mi spiego:

Economia e commercio -> facile -> pochi soldi -> fame
Giurispridenza -> media difficoltà -> sovraffollamento -> fame
Lingue -> incapacità personale di apprendimento ->     fame
Matematica -> troppo astratta ->     fame
Lettere ->   ->     fame

    Stavo per piangere e rassegnarmi ad una grama vita sotto i ponti, quando un barlume di luce riaccese le mie speranze: alla voce Ingegneria, la casella "richieste" era inspiegabilmente riempita con la parola "molte", e le possibilità di guadagno, buone. Vedendo per la prima volta un'alternativa seria alla fame, mi sono fiondato, diploma alla mano, ad iscrivermi a codesto corso di Laurea. In preda ad un indefinibile raptus autolesionistico, scelsi rigorosamente a caso la città nella quale iscrivermi, e naturalmente il fato prescelse la città più lontana, ostica, e inospitale che potesse esistere nel raggio di qualche migliaio di Km (asteroidi esclusi); ma la cosa più divertente (o tragica, a seconda dei punti di vista), fu che non scesi a compromessi con il fato, ma stoicamente obbedendo ad un imprescindibile disegno del destino, accettai la scelta casuale e mi incamminai verso la più terrificante avventura della mia vita.

    Approssimativamente conscio di ciò cui andavo incontro, salutai per sempre la mia famiglia, intimamente certo di non rivederli mai più, e diedi il permesso ai miei genitori di disporre dei miei beni come meglio credessero; essi non capivano al momento, ma, ahimè, io cominciavo ad avere una timida avvisaglia del mio futuro, e la cosa mi preoccupava un po’. Essendo quasi nullatenente (e comunque in ossequio a quell'autolesionismo che diventava sempre più la mia dottrina esistenziale) optai per un sano e patriottico viaggio in treno.

    Fu la fine.

