Silvia

storia di un quasi amore

 

    La conobbi quasi per caso. Erano circa le undici di sera ed eravamo gli unici passeggeri di un autobus che stava terminando la sua ultima corsa ad una andatura folle, visto che il traffico a quell'ora era praticamente nullo; l'autista ritenne dunque opportuno mostrarci la sua abilità di pilota tagliando curve ad angolo retto a velocità vertiginose, tanto che non potei fare a meno di lanciarle delle occhiate piene di apprensione scoprendo così una sorta di solidarietà reciproca che stava a significare "noi speriamo che ce la caviamo".
    Il destino volle che ce la cavassimo, sebbene l'ardito chauffeur avesse tentato un ultimo colpo di mano facendoci ruzzolare per terra a seguito di una frenata in prossimità della fermata che avevo prenotato con un complesso gioco di equilibrio e di ditate nei finestrini e nei più svariati posti prima di beccare il fatidico pulsante rosso.
    Casualmente anche lei doveva scendere lì e cominciò a camminare nella stessa direzione che mi avrebbe portato a casa; lì per lì non ci feci molto caso e seguitai il cammino ben intabarrato fino alle orecchie, con le mani in tasca e lo sguardo perso in un punto imprecisato davanti a me.
    Il rumore dei nostri passi veniva amplificato nella piazza deserta e produceva un curioso effetto tip-tap che mi stimolò a immaginare un motivetto a cui si potesse accompagnare; ero circa alla seconda strofa, con mia grande soddisfazione, quando sentii che una parte del ritmo era venuta meno; la marcetta ovviamente andò a farsi benedire e con stizza cercai la causa dell'inopinato fallimento.
    Fu facile rendersi conto che lei si era fermata quando andai a sbatterle contro e prima ancora che potessi farfugliare una qualche scusa lei mi squadrò per bene e domandò:
    "Ma mi stai seguendo?"
    Preso com'ero dalle mie fantasie musicali, impiegai qualche secondo prima di poter organizzare una adeguata contromossa e di esclamare un sincero ma evidentemente poco convincente
    "NO!"
    tanto che lei incurante della mia risposta ingiunse:
    "Perché?".
    Rimasi un po’ perplesso dalla logica che quella stravagante ragazza adoperava e nel bailamme completo in cui mi trovavo non seppi far meglio che ribattere con un decisamente idiota
    "In che senso?"
    Mi guardò con un'espressione a metà tra la compassione e l'incredulità, poi con pazienza mi spiegò.
    "Da che parte vai?"
    "In via Baratti Boffa..."
    faccio io, e lei
    "Visto che fai la mia strada perché non mi accompagni? Si fanno tanti brutti incontri..."
    Dedussi che non ero considerato un brutto incontro e la cosa mi lusingò, peraltro sembrava nascondere una fiducia che andava al di là della semplice simpatia ma che affondava le sue radici in una riconosciuta innocuità totale del sottoscritto.
   

    Un po’ soddisfatto, un po’ infastidito mi accinsi ad accompagnarla per un certo tratto durante il quale seppi che si chiamava Silvia, che era iscritta a Lingue e che abitava con due amiche in via Anafesto Cardani, ovviamente all'ultimo piano (si rende necessaria a questo punto una piccola digressione per spiegare l'"ovviamente"; dalla mia esperienza ho dedotto che i primi piani non esistono. Le finestre e le porte che si vedono dall'esterno sono dipinte, così come le persone che sembrano viverci, dato che a tutt'oggi non ho mai conosciuto persona che abiti perlomeno al II piano; il pianterreno è una burla ben riuscita fin quando si vuole, ma crudele verso chi si illude di considerarlo reale).
    Ci scambiammo i numeri di telefono ripromettendoci di sentirci in futuro.
    Sapevo bene come funzionavano certe faccende: ricordo che una volta, in treno, una signorina minuta ma assai graziosa mi fece gli occhioni languidi per tutto il viaggio, e quando ormai ero convinto di aver fatto colpo mi fece a tradimento
    "Io scendo qui, me la dai una mano a portare le valigie?"
    Cominciai a sospettare qualcosa quando all'uscita del sottopassaggio corse, libera da ogni ingombro, verso un aitante giovanotto che dalle sue grida conobbi come Toni, e cominciò a ricoprirlo di formidabili baci mentre io grondante di sudore facevo capolino dalle scale con una ventina di colli; la ragazza mi vide, accennò un "Grazie" e ricominciò a baciare il suo Toni, e io non sapevo se ammazzarli a sangue freddo o involarmi con alcune delle valigie tanto faticosamente trasportate.
    Quindi anche in questo caso ero sicuro che una volta assolto il mio compito di provvisoria guardia del corpo, mai più avrei rivisto questa tale Silvia e continuai per la mia strada tentando inutilmente di riallacciare il filo interrotto della mia marcetta.

