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IV
- LA SITUAZIONE RIVOLUZIONARIA:
VECCHIE E NUOVE CORRENTI
La caduta dei regimi
totalitari significherà per interi popoli l'avvento della "libertà"
sarà scomparso ogni freno ed automaticamente regneranno amplissime
libertà di parola e di associazione.
Sarà il trionfo
delle tendenze democratiche. Esse hanno innumerevoli sfumature che vanno
da un liberalismo molto conservatore, fino al socialismo e all'anarchia.
Credono nella "generazione spontanea" degli avvenimenti e delle istituzioni,
nella bontà assoluta degli impulsi che vengono dal basso. Non vogliono
forzare la mano alla "storia" al "popolo" al "proletariato" o come altro
chiamano il loro dio. Auspicano la fine delle dittature immaginandola come
la restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di autodeterminazione.
Il coronamento dei loro sogni è un'assemblea costituente eletta
col più esteso suffragio e col più scrupoloso rispetto degli
elettori, la quale decida che costituzione il popolo debba darsi. Se il
popolo è immaturo se ne darà una cattiva, ma correggerla
si potrà solo mediante una costante opera di convinzione.
I democratici non rifuggono
per principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza
sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente
quando non è più altro che un pressoché superfluo
puntino da mettere sulla i. Sono perciò dirigenti adatti solo nelle
epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo
complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che
debbono essere ritoccate solo in aspetti relativamente secondari. Nelle
epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere
amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente.
La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca,
spagnola, sono tre dei più recenti esempi.
In tali situazioni,
caduto il vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione,
pullulano immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola,
una quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono
e si agitano tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì
alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa
volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi
milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità
di tendenze in lotta tra loro.
Nel momento in cui occorre
la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarrirti non
avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare
di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si
presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino
sapendo dove arrivare; perdono le occasioni favorevoli al consolidamento
del nuovo regime, cercando di far funzionare subito organi che presuppongono
una lunga preparazione e sono adatti ai periodi di relativa tranquillità;
danno ai loro avversari armi di cui quelli poi si valgono per rovesciarli;
rappresentano insomma, nelle loro mille tendenze, non già la volontà
di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti in tutte le menti,
che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno propizio allo sviluppo
della reazione. La metodologia politica democratica sarà un peso
morto nella crisi rivoluzionaria.
Man mano che i democratici
logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori
della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale,
si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie,
e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione
delle classi.
Il principio secondo
il quale la lotta di classe è il termine cui van ridotti tutti i
problemi politici, ha costituito la direttiva fondamentale, specialmente
degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro
politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali
della società. Ma si converte in uno strumento di isolamento del
proletariato, quando si imponga la necessità di trasformare l'intera
organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente
non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe,
o di categoria, senza curarsi di come connetterle con gli interessi degli
altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura delle loro classe,
per realizzare l'utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali
di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano
di tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun
altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le
altre forze progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia
della reazione, che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso
movimento proletario.
Delle varie tendenze
proletarie, seguaci della politica classista e dell'ideale collettivista,
i comunisti hanno riconosciuto la difficoltà di ottenere un seguito
di forze sufficienti per vincere, e per ciò si sono - a differenza
degli altri partiti popolari - trasformati in un movimento rigidamente
disciplinato, che sfrutta quel che residua del mito russo per organizzare
gli operai, ma non prende leggi da essi, e li utilizza nelle più
disparate manovre.
Questo atteggiamento
rende i comunisti, nelle crisi rivoluzionarie, più efficienti dei
democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi
operaie dalle altre forze rivoluzionarie - col predicare che la loro "vera"
rivoluzione è ancora da venire - costituiscono nei momento decisivi
un elemento settario che indebolisce il tutto. Inoltre la loro assidua
dipendenza allo stato russo, che li ha ripetutamente adoperati senza scrupoli
per il perseguimento della sua politica nazionale, impedisce loro di perseguire
una politica con un minimo di continuità. Hanno sempre bisogno di
nascondersi dietro un Karoly, un Blum, un Negrin, per andare poi fatalmente
in rovina dietro i fantocci democratici adoperati, poiché il potere
si consegue e si mantiene non semplicemente con la furberia, ma con la
capacità di rispondere in modo organico e vitale alle necessità
della società moderna. La loro scarsa consistenza si palesa invece
senza possibilità di equivoci quando, venendo a mancare il camuffamento,
fanno regolarmente mostra di un puro verbalismo estremista.
Se la lotta restasse
domani ristretta nel tradizionale campo nazionale, sarebbe molto difficile
sfuggire alle vecchie aporie. Gli stati nazionali hanno infatti già
così profondamente pianificato le proprie rispettive economie che
la questione centrale diverrebbe ben presto quella di sapere quale gruppo
di interessi economici, cioè quale classe, dovrebbe detenere le
leve di comando del piano. Il fronte delle forze progressiste sarebbe facilmente
frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche. Con le maggiori
probabilità i reazionari sarebbero coloro che ne trarrebbero profitto.