    Dopo una forsennata caccia all'uomo per accaparrarsi i posti più decenti disponibili (che risultarono poi quelli più prossimi alle latrine, o in linguaggio ferroviario "ritirate") conclusa con immenso dolore e stridore di denti (e molto sangue sui marciapiedi della stazione, cosa che suscitò l'indignazione degli addetti che avevano appena lavato per terra, e che per protesta entrarono in sciopero selvaggio, salvo interromperlo dietro minaccia di fucilazione dai sindacati), riuscii alfine a salire sul sospirato convoglio. Fu come ricevere una martellata pneumatica in piena nuca: mi era cascata addosso, appena entrato nel treno, la solita valigiona da 100 Kg, della solita signora da 100 Kg, che non seppe fare di meglio che pestarmi il piede sinistro, riducendolo a una specie di filetto di platessa formato "slim". Dopo aver citato in breve tempo l'elenco dei 365 santi del calendario, parlandone in termini non del tutto lusinghieri, mi accinsi a cercare un posto a sedere. Inutile precisare che passai l'intero oceanico viaggio nella toilette, ricorrendo alle più ignobili scuse quando qualcuno voleva servirsene, arrivando perfino a spacciarmi per un impiegato delle ferrovie, addetto al controllo diretto dei servizi igienici e del loro uso da parte dei signori viaggiatori; ebbi una denuncia per oltraggio alle istituzioni, ma riuscii a restare in loco almeno fino al successivo "bisognoso". Naturalmente pagai 3 - 4 volte il biglietto, dato che le ferrovie lo fanno biodegradabile, nel senso che si autodistrugge fra un controllo e l’altro (o forse sono io, distratto, che lo perdo, ma fa più piacere pensare di essere truffati, che di essere scemi).
    Dopo un viaggio osceno di tre giorni e tre notti, arrivai a destinazione; più che scendere dal treno rotolai giù in preda ad un inarrestabile frenesia, e come me altri compagni di sventura, ad alcuni dei quali toccò ben più grama sorte: uno cercò di stuprare il venditore di "panini, gassose, acqua minerale", che risultò essere un agente delle SS in borghese, e fu condotto senza dubbio alla camera a gas; un altro credeva di essere Madre Teresa di Calcutta e cominciò a flagellarsi sotto gli occhi indifferenti della turba; altri ancora cominciarono a giocare a basket improvvisando i ruoli più spettacolari: cameraman, canestro, pallone; inutile dire che al primo time-out furono condotti al più vicino manicomio (con sommo rammarico di un gruppo di turisti giapponesi che aveva scommesso ingenti somme sul risultato finale dell'incontro.
    Io per mia fortuna avevo conservato quel minimo di lucidità necessaria per affrontare con fermezza la situazione, e infatti svenni sul selciato.
    Mi risvegliai in calzini due ore dopo, derubato di tutto il derubabile, e quel che è peggio, avevo solo una vaga idea di dove si trovasse il mio alloggio; dopo altri due giorni di disperato girovagare, elemosina, e denunce per oltraggio al pudore (ormai in commissariato ero un habitué) trovai il mio ostello. Logicamente l’avevo scelto per corrispondenza; descrizione: appartamento per single, 100 mq, pieno di comodità e comfort, tutto compreso nel modesto prezzo; in realtà: orrida topaia, con un cero rosso modello cimitero, finestra optional previa picconata nel muro, letto di cartone e come tavolo da studio, una cassetta per la frutta.
    Abbandonati per vigliaccheria i propositi di suicidio, cercai di rendere accogliente la topaia, ma non ci dovetti riuscire granché, se è vero che anche i pochi scarafaggi, ex inquilini dell'appartamento, se ne andarono sdegnati; ma tant'è ormai ero in ballo, e dovevo ballare: presi lezioni di charleston per alcune settimane, ma risultai del tutto negato per qualsiasi attività psicomotoria, e alla fine sconsolato abbandonai la danza.
    Ritornai al progetto originale e cioè l'università; mancavano solo due giorni all'inizio dell'anno accademico, e ancora non avevo idea del perché mi trovassi in terra straniera, isolato anche dagli insetti, e condannato ad una vita da topo.
    Cominciai allora discretamente a raccogliere informazioni su questa tanto decantata "Ingegneria" e precipitai in uno stato depressivo avanzato: la descrizione della facoltà era tanto illusoria quanto quella dell'appartamento; in breve mi resi conto di essermi infilato in una delle più rognose trappole che si fossero potute escogitare.
    Mi recai in segreteria per depositare l'iscrizione, e fui protagonista del curioso effetto "risucchio", tipico delle file a quegli sportelli: cioè mi ritrovai nel giro di dieci secondi, dal fondo della fila alla faccia torva dell'impiegato, ma il "desidera?" che mi rivolse, fu recepito da colui che mi seguiva nella fila, visto che ero stato riassorbito e tornato in fondo alla fila; capii che le cose funzionavano come un nastro mobile, e nel giro di una quindicina di colloqui abortiti sul nascere con il segretario, gli feci capire a gesti il motivo della mia venuta.
    Ero entrato alle 9,00 quella mattina; alle 22,00 fui libero, libero di festeggiare il mio ultimo giorno di libertà scolastica, ma con chi?
    Non conoscevo nessuno nell'inospitale landa in cui mi trovavo, ma non mi diedi per vinto; entrai in un bar lì nei pressi e feci al barista con fare simpatico: "Il solito, grazie!" e quello mi sputò negli occhi; mi aveva scambiato per qualcun altro, o forse no, fatto sta che uscii da quella taverna profondamente demoralizzato; all'uscita mi abbordò una donnina locale che propose di farmi passare la serata allegramente; deluso com'era decisi di provare, e mi portò in una utilitaria modello "mignon" nella quale cominciò a parlare del marito che la sfruttava, dei figli tossicomani, e della sua appendicite che la tormentava; decisi di darle una mano, la strangolai e me ne andai felice per la buona azione compiuta.
    Era tardi, e non avevo idea di come passare la serata, che ormai volgeva al termine; e decisi di camminare nella città, per cercare di conoscerla, ma ella non volle neppure presentarsi, adducendo scuse puerili, che erano in realtà un chiaro invito a togliermi dai piedi.
    Depresso andai a letto, e depresso mi alzai l'indomani: primo giorno di scuola; la facoltà si ergeva come una superba costruzione nel bel mezzo di una piazza totalmente brulla e priva di cactus, e nel viale che conduceva ad essa vi erano scritte inquietanti del tipo TORNA INDIETRO FINCHÈ SEI IN TEMPO e così via..."Non mi lascerò impressionare da questi innocenti scherzi goliardici!" pensai, e mi incamminai felice; fui assalito da un commando di anarchici che cercavano di vendermi le loro pubblicazioni, e dopo avergli fatto presente la mia assoluta mancanza di fondi, mi presero a calci e se ne andarono. Un po’ perplesso mi rialzai, per schiantarmi nuovamente a terra dieci metri dopo, sotto la gragnuola di libretti universitari lanciati dal primo piano, da un professore inviperito perché un alunno si era soffiato il naso coi suoi capelli, ed essendo il professore completamente calvo, se ne comprende l’agitazione.
    Fiducioso varcai l'uscio e capii di essere entrato in un vicolo cieco; dietro una promettente scritta WELCOME, si intravedevano disgraziati incatenati ai libri che studiavano per inerzia, altri impiccati, altri ancora ridotti a larve: una scena apocalittica che mi indusse a tornare sui miei passi, ma il portone si richiuse con gran fragore alle mie spalle; in che pasticcio mi ero cacciato!
    Conobbi una ragazza, anch’essa matricola, della quale mi innamorai subito, e anche lei sembrava ricambiare questa simpatia; le cose sembravano andare finalmente per il verso giusto, quando incontrammo un tipo intellettualoide, pieno di occhiali e con le lentiggini, naso, capelli e occhi sembravano gettati alla rinfusa sulla faccia, ma in compenso aveva la forfora, tre denti cariati, ed emanava un intenso odore di cloaca. La mia ragazza se ne innamorò perdutamente, ed io, con molto fair-play, le tirai una revolverata che la mancò di poco, e che tuttavia la convinse a diventare suora di clausura, anche se oggi è una delle spogliarelliste più stimate e pie del Crazy Horse.
    La mia unica speranza era lo studio, ma dopo dieci anni mi ritrovai con due soli esami sostenuti e passati per anzianità il primo e per pietà il secondo; pensai di farla finita, ma il suicidio era troppo pericoloso per poterci pensare: se avessi fallito, mi sarei indebitato fino al collo per la tassa sulla salute e i vari ticket, e non era il caso di rischiare.

    Oggi mi trovo qui, sperduto in una delle tante aule del labirinto ingegneristico; ho affidato questa storia ad una bottiglia e l'ho buttata dalla finestra confidando che qualcuno l'abbia ricevuta (in testa) e me la voglia far pagare.

    Vi aspetto con ansia.


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