    Senonchè qualche giorno dopo, mentre ero intento a fare la doccia, squillò il telefono della mia abitazione; ricopertomi alla meglio andai a rispondere, sollevai la cornetta e intimai:
    " Chi disturba? "
    " Ciao sono Silvia "
    fece eco la parte superiore del ricevitore; ci furono cinque-sei interminabili secondi di panico durante i quali cercai disperatamente di capire di chi diavolo si trattasse visto che l'episodio di qualche sera prima era stato quasi rimosso dalla mia mente, e approssimai un
    " Ah, come va? "
    e lei
    " Bene grazie, dimmi tutto "
    Questo squarcio della sua logica riuscì a farmi ricordare chi fosse e senza alcun sensibile miglioramento rispetto alla mia precedente esibizione ripetei:
    " In che senso? "
    Gli attimi di pausa alla cornetta servirono a farmi capire che ormai aveva deciso che ero un encefalitico, ma non ci badò più di tanto e arrischiò:
    " Domani sera c'è una festa, ci vuoi venire? "
    Scottato dalle mie precedenti esperienze mi assicurai:
    " Devi portare delle valigie? "
    Altra pausa da parte sua, evidentemente la sua diagnosi era diventata: cerebroleso.
    " Ma sei scemo? "
    Non mi sentii sicuro di dirle di no e cosi svicolai:
    " No, facevo per dire... "
    " Allora ci vieni o no? "
    Dopo aver fatto mentalmente due calcoli e aver considerato che il programma per la sera successiva era in bilico tra il bucato e Aldo Biscardi, dissi che... sì, ero contento di venirci, e prendemmo accordi per incontrarci.

    Quella notte non feci che sognare Silvia negli atteggiamenti più vari, da quelli più romantici a quelli più scomposti fino a che questi ultimi prevalsero tanto da farmi svegliare in una maniera cosÏ indecorosamente evidente che dovetti aspettare una decina di minuti nel letto per evitare che i miei coinquilini facessero apprezzamenti sulla mia attività onirica.

    Quando arrivò il momento di prepararsi, mi ricordai che non avevo chiesto niente sull'ambiente in cui doveva tenersi questa festa e nel dubbio optai per un elegante-classico, cioè giacca e cravatta, paletot, guanti di pelle e scarpe strettissime e tirate a lucido.
    Prima di uscire tra gli sfottò dei miei amici mi diedi un'occhiata nello specchio all'ingresso: non ero mai stato così bello; uscii di casa fischiettando e mi presentai sotto casa sua perfettamente in orario, quindi bussai al citofono e chiesi di Silvia;     "Sta scendendo!"
    Mi appoggiai con finta nonchalance al portone, stampai sulla faccia il mio miglior sorriso e cominciai ad attendere fiducioso.

    Un'ora dopo, vuoi per il freddo, vuoi per esigenze di copione, il sorriso si era cristallizzato e quando finalmente Silvia si presentò dabbasso mi trovò con un espressione da ebete che confermò le sue teorie a mio riguardo; dopo aver esaminato il mio vestiario scoppiò in un
    " Wow, sei di un kitsch eccezionale! "
    Mi sembrava che ci fosse qualcosa che non tornasse, e quando l'ebbi vista stentai a credere che ci avesse messo più di un'ora per conciarsi in quella maniera: scarpe da tennis, tuta nera aderente, fascia sui capelli e piumone a coprire il tutto, e io ero kitsch?
    Lo stridente contrasto che facevamo fece girare più di una persona per strada con salaci commenti sul sarto di non so chi dei due, sebbene avessi fondati motivi di ritenere che i più maligni avessero preso di mira il sottoscritto.

