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IL TERRORE, LA GUERRA E IL BURQA

La guerra angloamericana in Afganistan è sempre pių grave; sull'orlo di estendersi ad altre nazioni senza risolvere la questione del terrorismo e debellare il retroterra economico e culturale del terrorismo stesso. Solo la rimozione degli ingenti interessi criminali e una profonda svolta culturale potrebbero garantire la sconfitta dei terroristi.

I tragici attentati dello scorso 11 settembre non sono la folla azione di un movimento di fanatici estremisti. La rete organizzata di Bin Laden è l'espressione di interessi economici e politici pienamente integrati nell'economia capitalistica occidentale. Del resto le milizie dei talebani come è ormai a tutti noto sono state create e sostenute dagli USA e dai regimi più strettamente alleati a loro per prendere il pieno controllo dell'Afganistan dopo la sconfitta, anch'essa realizzata con il contributo fondamentale degli Stati Uniti, dell'esercito sovietico. L'ideologia religiosa, politica ed economica di Bin Laden trova il suo fondamento nella cultura wahhabita, cultura che esprime una parte consistente delle élite dirigenti dei Paesi arabi, definiti moderati, che sono alleati degli Stati Uniti d'America. L'alleanza trae origine dai possedimenti e dalla politica dell'Impero britannico che gli Stati Uniti hanno in parte raccolto e continuato a partire dalla seconda guerra mondiale grazie al loro intervento a fianco dell'URSS e, appunto, del Regno Unito contro la Germania nazista e l'Italia fascista. Questa alleanza è lo strumento attraverso cui gli Stati Uniti controllano la quasi totalità delle risorse petrolifere mondiali ed è risultato uno degli strumenti economici determinanti nella vittoria della guerra fredda contro l'URSS e le altre nazioni comuniste. Il controllo delle risorse petrolifere corrisponde di fatto al controllo delle fonti di energia e quindi condiziona pesantemente le economie di molte nazioni. Questa vantaggiosa condizione di dominio e di controllo nell'economia mondiale è associata a gravi condizioni di instabilità o alla totale assenza di democrazia in gran parte delle nazioni interessate. La maggior parte delle guerre e degli interventi militari statunitensi degli ultimi anni sono proprio associate alla pratica di questa politica: Libia, Iraq, Somalia, Bosnia, Kossovo e Afganistan. A questi Paesi debbono essere aggiunti anche Sudan, Algeria, Pakistan, Siria, Iran, Yemen, Kuwait, Cecenia, Georgia e la stessa Arabia Saudita. Un elemento strutturale di questa politica è l'assenza di democrazia in gran parte dei Paesi Arabi e l'irrompere del fondamentalismo religioso islamico. L'origine di quei tragici attentati è, così, più vicina alle società occidentali di quanto un primo esame possa far pensare.

Leggere il fondamentalismo islamico come la reazione delle masse arabe diseredate contro la società occidentale e i loro Governi antidemocratici corrotti dall'occidente stesso è oltremodo riduttivo. Del resto lo stesso fascismo in Italia e lo stesso nazismo in Germania volevano connotarsi proprio con un forte elemento culturale di avversione popolare contro l'organizzazione capitalistica del mondo: entrambi però favorirono l'arricchimento delle grandi imprese private orfane dei profitti della Prima Guerra Mondiale. L'élite dominanti del fondamentalismo sono infatti pienamente integrate nell'economia occidentale e non propongono un progetto di conquista del potere da parte dei popoli arabi. Anzi propongono sempre più frequentemente l'obbligo di seguire una guida spirituale che trae forza dal proprio potere militare e dai riferimenti religiosi.

La scelta quindi di bombardare l'Afganistan e continuare le operazioni militari ben oltre la cacciata dei talebani se può esser compresa come reazione di vendetta e, in parte, di legittima difesa non risolve la questione di fondo della contiguità dell'economia ufficiale con quella criminale e sommersa. La politica bellica statunitense non risolvere le cause reali del terrorismo né sminuirà l'esercito dei disperati da cui arruolare attentatori suicidi. L'obiettivo di questa guerra è il ripristino del controllo statunitense della regione al fine, legittimo ed utile, di ripristinare condizioni di sicurezza accettabili, ed al fine, in opposizione a quello precedente, di mantenere il dominio del sistema economico americano sull'economia mondiale.

La propaganda bellica, quella che voleva terrorizzare con l'antrace, quella che vuol far credere alla fuga di Bin Laden e di Omar quando in mountan-bike quando in motocicletta, ha puntato molto l'attenzione sulla grave condizione di oppressione delle donne afgane, oppressione che ha l'immagine del burqa. La liberazione delle donne afgane può certamente giustificare molte azioni militari, ma, per quanto ufficialmente presenti nel Governo di Kabul, immagini di donne non appaiono in TV e la barba dei giornalisti inviati dall'Italia pare crescere. Piuttosto pare che la democrazia bellica statunitense consista nella convocazione di una assemblea dei capi tribù e nella diffusione di una immagine dell'Afganistan come di un Paese preistorico le cui strutture sociali sono delle tribù suddivise per etnie o, per chi almeno non ha peli sulla lingua, per razze: pasthun, tagiki e così via. Forse alla democrazia bellica sfugge che le razze non esistono, che le tribù dalle nostre parti sono dette comunità locali e, soprattutto, che il suffragio universale, il lavoro, lo stipendio sono i migliori strumenti per dismettere il burqa.

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