La Ventrosa
dalle "49 novellette"
di Giorgio Pasquini
49. - La Ventrosa
Fu Giancarlo Negretti che dettò questa piccola lapide, che ancora si vede: "Il 15 gennaio 1961, Adriana Androsoni qui cadde e morì." E fu il battesimo di sangue dello Speleo Club Roma, ricordando a tutti che la speleologia è uno sport pericoloso, come l’alpinismo, l’attività marina e subacquea, le corse automobilistiche, la tauromachia, et coetera.
Ma la speleologia non l’abbiamo inventata noi, disse Lamberto Laureti a Bruno Accordi, in una riunione volta a limitare l’attività del gruppo, onde non fare accadere altri incidenti. L’avessi detto io, che non c’ero, e passavo per il direttore tecnico spericolato e ambizioso di successi, non avrebbe fatto scalpore, ma da Lamberto!
Cioè se si accetta, si sceglie, di attraversare il ghiacciaio, si prevede anche la possibilità di morire. Joshua Slocum quando nel 1895 partì per circumnavigare il mondo in solitaria, lo sapeva bene, anche se pensava di farcela! Sono state scritte tante sciocchezze in proposito, ma se uno non spera, cioè non è convinto che può farcela, che può scampare la morte, non principia nemmeno l’azione rischiosa! Il saggio cerca il meglio per il domani! Quale filosofo l’ha detto? Cioè a dire che uno, una possibilità pensa sempre averla, se no non si tenta la vittoria, si tenta la morte.
Io ho sempre detto, e mantenuto per qualsiasi azione, che il cinquanta per cento è un’ottima probabilità. O è bianco, o è nero! O si vive, o si muore! O il chiodo tiene, o viene giù con te attaccato!
Debbo dire che Adriana questo conto non lo faceva, e non era cosciente dei rischi di chi va in grotta! Nessuno l’aveva avvertita, ma un gruppo speleologico alleva speleologi, non santi o filosofi!
Ero stato io a formare le cinque squadre che uscirono quel giorno, e a indicare loro gli obbiettivi, mandando Lucio con la giovane amica, mai stati in grotta, a quella che consideravamo una cavità adatta ad allenamento dei novizi. Andarono anche tre o quattro allievi del corso ‘60, il primo dello Speleo Club Roma, appena terminato, giovani iscritti a Geologia. Oltre a Lucio Valerio, Franco Pancirolli, socio effettivo di valida esperienza, e per caposquadra Giancarlo Negretti, prudentissimo alpinista e consigliere del gruppo. La grotta era già stata rilevata anni prima, da me con il Circolo Speleologico Romano, e la squadra non aveva altro compito che usare le scale nei due pozzi successivi, con la corda di sicura! Un’altra squadra era invece non lontano, alla Fossa Ampilla, presso Capranica Prenestina, una ai Carseolani, una ai Lepini, e una alla grotta di San Silviano presso Terracina, questa con compiti operativi.
Come consigliere addetto alle operazioni potevo essere soddisfatto, come fondatore del gruppo pure: a un anno dalla fondazione avevamo quasi cento iscritti, di cui un terzo in attività. Eravamo a buon diritto il più forte gruppo italiano, e le grandi mete sarebbero venute presto! Chi le voleva?
Quel giorno non pretendevo nemmeno far grotte! Ero andato con i miei a pranzo ai Castelli, per comprare il vino, e alle quattro del pomeriggio dormivo nel mio letto, dopo una fumata di pipa, divertendomi a seguir l’ombra delle volute di fumo proiettate sul muro dal lume del comodino. Vengo svegliato dalla telefonata di un giovanotto della squadra, chiaramente emozionato, che mi sa dire solo che una ragazza è morta in grotta, e che sta telefonando da Ciciliano. Non riesco cavargli di più: morta, non caduta o ferita, chi poteva essere? Per un attimo penso ad Alberta, ma poi mi ricordo che lei era alla Fossa Ampilla, e non può che essere Adriana Androsoni, al pozzo della Ventrosa! E perché Salvatore Salerno mi telefona da Ciciliano, e non da Guadagnolo?