    Devo a questo punto precisare che Silvia è un bel pezzo di figliola con tutti gli annessi e i connessi e che dunque essendo stata la sorte cosÏ benigna da avermi concesso un'opportunità del genere non mi azzardai neanche ad obiettare qualcosa; cosÏ, messi da parte i miei propositi di ritornare a casa e indossare la mia tenuta casual formata da jeans laceri, camicia Hawaiiana e timberland stravecchie, feci buon viso a cattiva sorte e accompagnavo gli sfottò dei passanti con delle risatine compiacenti sperando di dare ad intendere che il mio look fosse qualcosa di volutamente provocatorio e che ero contento di notare che il mio "esibizionismo" fosse stato apprezzato.
    Silvia dal canto suo si divertiva un mondo e non faceva che ripetere quanto ero stato originale e che tutti si voltavano per guardarci e che era convinta di aver scelto bene il suo cavaliere per questa festa per la quale, teneva a precisare, si era vestita in maniera ricercata.
    Non volli nemmeno pensare al modo in cui potevano essersi vestiti gli altri invitati alla festa se lei si definiva "ricercata" e sperai ardentemente per tutto il tragitto che le venisse un mal di testa o qualcosa del genere e che confusa si scusasse per avermi incomodato e che mi chiedesse di riaccompagnarla a casa.

    Non feci in tempo a finire questo allettante pensiero che spietatamente Silvia mi avvisò.
    "Eccoci arrivati!"    
    Il maniero che ci si presentava davanti era una specie di villa apparentemente disabitata, quasi completamente avvolta dall'oscurità e spaventosamente silente; mi venne il sospetto che forse la festa era in realtà un sabba e mi rassegnai a subire chissà quale efferata iniziazione.
    Purtroppo la realtà si dimostrò ben più tragica; appena entrati il silenzio si tramutò in un baccano infernale che tragicamente riconobbi come House-Tecno-Pump-Noise e afferrai che si trattava di un party simil-rave: per poco non persi i sensi.

    Riacquistato quel minimo di self control, mi tolsi il cappotto e i guanti e tentai di isolarli da quell'ammasso informe di monclair e chiodi senza però riuscirvi; mi rassegnai così a dare l'addio ai miei amati capi di abbigliamento e presa per mano Silvia entrai nel vivo della festa.
    Vestito com'ero davo l'effetto di un pugno nell'occhio e infatti fummo notati subito da tutti; Silvia conosceva quasi tutti gli altri invitati e mi presentò a loro in varie riprese; un aspetto comune a tutte le cerimonie fu che venni squadrato da capo a piedi da tutti indifferentemente, e poi accettato con sufficienza in silenzio visto che era praticamente impossibile tentare una qualsiasi forma di dialogo a causa dell'insopportabile volume della musica (musica?).
    Soddisfatto per aver superato l'esame mi avvicinai a Silvia che nel frattempo dialogava, per così dire, amabilmente con un gruppo di persone fosforescenti.

    Erano infatti tre ragazzi vestiti con tutine multicolori ben visibili anche al buio che gesticolavano freneticamente mentre con la parte inferiore del corpo mantenevano il ritmo della house. Intimamente li apprezzai e sicuramente sarei rimasto un altro po’ ad ammirarli ma volevo evitare di rimanere da solo come un deficiente in mezzo ad un mare di persone che conoscevo solo di vista da tre minuti, cosÏ abbastanza decisamente pregai Silvia di accompagnarsi a me, cosa che lei fece senza alcuna difficoltà lasciando i tre ebeti a dimenarsi da soli.


    Non avevamo fatto neanche un passo che si avvicinò un tipo con gli occhi sbarrati che in tono amichevole ci chiese:
    "Che c'avete 'n po’ de fumo?"
    Io rimasi meravigliato dalla richiesta di quello strano figuro, domanda alla quale Silvia rispose con un quasi colpevole
    "No, mi dispiace, chiedi a Paolo"
    come se fosse stata la cosa più normale del mondo.
    Dopo svariate richieste da parte di altre persone di coca, estasi, marijuana, hashish, pasticche e varie forme di anfetamine (alla richiesta di una supposta di baralgina rimasi francamente perplesso) ormai mi ero fatto una cultura nel campo degli stupefacenti ed ero in grado di rispondere con sicurezza circa la reperibilità della merce cercata.
    Mezzo allucinato da tutto questo turbinio di droghe, mi accinsi a prelevare con destrezza dal buffet qualcosa da mangiare, ma feci ben presto a capire che avrei dovuto effettuare una manovra ai limiti del rischio.

