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II - I COMPITI DEL
DOPO GUERRA - L'UNITA' EUROPEA
La sconfitta della Germania
non porterebbe automaticamente al riordinamento dell'Europa secondo il
nostro ideale di civiltà.
Nel breve intenso periodo
di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al
suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e
saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove,
capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i
ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno
subdolamente o con la violenza di smorzare l'ondata dei sentimenti e delle
passioni internazionalistiche, e si daranno ostinatamente a ricostruire
i vecchi organismi statali. Ed è probabile che i dirigenti inglesi,
magari d'accordo con quelli americani, tentino di spingere le cose in questo
senso, per riprendere la politica dell'equilibrio delle potenze nell'apparente
immediato interesse del loro impero.
Le forze conservatrici,
cioè i dirigenti delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali:
i quadri superiori delle forze armate, culminanti là, dove ancora
esistono, nelle monarchie; quei gruppi del capitalismo monopolista che
hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati; i grandi
proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche, che solo da una
stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro
entrate parassitarie; ed al loro seguito tutto l'innumerevole stuolo di
coloro che da essi dipendono o che son anche solo abbagliati dalla loro
tradizionale potenza; tutte queste forze reazionarie, già fin da
oggi, sentono che l'edificio scricchiola e cercano di salvarsi. Il crollo
le priverebbe di colpo di tutte le garanzie che hanno avuto fin'ora e le
esporrebbe all'assalto delle forze progressiste.
Ma essi hanno uomini
e quadri abili ed adusati al comando, che si batteranno accanitamente per
conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben
camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del
benessere generale delle classi più povere. Già nel passato
abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari, e li
abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio
saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti.
Il punto sul quale essi
cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale.
Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso,
più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile
a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono anche
sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari, dato
che per le masse popolari l'unica esperienza politica finora acquisita
è quella svolgentesi entro l'ambito nazionale, ed è perciò
abbastanza facile convogliare, sia esse che i loro capi più miopi,
sul terreno della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera.
Se raggiungessero questo
scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente
democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari
sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e
ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze
solo nella forza delle armi. Loro compito precipuo tornerebbe ad essere,
a più o meno breve scadenza, quello di convertire i loro popoli
in eserciti. I generali tornerebbero a comandare, i monopolisti ad approfittare
delle autarchie, i corpi burocratici a gonfiarsi, i preti a tener docili
le masse. Tutte le conquiste del primo momento si raggrinzerebbero in un
nulla di fronte alla necessità di prepararsi nuovamente alla guerra.
Il problema che in primo
luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è
che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa
in stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del
continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato
la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme soggiaceranno al dominio
hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo in una
crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in
solide strutture statali.
Gli spiriti sono giù
ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federale
dell'Europa. La dura esperienza ha aperto gli occhi anche a chi non voleva
vedere ed ha fatto maturare molte circostanze favorevoli al nostro ideale.
Tutti gli uomini ragionevoli
riconoscono ormai che non si può mantenere un equilibrio di stati
europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità
di condizioni con gli altri paesi, né si può spezzettare
la Germania e tenerle il piede sul collo una volta che sia vinta. Alla
prova, è apparso evidente che nessun paese d'Europa può restarsene
da parte mentre gli altri si battono, a nulla valendo le dichiarazioni
di neutralità e di patti di non aggressione. E' ormai dimostrata
la inutilità, anzi la dannosità di organismi, tipo della
Società delle Nazioni, che pretendano di garantire un diritto internazionale
senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando
la sovranità assoluta degli stati partecipanti. Assurdo è
risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo
dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio
crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse
un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei.
Insolubili sono diventati
i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente:
tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene,
sbocco al mare dei paesi situati nell'interno, questione balcanica, questione
irlandese, ecc., che troverebbero nella Federazione Europea la più
semplice soluzione, come l'hanno trovata in passato i corrispondenti problemi
degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità
nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi
di rapporti fra le diverse provincie.
D'altra parte la fine
del senso di sicurezza nella inattaccabilità della Gran Bretagna,
che consigliava agli inglesi la "splendid isolation", la dissoluzione dell'esercito
e della stessa repubblica francese, al primo serio urto delle forze tedesche
- risultato che è da sperare abbia di molto smorzata la presunzione
sciovinista della superiorità gallica - e specialmente la coscienza
della gravità del pericolo corso di generale asservimento, sono
tutte circostanze che favoriranno la costituzione di un regime federale
che ponga fine all'attuale anarchia. Ed il fatto che l'Inghilterra abbia
accettato il principio dell'indipendenza indiana, e la Francia abbia potenzialmente
perduto col riconoscimento della sconfitta, tutto il suo impero, rendono
più agevole trovare anche una base di accordo per una sistemazione
europea dei problemi coloniali.
A tutto ciò va
infine aggiunta la scomparsa di alcune delle principali dinastie e la fragilità
delle basi di quelle che sostengono le dinastie superstiti. Va tenuto conto,
infatti, che le dinastie, considerando i diversi paesi come tradizionale
appannaggio proprio, rappresentavano, con i poderosi interessi di cui erano
l'appoggio, un serio ostacolo alla organizzazione razionale degli Stati
Uniti d'Europa, il quale non possono poggiare che sulla costituzioni repubblicane
di tutti i paesi federati.
E quando, superando
l'orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme
tutti i popoli che costituiscono l'umanità, bisogna pur riconoscere
che la federazione europea è l'unica garanzia concepibile che i
rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base
di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire,
in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo.
La linea di divisione
fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai,
non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore
o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea
che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello
antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale,
e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie,
lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi
nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli
che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale,
che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato
il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento
per realizzare l'unità internazionale.
Con la propaganda e
con l'azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami tra
i movimenti simili che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre
fin d'ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte
le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione
più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa;
per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza
armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le
autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi
e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue
deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli
Stati stessi l'autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo
della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.Se
ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini
che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro
mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro
opera e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati
dalla disastrosa esperienza dell'ultimo ventennio. Poiché sarà
l'ora di opere nuove, sarà anche l'ora di uomini nuovi, del movimento
per l'Europa libera e unita!
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