Saprò poi che non ha trovato la strada giusta, e si è gettato a valle per il versante settentrionale dei Prenestini, e che una macchina di cacciatori gli ha dato un passaggio a Ciciliano. Chi c’è a casa la domenica a mezzo pomeriggio? Trovo Nino Toro e Massimo Monaci, e con la vecchia seicento di famiglia, e una corda da 100 metri, partiamo verso le sei di sera. Lasciati da mio padre sulla strada che va da Mandela alla depressione dei Caprini, saliamo nella notte alla cresta occidentale del Monte Spina Santa, riuscendo a mezzo chilometro dal pozzo. C’è un fuoco, e avvicinandoci tra le macchie, riconosco tracolle bianche dei Carabinieri: è morta!
I militi stanno in piedi, la squadra è seduta intorno al fuoco in silenzio. Domando a Negretti, cosa è accaduto, e mi dice che Adriana è precipitata al fondo del secondo pozzo; e che lui ne ha constatato la morte. Deve arrivare il Pretore competente ad autorizzare la rimozione del cadavere, e verrà domattina da Palestrina.
Chi faceva sicura? Io, mi risponde Pancirolli! Come è successo? Si è sfilata dal cappio! Basta così, andiamo in paese. E lasciamo, con i carabinieri di guardia, solo Franco Pancirolli, in dolorosa riflessione. So che è un buon cristiano: non farà sciocchezze romantiche, ma forse avrei fatto bene a portarmelo via. Troviamo ospitalità dal prete, e troviamo anche Burragato, Felici, Bellogini, che hanno rilevato la Fossa Ampilla, ed avevano appuntamento con Negretti e gli altri per far cena assieme.
![]() (19/2/1961) Da sinistra Maurizio Polidori, Nietta Sinibaldi, Alberta pronta per scendere, con il mazzo di garofani bianchi, il papà di Nietta. Sullo sfondo il volto di Fiorella Bachechi. |
La fortuna fu che Adriana aveva da poco compiuto i ventun anni, era venuta di sua volontà, e quindi non si configurava il reato di ratto consensuale di minorenne! Io la conoscevo, avevo pure fatto un po’ di corte alla sorella Rita, di capelli rossi, e contralto al coro universitario, ma la vedevo tutte le settimane alla piscina dello stadio Torino, ove io mi allenavo per il pentathlon moderno, e loro per la Lazio nuoto, l’una dorsista e lei, Adriana, per farfalla e delfino. Aveva smesso da poco l’attività agonistica, ed era una massiccia bruna di fianchi larghi ed eccezionale scioltezza del cinto scapolare, purtroppo!
I genitori, entrambi nell’ambiente sportivo, non ebbero cuore di arrivare a Guadagnolo, e mandarono uno zio colonnello, da poco rientrato dalla Somalia, che sull’imbocco ci disse: non rischiate per tirarla fuori, in caso la lasceremo dov’è, e faremo giù una bella tomba!
Lunedì mattina, l’ottimo Presidente Accordi, ordinario di Geologia alla Sapienza, che allora era l’unica Università di Roma, venuto su con generi di conforto e ricambi asciutti, mi diede l’incarico di procedere al recupero, dato che i Vigili del Fuoco di Palestrina dissero che non era lavoro per loro. Il Pretore autorizzò l’operazione, e io scelsi a collaboratori gli eccellenti Carlo Bellecci, Carlo Casale e Massimo Monaci, tutti dello Speleo Club Roma. Erano comunque arrivati più di una trentina di colleghi di Roma, anche di altri gruppi, pronti a lavorare. Allora, nel ‘61, non era ancora stato costituito il Soccorso Speleologico!
I quotidiani romani ci trattarono molto bene: nessuno parlò di incompetenza, né di faciloneria, e il Paese Sera, allora efficientissimo, fece addirittura un paginone sulla disgrazia, a firma Ugo Mannoni. La gita fu scambiata per una esercitazione in campagna di geologia, dato che Negretti era assistente di Petrografia, e io assistente volontario di Geografia Fisica! La cosa non poteva piacere ad Accordi, e infatti non gli piacque!
Pochi giorni dopo fummo interrogati da un magistrato della Procura, Giulio Franco, uno dei tre G., che danno nome a questa difficile via del Morra, dritta sopra il Conventillo: Negretti quale caposquadra, Pancirolli perché faceva la sicura, e io perché avevo formato la squadra.