    Infatti una ressa enorme di persone di ambo i sessi (forse di terno i sessi, considerata la grande libertà di costumi a questo riguardo) si accalcava senza ritegno attorno al tavolaccio su cui erano sistemati alla bellemmeglio dei panini coi più svariati salumi, dei rustici dall'aspetto maledettamente appetitoso, salatini e patatine e coca (cola stavolta...) in quantità industriali.
    Io ero circa in tredicesima fila e vedevo spuntare ogni tanto da quella laocoontica massa umana dei fortunati che quasi increduli a forza di spintoni e gomitate erano riusciti ad acchiappare una fetta di mortadella o una patatina e la masticavano trionfanti.
    Non è neppure il caso di dire che quando finalmente riuscii ad arrivare ai bordi del tavolo erano rimasti: due panini due, ed entrambi vuoti (vecchia abitudine questa del Finamore che nelle feste di tal guisa effettua vere e proprie razzie del companatico lasciando sul tavolo illusioni di spuntini che si rivelano essere farinacei allo stato brado privi di qualsiasi tipo di sapore), mezza patatina rosicchiata, un bicchiere di carta con un intruglio che di potabile sembrava aver ben poco e diversi tovagliolini di carta che però non potevano certo contribuire ad attenuare il senso crescente di vuoto che si sviluppava nel mio stomaco e che partendo da languore era diventato appetito per poi trasformarsi in vera e propria fame.
    Mancò poco che assaporassi una di quelle pasticche famose di cui sopra giusto per il gusto di far mettere all'opera i miei succhi gastrici, e d'altra parte non me la sentii di emulare Totò e tentare un'improbabile sandwich di spugna condito con dentifricio, borotalco e sapone a fettine, le uniche cose che avrei trovato nel raggio di un miglio; nel frattempo cercai di ritrovare Silvia che ovviamente avevo perso nel tourbillon del rinfresco.

    La trovai seduta da sola su un divanetto, con lo sguardo assente e abbastanza abbacchiata, mi accomodai vicino a lei tentando di capire cosa le fosse successo con alcune domande che delicatamente cercavano di scandagliare il suo umore; dopo alcuni monosillabi incerti finalmente partÏ con quello che ormai sono solito definire come "il discorso che si fa all'amico che resterà per sempre tale senza che costui possa sperare alcunchè in prospettiva futura visto che poi la danno sempre agli altri" e benchè avessi temuto questo momento mi accinsi ad ascoltarla pronto a fornire la mia consueta opera di assistenza morale, la quale avrebbe dovuto portarmi dallo stadio del "sei un ragazzo simpatico" allo stadio del "sei un bravo ragazzo" che già taglia un buon 80% di possibilità di rimorchio.
    Dopodichè sarebbe intervenuta la fase del "sei il mio migliore amico" con la quale cominciano mille problemi visto che, persa ogni speranza di rimediare qualcosa, si è costretti a ricoprire il ruolo del consolatore (se ti va bene) o dell'agente matrimoniale (se ti va male), e per finire si entra nello stadio "ti voglio bene come a un fratello" davanti al quale ci si dichiara completamente sconfitti.

    Credo di avere almeno dodici sorelle acquisite.

    Io sono del parere che se una ragazza ti interessa davvero per evitare guai di questo tipo bisogna ignorare i suoi problemi perché per qualche strana alchimia le ragazze diventano amiche di chi glieli risolve e amanti di chi glieli crea.

    Però quella volta, forse per l'alcool, forse per altre ragioni che sfuggono ad ogni logica (e che però, considerata quella di Silvia, in qualche modo mi sarei dovuto aspettare) ella fermò il suo discorso e cominciò ad avvicinare pericolosamente la sua persona alla mia, e quando fu a portata di labbra vidi come una nebbiolina, poi tante piccole stelline e quindi decisi di chiudere gli occhi dato che la mia vista in quel momento non mi sembrava granchè affidabile.
    Quel primo bacio a Silvia io non lo scorderò mai; sembrava eterno e, accidenti, avrei voluto che lo fosse, ma ad un certo punto riaprii gli occhi e la nebbiolina sembrava essersi fatta più fitta, poi prese l'aspetto di un polverone, quindi fumo sempre più fitto.

    Stavamo andando a fuoco.

    Qualche patito della "canna" nel turbinio dei suoi sensi distorti aveva ritenuto doveroso spegnere il suo spinello sul divano dove io e Silvia eravamo dediti alle suddette pratiche, e pentitosi del suo malsano gesto aveva tentato di riaccenderlo in loco dando fuoco a tutta la baracca.
    Con sprezzo del pericolo e coraggio alquanto, tentai di recuperare il mio prezioso pastrano ma dovetti rinunciare quando mi accorsi che la faccenda stava per diventare effettivamente drammatica; d'altronde gli strilli di Silvia penetravano cosÏ acutamente i miei timpani che non potei esimermi dall'intraprendere un'indecorosa fuga all'aperto.

