Sull'incidente mortale occorso durante la discesa
del Pozzo della Ventrosa (Monti Prenestini)
il giorno 15 gennaio 1961
di Giancarlo Negretti
estratto da:
Rassegna Speleologica Italiana, anno XII,
fascicolo 4, 1960, pp. 220-222.
Il 15 gennaio 1961, nel primo pomeriggio, in seguito a caduta nel Pozzo della Ventrosa, periva la studentessa Adriana Androsoni di anni 21. La cavità, che consta di due salti successivi di poco più che 20m, collegati da un ripido scivolo franoso, si apre sul versante meridionale dei Monti Prenestini, poco al di sotto della cresta del M. Spinasanta a quota 945 circa nel punto individuato dalle coordinate UTM: 33T UG 26944503 (tavoletta Castel Madama I NE F° 150).
La mattina del 15 gennaio, come ogni domenica, venivano distaccate da Roma tre squadre con i seguenti compiti:
Le prime due squadre concludevano regolarmente il loro lavoro nella serata di domenica 15.
Lasciate le vetture a Guadagnolo, la squadra guidata dal Dott. Negretti, si portava con una breve camminata all'imbocco della cavità verso le ore 11. La giornata era discreta: cielo parzialmente coperto, temperatura mite. Assenza di neve.
Armato il primo salto con 30m di scala, discendevano, assicurati da corde di lilion da mm 10, Negretti, Valerio, Salerno e Nolasco. Dal fondo del pozzo Negretti, assicurato con una corda da Valerio, a sua volta assicurato a un chiodo da roccia, discendeva lo scivolo franoso raggiungendone il limite inferiore e disponendosi quindi ad ancorare le scale per il salto successivo.
Nel contempo, alle ore 13, la Androsoni, che era alle sue prime esperienze speleologiche, assicurata alla vita dalla medesima corda servita alla discesa degli altri (e che in seguito venne usata per la loro risalita) con un normale "nodo delle guide", iniziava la discesa dei primi metri della scala. Quasi subito, dopo circa tre metri, benché la temperatura fosse mite, la ragazza accusava forte freddo alle mani e appariva in difficoltà nell'uso della scala, così da lasciarsi appesa alla corda per qualche istante. Consigliata sia dalle due persone esterne che la tenevano assicurata, sia da chi ne seguiva la discesa dal basso, di riafferrarsi alla scala e risalire, fu vista dai soci Nolasco e Salerno annaspare, raggiungere per un attimo con i piedi la scala, indi, nel più assoluto silenzio, riunire le braccia e precipitare. Il corpo della ragazza, dopo aver urtato una prima volta sulle pareti spigolose del pozzo, batteva sull'inizio dello scivolo, proseguiva lungo di questo rimbalzando e trascinando pietre, urtava sul capo di Negretti che al fragore dei sassi aveva tentato invano di ripararsi, e dopo un ultimo rimbalzo, cadeva nel secondo salto.
All'esterno i soci Cozzupoli e Pancirolli che, appena comprese le difficoltà in cui si trovava la ragazza, avevano cominciato a recuperare energicamente la corda di sicura al fine di aiutarla nella risalita, sentivano la trazione allentarsi di colpo e riportavano alla superficie il cappio intatto della sicura, evidentemente sfilatosi dal corpo della Androsoni, in ciò facilitato dalla presenza di un maglione di lana morbida che, scivolando sulla camicetta di seta indossata dalla ragazza, si sfilava anch'esso, all'atto della caduta.

(19/2/61) Alberta Felici inizia la discesa per portare, a nome di tutti i soci, amici e parenti, l'omaggio floreale. Alla "sicura" Carlo Bellecci, Lucio Valerio, Piergiorgio Bellogini, Nino Toro (l'altro di fianco è Raffaello Trigila?)
Il socio Salerno immediatamente risaliva alla superficie per correre a telefonare a Roma e chiedere immediati soccorsi. Nel frattempo Negretti, piantato un chiodo in tutta fretta e agganciate le scale che aveva seco, discendeva al fondo della grotta dove trovava il corpo inanimato della Androsoni; anche il socio Cozzupoli scendeva a constatarne la morte. Nolasco, intanto, correva fino all'abitato di Guadagnolo a comunicare telefonicamente la sciagura alle Autorità competenti. Lasciata la cavità armata, il resto della squadra si disponeva ad attendere l'arrivo dei Carabinieri.
Infatti giungevano verso l'imbrunire il Comandante della Stazione di Capranica Prenestina, una guardia forestale di Guadagnolo e alcuni volontari del luogo, precisando che la località era di competenza della Stazione di S. Gregorio da Sassola, dipendente da Tivoli, già avvertita. Per tale motivo non poteva intervenire per l'autorizzazione di legge il Pretore di Palestrina già presente a Guadagnolo alle ore 19. Da Palestrina erano intanto giunti tre Vigili del Fuoco con alcune corde. Giungeva quindi a Guadagnolo il Comandante della Compagnia CC di Tivoli Capitano Barbagallo, che raccoglieva le deposizioni sommarie dei presenti all'accaduto. Il Parroco di Guadagnolo Don Clemente Piccinelli provvedeva ad avvertire, telefonando a Roma, i parenti della vittima, con i quali prendeva contatto personalmente a Capranica.