Ma anche i comunisti, nonostante le loro deficenze, potrebbero avere il
loro quarto d'ora, convogliare le masse stanche, deluse, assumere il potere
ed adoperarlo per realizzare, come in Russia, il dispotismo burocratico
su tutta la vita economica, politica e spirituale del paese.
Una situazione dove
i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non
uno sviluppo non in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del
rinnovamento europeo.
Larghissime masse restano
ancora influenzate o influenzabili dalle vecchie tendenze democratiche
e comuniste, perché non scorgono nessuna prospettiva di metodi e
di obiettivi nuovi. Tali tendenze sono però formazioni politiche
del passato; da tutti gli sviluppi storici recenti nulla hanno appreso,
nulla dimenticato; incanalano le forze progressiste lungo strade che non
possono serbare che delusioni e sconfitte; di fronte alle esigenze più
profonde del domani costituiscono un ostacolo e debbono o radicalmente
modificarsi o sparire.
Un vero movimento rivoluzionario
dovrà sorgere da coloro che hanno saputo criticare le vecchie impostazioni
politiche; dovrà sapere collaborare con le forze democratiche, con
quelle comuniste, ed in genere con quanti cooperano alla disgregazione
del totalitarismo, ma senza lasciarsi irretire dalla loro prassi politica.
Il partito rivoluzionario
non può essere dilettantescamente improvvisato nel momento decisivo,
ma deve sin da ora cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento politico
centrale, nei suoi quadri generali e nelle prime direttive d'azione. Esso
non deve rappresentare una coalizione eterogenea di tendenze, riunite solo
transitoriamente e negativamente, cioè per il loro passato antifascista
e nella semplice del disgregamento del totalitarismo, pronte a disperdersi
ciascuna per la sua strada una volta raggiunta quella caduta. Il partito
rivoluzionario deve sapere invece che solo allora comincerà veramente
la sua opera e deve perciò essere costituito di uomini che si trovino
d'accordo sui principali problemi del futuro. Deve penetrare con la sua
propaganda metodica ovunque ci siano degli oppressi dell'attuale regime,
e, prendendo come punto di partenza quello volta volta sentito come il
più doloroso dalle singole persone e classi, mostrare come esso
si connetta con altri problemi e quale possa esserne la vera soluzione.
Ma dalla schiera sempre crescente dei suoi simpatizzanti deve attingere
e reclutare nell'organizzazione del partito solo coloro che abbiano fatto
della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita, che disciplinatamente
realizzino giorno per giorno il lavoro necessario, provvedano oculatamente
alla sicurezza, continua ed efficacia di esso, anche nella situazione di
più dura illegalità, e costituiscano così la solida
rete che dia consistenza alla più labile sfera dei simpatizzanti.
Pur non trascurando
nessuna occasione e nessun campo per seminare la sua parola, esso deve
rivolgere la sua operosità in primissimo luogo a quegli ambienti
che sono i più importanti come centri di diffusione di idee e come
centri di reclutamento di uomini combattivi; anzitutto verso i due gruppi
sociali più sensibili nella situazione odierna, e decisivi in quella
di domani, vale a dire la classe operaia e i ceti intellettuali. La prima
è quella che meno si è sottomessa alla ferula totalitaria,
che sarà la più pronta a riorganizzare le proprie file. Gli
intellettuali, particolarmente i più giovani, sono quelli che si
sentono spiritualmente soffocare e disgustare dal regnante dispotismo.
Man mano altri ceti saranno inevitabilmente attratti nel movimento generale.
Qualsiasi movimento che fallisca nel compito di alleanza di queste forze
è condannato alla sterilità, poiché, se à movimento
di soli intellettuali, sarà privo di quella forza di massa necessaria
per travolgere le resistenze reazionarie, sarà diffidente e diffidato
rispetto alla classe operaia; ed anche se animato da sentimenti democratici,
sarà proclive a scivolare, di fronte alle difficoltà, sul
terreno della reazione di tutte le altre classi contro gli operai, cioè
verso una restaurazione.
Se poggerà solo
sulla classe operaia sarà privo di quella chiarezza di pensiero
che non può venire che dagli intellettuali, e che è necessaria
per ben distinguere i nuovi compiti e le nuove vie: rimarrà prigioniero
del vecchio classismo, vedrà nemici dappertutto, e sdrucciolerà
sulla dottrinaria soluzione comunista.
Durante la crisi rivoluzionaria
spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando
tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli
ardenti in cui vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere
plebisciti, ma in attesa di essere guidate.
Esso attinge la visione
e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione
da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua
coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna.
Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina
sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario
si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia.
Non è da temere
che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sbocciare in un
nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società
servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso
fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui
tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato,
la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie
crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione
da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente
possibilità di funzionamento di istituzioni politiche libere.
Oggi è il momento
in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti,
tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge così diverso da tutto quello
che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove
energie tra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere
la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell'attuale crisi
della civiltà europea, e che perciò raccolgono l'eredità
di tutti i movimenti di elevazione dell'umanità, naufragati per
incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere
non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.
ALTIERO SPINELLI
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