    All'esterno eravamo radunati tutti i "sopravvissuti" (e fortunatamente non mancava nessuno) e aspettavamo l'arrivo dei vigili del fuoco che come al solito sarebbero arrivati in tempo per spazzolare la cenere, e tra me e me feci alcune considerazioni che però non ritenni opportuno esporre ad alta voce per evitare che mi ricacciassero a viva forza nell' "inferno di cristallo" (per dirne una, non è che mi dispiacesse poi molto che tutto quel vinile sprecato con quell'assurdo frastuono andasse perduto per sempre e mi sembrò anzi un contrappasso ragionevole per quello che il mio apparato uditivo aveva subito nelle ultime tre ore).
    Nel frattempo potevo esercitare su Silvia il fascino imperscrutabile dell'uomo sicuro di sè e la stringevo tra le mie braccia mentre lei impaurita singhiozzava aggrappandosi alle mie spalle.
    La tapina non sapeva che io ero sul punto di un collasso e che unicamente per vergogna non scoppiavo a piangere frignando come un bambino (d'altronde scontai questa repressione delle mie emozioni per lunghi mesi in cui la vista di un fiammifero bastava a scatenare una serie di tic nervosi).
    Dopo averla riaccompagnata a casa ed esserci scambiata la promessa di risentirci il giorno successivo, corsi giulivo verso la mia abitazione; una volta nel letto ponderai i pro e i contro di questa per troppi versi indimenticabile serata:

    "Ce la siamo scampata bella, eh?"
    "Eh già; però...finalmente ci sei riuscito!"
    "Sì, però siamo stati interrotti sul meglio"
    "Importa poco; ormai la breccia è stata fatta!"
    "E chi te lo dice?"
    "Beh, l'hai visto anche tu che ci stava, no?"
    "Sì, ma devi riconoscere che non è che fosse particolarmente in sè"
    "In che senso, scusa?"
    "Non ti sei accorta che era mezza ciucca?"
    "Sì, ma...in vino veritas!"
    "Non ti nascondere dietro un dito, forse non si è neanche accorta che eri tu"
    "Ma come, mi ha chiamato almeno tre volte..."
    "Credi forse di essere l'unico Marcello che conosce?"
    "No, ma la coincidenza mi sembrerebbe quantomeno improbabile"
    "Te la dò per buona. Ma chi ti dice che domani non la assalgano i sensi di colpa per quello che stavate facendo o stavate  per fare e che, presa da rimorsi, non ti voglia più vedere per il resto della sua vita e che forse in un impeto di      autoflagellazione non decida di farsi suora e di rinchiudersi in clausura costringendoti a pensare che è tutta colpa tua?"
    "E che d'è...non ti sembra di esagerare?"
    "Sì, forse mi sono lasciato prendere un po’ la mano, ma in ogni modo era meglio arrivare in fondo finchè le circostanze erano propizie"
    "Ma no...sono convinto che domani mi telefonerà e chiederà di vederci per riprendere il discorso da dove lo avevamo interrotto!"
    "Sì, sì, aspetta e spera...cretino"
    "Cretino a chi?"
    "A te, imbecille. Quante persone credi ci siano in questa stanza?"
    "Lo sai che quando fai cosÏ mi fai incazzare..."

    Per evitare che cominciassi a prendermi a pugni da solo decisi di chiudere la controversia aspettando l'indomani per trarre le conseguenze.

    Il solito odioso suono della sveglia con il suo BIP BIP ininterrotto per due minuti mi strappo’ ad uno strano sogno nel quale io ero intento a inchiodare un quadro alla parete, però senza martello.
    Davo infatti dei colpettini con le nocche della mano destra sulla testa del chiodo che, non ancora soddisfatto del trattamento di favore che gli riservavo, strillava che gli stavo facendo male; allora chiedevo man forte al quadro il quale del suo faceva presente, in tutta la sua solennità, al chiodo che aveva bisogno di lui per poter aggiungere lustro e decoro alla casa.
    Il chiodo replicò dicendo che in quanto al decoro della casa aveva dei forti dubbi e ciÒ mi infastidÏ non poco, tanto che decisi di dargli la punizione che meritava; presi il martello, poi presi la mira, e poi presi il mio medio sinistro, visto che nel frattempo il chiodo, preoccupato, se l'era svignata alla chetichella.
    A quel punto, dop aver riempito l'aere di epiteti irriferibili ai minori di anni 18, proposi al quadro di attaccarlo con lo scotch, ma esso non lo riteneva confacente alla sua reputazione; decisi allora di dare fuoco al quadro e ci stavo quasi riuscendo, quando scattò il cicalino dell'allarme antincendio: BIP BIP... ah, ecco: la sveglia.