Il socio Salerno, intanto, sbagliata la strada per Guadagnolo, riusciva a portarsi all'abitato di Ciciliano poco dopo le ore 16, da dove si metteva in contatto telefonico col Dott. Giorgio Pasquini. Questi, convocati i soci Toro e Monaci, partiva con loro alle ore 17,45 da Roma in automobile portando alcune corde di lilion e lasciando al socio Casale il compito di avvertire altri soci. I tre, ignorando ancora l'esito della caduta, abbandonata la vettura sulle pendici del M. Spinasanta, con una marcia forzata scavalcavano la cresta e raggiungevano il luogo della disgrazia alle ore 20,15.
Atteso invano l'arrivo del Pretore di Tivoli, alle ore 22 circa veniva abbandonato il posto lasciandovi a guardia il socio Pancirolli e i Carabinieri della Stazione di S. Gregorio da Sassola sopraggiungenti in quel momento.
Da Guadagnolo i Pompieri di Palestrina rientravano alla loro sede per far ritorno all'indomani, mentre cinque persone della squadra di Negretti, i tre sopraggiunti da Roma e la socia Alberta Felici (della squadra operante alla Fossa Ampilla, che aveva raggiunto il paese impensierita per il mancato appuntamento a Palestrina con la squadra di Negretti) si accantonavano in un locale messo a disposizione dal Parroco. Poco dopo la mezzanotte arrivavano da Roma il Presidente dello Speleo Club Roma Prof. Bruno Accordi e i soci Angelucci, Cocozza e Laureti.

(19/2/61) Siamo in tanti davanti alla grotta: tutti i presenti alla "Messa" officiata dal Parroco di Guadagnolo Don Clemente Piccinelli. A destra, in secondo piano, il capannello di donne che preparano i fiori da mettere nello zaino, perché non si rovinino nella discesa.
La mattina, mentre arrivavano a Guadagnolo i primi giornalisti, i soci Angelucci, Laureti e Monaci partivano per il Pozzo della Ventrosa recando vettovaglie a coloro che avevano vegliato tutta la notte. Intanto giungevano a Guadagnolo da Roma il socio Bellecci con altri membri dello S.C.R. che si mettevano a disposizione. Il Presidente dello S.C.R. si assumeva il compito dell'organizzazione generale dando incarico a Pasquini perché provvedesse al recupero.
Alle ore 12 il Pretore di Tivoli, Dott. Posata, giunto in paese, autorizzava l'inizio del recupero e si portava alla grotta, seguito da altri sette soci nel frattempo intervenuti, dai Pompieri, dal Parroco, dai parenti della vittima e da alcuni paesani. Sulla bocca del Pozzo giungevano pure cinque membri del Circolo Speleologico Romano.
Le operazioni di recupero venivano così organizzate:
Pasquini, Bellecci, Monaci e Casale discendevano il primo pozzo alle ore 13,30 circa: qui, assicurato ad un chiodo e controassicurato con corda tesa e bloccata all'esterno, veniva lasciato per tutto il tempo del recupero Casale, che assicurava a sua volta Monaci in scomoda posizione sull'orlo del secondo salto. Pasquini e Bellecci si portavano al fondo della grotta dove reperivano il maglione sfilatosi alla Androsoni al momento della caduta e l'orologio da polso fermo alle ore 13,45. Monaci provvedeva intanto a far giungere una barella sulla quale, tra le 15 e le 16, i due assicuravano il corpo irrigidito della ragazza, che presentava una profonda ferita alla fronte con sfondamento della parete cranica.
Il sollevamento della barella avveniva speditamente fino ad un primo balcone stalattitico. Il superamento di tale sporgenza richiedeva numerosi tentativi resi difficoltosi dal violento stillicidio e dalle sporgenze metalliche della barella stessa che facevano contrasto con le stalattiti. Angelucci intanto discendeva il pozzo iniziale per meglio coordinare la manovra delle funi. Minori difficoltà presentava la risalita dello scivolo, su cui Monaci aveva disteso le scale recuperate dal secondo pozzo, e del pozzo iniziale, che il pesante carico superava accompagnato da Bellecci alle ore 18.
Nel frattempo erano giunti al Pozzo due soci del Gruppo Speleologico dell'U.R.R.I.. La salma, accompagnata dall'Autorità Giudiziaria, veniva avviata verso il paese: si alternavano nel trasporto i Pompieri, i soci dello Speleo Club Roma, del Circolo Speleologico Romano, tutti stremati dalla fatica, e i paesani presenti. Monaci, Casale e Pasquini risalivano recuperando tutto il materiale; alle 19 veniva abbandonata la località per il paese. Alle ore 21 tutti avevano fatto ritorno a Guadagnolo ove erano giunti da Roma nel pomeriggio numerosi altri componenti dello Speleo Club Roma.
La salma della Androsoni veniva composta nei locali della Canonica, e la mattina di martedì 17 era traslata a Roma per le esequie.
Rassegna Speleologica Italiana, anno XII, fascicolo 4, 1960, pp. 220-222.
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