    Dopo aver espletato le formalità del lavarsivestirsifarelacolazione cominciai ad inventarmi una maniera di passare il tempo nell'attesa della telefonata di Silvia (oh sì, sarebbe arrivata!).
    Alle 19,30 cominciavo a guardare nervosamente il telefono, visto che nel corso della giornata, rispondendo alle varie chiamate, avevo imposto il nome di Silvia rispettivamente: a mia madre, a due miei amici, al sondaggio di opinione Smith & Wesson, alle lezioni di danza Capece e figli e al mio padrone di casa.
    Alle 23,30 ero immerso nel Maurizio Costanzo Show che per l'occasione aveva ospiti cosÏ interessanti da farmi sonnecchiare vistosamente fino a quandi il trillo del telefono mi fece sobbalzare:
    "Sondaggio Smith & Wesson?"
    Faccio io, disilluso.
    "Allora sei scemo di mestiere..."
    Fa eco una voce femminile al telefono.
    "Ah, ciao mamma..."
    Sbadigliando e mezzo assonnato.
    "Ma dai, sono Silvia!"
    "In che senso?"
    Ero ricaduto per la terza volta nella solita figura da fesso.

    In ogni caso tutto sembrò andare per il meglio visto che nonostante tutto Silvia non solo ricordava quello che era successo, ma ne sembrava contenta anzi addirittura entusiasta! Decidemmo di vederci l'indomani sera a cena e, ragazzi!, sarebbe stata la nostra prima serata da "coppia".
    Ma a questo punto si rendeva necessaria una scelta che avrebbe potuto condizionare tutto l'andamento della serata e forse del nostro rapporto: dove avrei dovuto invitarla? Una scelta classica? Beh, c'erano i pro e i contro; non nascondo che l'esborso per una cena di lusso avrebbe superato di gran lungo il mio budget settimanale di studente universitario, e dunque mi si sarebbe prospettata una settimana di digiuno; al solo pensiero di questa lenta inedia il mio stomaco cominciò a gorgogliare con un fragore inconsueto e decisi di lasciar perdere; d'altro canto la scelta "classica" avrebbe fatto nascere il sospetto che le mie precedenti scelte nell'ambito del vestiario non fossero state dettate da quell'eccentricità che lei tanto aveva ammirato ma da un'imperdonabile "obsolescenza" che avrebbe potuto guastare un'immagine già di per sè precaria.
    Fast food? Oddio, economicamente sarebbe stata la scelta migliore, ma come si fa a dirsi "ti amo" davanti a un hamburger scotto? Forse un picnic... ma di sera fa freddino, e poi lo sapevo come sarebbe andata a finire: influenza e dieci giorni di letto... da solo! Accidenti... pizzeria? Spaghetteria?
    Poi l'illuminazione: invito a casa!

    Telefonai a Silvia e le prospettai questa eventualità; non feci neanche in tempo a finire di dirlo che lei già aveva accettato; così avrebbe anche visto la mia casa e dove abitavo e con chi, etc. etc.
    Me tapino! Non mi ero reso conto di che cosa avrebbe comportato quest'iniziativa, e per meglio organizzarmi decisi di stendere una lista di quello che avrei dovuto fare per preparare qualcosa di decente.
    Primo passo: la spesa.
    Andai al supermercato e cominciai a scorazzare col carrello fra gli scaffali; mentalmente decisi il menù e optai per delle tagliatelle panna e salmone, gamberi al guazzetto, insalatina mista, formaggio fresco e una viennetta per dolce. Purtroppo fatalità volle che fosse rimasta nel frigorifero del supermercato una sola viennetta, e che una mite signora dall'aria serafica me la contendesse con quella che potrei definire un'amabile insistenza...
    Dopo circa tre minuti rischiavamo il corpo a corpo e quando lei minacciò di chianare i gendarmi decisi che il gioco non valeva la candela e mi orientai su un gelato analogo ma meno gettonato, dunque meno rischioso.

    Tornai a casa e misi la roba sul tavolo, dopodichè pieno di entusiasmo aprii il mio libro di cucina e lessi le modalità di preparazione dei vari piatti; premesso che non ero mai andato aldilà di una semplice pasta al pomodoro e che mi ero sbilanciato una volta, ricordo, nella frittura di alcuni sofficini, la lettura del modus operandi per la realizzazione delle pietanze mi innervosì alquanto; eppure ero sicuro che seguendo alla lettera le istruzioni sulle ricette avrei fatto centro... non c'era possibilità d'errore.

    Mancavano circa due ore però, e avrei dovuto fare tutto contemporaneamente.

    Mi vennero fuori delle tagliatelle con formaggio e radicchio, insalatina in umido, gamberetti alla vaniglia e mi avanzò del cacao col quale meditai di suicidarmi iniettandomene una dose: fra dieci minuti sarebbe arrivata Silvia e l'unica cosa commestibile a mia disposizione era un mezzo chilo di pane semi raffermo!
    Poi, proprio mentre il campanello squillava ebbi l'ispirazione: pizza!
    Questo mai tanto apprezzato piatto mediterraneo avrebbe salvato la mia cena, me e probabilmente alcuni bambini che avevo già in mente di mettere al mondo con la collaborazione della mia girlfriend.

    Silvia entrò in tutta la sua magnificenza del monclair sgargiante e dei pantacollant zebrati e la accolsi con un bacio d' "assaggio" che mi lasciò intravedere gustose possibilità per il prosieguo della serata; dopo alcuni convenevoli culminati con la visita alla casa (deserta ovviamente visto che avevo pagato il cinema ai miei coinquilini con l'obbligo però di vedere almeno due spettacoli) e alla mia stanza, che miracolosamente era in ordine (se avesse visto il contenuto del mio armadio...), arrivò il momento della cena.
    A quel punto, tenendo incrociate le dita dietro la schiena, avanzai timidamente la proposta pizza che fu accolta con un "Io ADORO la pizza!"; mentalmente presi nota di accendere due ceri nella parrochia sotto casa e le chiesi come la preferiva così da poterla ordinare per telefono.
    Ma lo spiritello maligno che aleggiava quella sera decise di intrufolarsi nelle deliziose narici della mia compagna la quale chiese cosa fosse quell'odorino che proveniva dalla cucina, domanda pertinente alla quale non potei dare una risposta perché prima ancora che potessi architettare una qualsiasi panzana, lei era già penetrata in cucina e frugava nel forno e in frigo.
    "È finita."
    pensai tra me e me e mi preparavo già al disastro che puntualmente avvenne.
    "Che tesoro! Avevi preparato tutta questa roba e volevi farmi una sorpresa!"
    E mi abbracciò entusiasta mentre io inebetito farfugliavo:
    "Eh già... sorpresa…!".
    Dopo aver imbandito con diligenza la tavola, feci accomodare Silvia da perfetto cavaliere e recitai tre Pater Ave e Gloria; prima portata "Tagliatelle charmant", che Silvia mostrò di gradire per la delicatezza e di cui io stentai a deglutire alcune forchettate; secondo: "Gamberetti alla Eisenhower" che io tentai di spacciare come la pietanza favorita del generale statunitense che sicuramente in quel momento stava rivoltandosi nella tomba; anche questi furono ingeriti con apprezzamenti per l'ardito accostamento tra il pesce e il dolce.
    Francamente cominciavo a non capire più niente, complice anche una buona bottiglia di Pinot Grigio che accompagnava i nostri immondi bocconi, e notavo che anche Silvia cominciava ad avere caldo... tentai disperatamente di ricordare i primi passi del "Manuale del seduttore" ma purtroppo di tutto quello che seguiva le parole "Capitolo primo" non rimaneva traccia nelle mie cellule grigie; riazzardai allora un timido bacio e non notai alcuna resistenza... passai allora a... beh, insomma, sono un gentiluomo e certe cose potreste pure immaginarle, no?

    Ma sul più bello, non ti arrivano i tre deficientoni di ritorno dal cinema?

    Cominciarono a citofonare in base ad un preciso codice che avevamo stabilito: se avessi aperto il portone voleva dire "via libera", se avessi aperto per due volte "toglietevi dalle palle"; ovvia la doppia pressione sul pulsante che però probabilmente fu equivocata visto che non feci in tempo a ritornare dentro che sentii il campanello della porta.
    Incazzatissimo aprii e lanciai un vaffanculo che però prese in pieno un ometto che intimorito mi disse:
    "Mi scusi, sono del sondaggio Smith & Wesson, volevo lasciarle questo questionario..."
    ma le altre parole dell'ometto furono raccolte senz'altro dalla mia porta che gli si chiuse fragorosamente in faccia.
    Tornai dentro e cercai faticosamente di ricucire il filo che un citofono inopportuno aveva spezzato e questa volta tutto filò liscio...

    Quella notte stentai ad addormentarmi dopo che Silvia se ne fu andata; in principio pensai per la felicità, poi però mi sembrò strano che la gioia mi attanagliasse lo stomaco così insistentemente da farmi rivoltare più volte nel letto che prima era stato complice di ben altre evoluzioni.

    Quando decisi di essere prossimo alla dipartita mi risolsi a chiedere aiuto al mio vicino di stanza, che accortosi delle mie condizioni niente affatto promettenti chiamò la guardia medica locale; purtroppo per me la sanità italiana quella sera si mostrò in tutto il suo splendore: la guardia medica aveva ambulanze ma non autisti, mentre la croce rossa aveva interi stuoli di automedonti che non chiedevano altro che un ambulanza per dimostrare la propria solerzia, e infine il pronto soccorso disponeva di un unico motorino che però era già fuori per un'altra emergenza.
    Mentre meditavo sull'opportunità di dettare il mio testamento, il mio amico si ricordò che un paio di piani più sotto abitava un medico che forse avrebbe potuto essermi d'aiuto; il dottore venne e dopo una visita sommaria mi trasportò di persona all'ospedale dove ordinò una lavanda gastrica.
    Al termine della mia penosa esibizione l'infermiere mi si appressò e con fare candido mi chiese
    "Ma che cazzo hai mangiato?"
    Non potevo dargli torto visto che dal mio stomaco non era sortito niente di approssimativamente commestibile.
    Fu a quel punto che mi ricordai di Silvia; accidenti anche lei avrebbe potuto avere gli stessi problemi e chiesi all'infermiere se avrebbe potuto usarmi la cortesia di telefonarle per sapere se avesse avuto bisogno di aiuto, sperando che non fosse già in preda agli spasmi.

    L'infermiere fu di ritorno dopo neanche cinque minuti e mi riferì che non solo la signorina stava riposando saporitamente, ma che si era preoccupata per me e aveva voluto sapere se poteva venirmi a trovare in ospedale, cosa che l'infermiere opportunamente le aveva vietato.

    Sempre più perplesso sulla natura di quella strana creatura fui riaccompagnato a casa mentre intorno albeggiava.

    Dopo due settimane di sogno ricevetti una telefonata da parte di Silvia che mi diceva che sarebbe stato meglio non vederci più perché non era sicura dei suoi sentimenti: il mondo mi crollò addosso.
    Visto come le sue argomentazioni sfuggivano a ogni logica, non fu facile capire cosa fosse successo in realtà, e passavo il mio tempo tra i ricordi degli attimi felici passati insieme e i mille dubbi sui miei possibili errori, su qualche passo falso che avevo potuto commettere, tormentandomi senza alcun ritegno per la mia dignità.

    Sono passati circa tre mesi, e la vita va avanti; proseguo nel mio hobby dello studio, ho incontrato qualche altra ragazza ma senza particolari entusiasmi, ho rotto il naso all'inviato del sondaggio Smith & Wesson che insisteva a chiedermi quante lavatrici avessi in casa, e ogni tanto guardo il telefono sforzandomi di non alzare la cornetta, comporre un numero familiare e chiedere di una certa persona.
    Eppure oggi il telefono ha un aspetto strano, allegro, rubicondo direi...

    E mentre rifletto su come l'immaginazione permei di emozioni umane anche gli oggetti sobbalzo perché mi risuona nelle orecchie una serie di squilli.
    Mezzo rincoglionito vado a rispondere e una voce mi fa:
    "Ciao, come va?"
    Beh, friggetemi nella pastella se non ho risposto "In che senso?"

    Nota dell'autore:
    tutta la vicenda è assolutamente frutto di fantasia, percui ogni riferimento a fatti o persone realmente esistiti o esistenti (eccezion fatta per il Finamore) è da ritenersi del tutto casuale. Quello che di autobiografico c'è, va ricercato solo in alcuni piccoli dettagli.

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