Se avesse usato un’imbracatura, se avesse indossato una tuta! Ma allora tutti i corsi roccia e tutti gli alpinisti usavano legarsi con un cappio alla vita, con il nodo chiamato delle guide, sugli indumenti normali. Non erano in uso, o in commercio, le cinture, le imbracature, e, pure in grotta, la maggioranza usava vestiti vecchi, da lacerare e sporcare. Fummo prosciolti in istruttoria, e l’incidente mortale fu giudicato dovuto a tragica fatalità.
Tra i tanti se, c’era anche quello delle forme di Adriana: se avesse avuto la vita più sottile, e fosse stata più legata di spalle, forse il cappio non le usciva. Ma era fatta ad albero di Natale, petto piatto e allargato dal nuoto, e snodata di braccia! A un uomo non sarebbe accaduto, anche svenuto, e sarebbe stato retto dalla corda, sotto le costole o sotto le ascelle. Aggiungasi che non portava reggiseno, e aveva un pesante maglione su una camicetta di morbida batista: è uscita dal maglione, che è volato al fondo per conto suo. Il cappio fu giudicato di normale ampiezza per la circonferenza della vita.
Probabilmente, avendo cessato l’attività atletica, e tendendo ad aumentare di peso, stava un po’ a dieta, ma non assumeva farmaci per questo. Né era in periodo mestruale, ma è svenuta al primo sforzo, tre metri sotto l’imbocco, dove termina la dolina a imbuto, e scampana il primo fuso carsico della grotta, nei calcari dell’Elveziano (?), forse per paura del vuoto. Da sotto è stata vista fermarsi, e perdere lo scalino con i piedi, restando appesa con le braccia tese. Sopra hanno udito dire: ho molto freddo! Franco Pancirolli le ha detto di tornare su, e si è disposto a issarla di peso, quando la corda si è allentata, e Adriana, senza un grido, è caduta giù per quindici metri, roteando con il corpo un paio di volte, e picchiando con la fronte su una lama di roccia! Il corpo è poi rimbalzato nello scivolo a gradini che con pochi metri sbocca sul secondo pozzo, ha sfiorato Negretti che stava mettendo un chiodo per ancorare le scale, per fortuna assicurato, ed è finito al fondo del secondo pozzo di quasi venti metri.
Lì l’ho trovata, esattamente ventiquattro ore dopo. Riversa su un masso di crollo, tutto inondato dal sangue uscitole dalla testa, e dove scivolai con la mano nei primi passi che feci. Apparentemente non aveva altre lesioni, ma certo era tutta fratture e contusioni agli organi interni. La camicetta era salita al collo, il maglione era su un sasso vicino, l’orologio col cinturino e il vetro rotti, poco più in là, fermo sulle tredici. Asciugatami la destra insanguinata sulla tuta, mi feci il segno della croce, e recitai una preghiera.
Benché avessi già visto altri morti durante la guerra: erano soldati tedeschi uccisi dal fuoco dei polacchi di Anders, e mi era sembrata una cosa normale. Ma Adriana la conoscevo, era in grotta, e ne fui impressionatissimo! Rimasi in silenzio, mentre arrivava Carlo Bellecci, il più forte del Gruppo Grotte Roma, entrato a far parte dello Speleo Club una settimana prima, il giorno della Befana. Da sopra per barella ci calarono il cataletto della camera mortuaria del paese, e lì faticosamente legammo il cadavere già rigido, avvolto in una coperta e con un elmetto a coprirgli la faccia. Non provammo nemmeno a chiuderle gli occhi, come fanno nei film! Fu agganciato il carico alla corda da 100 metri che avevo portato la sera, e dal prato cominciarono a tirare, ma la corda faceva attrito all’imbocco, sulla volta dello scivolo e sull’orlo del salto, mentre noi eravamo in coppia assicurati da Massimo Monaci, e Carlo Casale faceva da passavoce, e dava un tiro dalla base del primo pozzo.
Fu un’ammazzata! Il cataletto munito di gambe in tondino piegato si impigliava ogni po’ di metri nei grappoli di concrezioni pendenti lungo la parete, e io e Carlo sulla scala dovevamo disincastrarlo e tenerlo all’esterno con le nostre schiene. Chiedevamo mollare un metro e non accadeva nulla, poi tutto ridiscendeva di due metri, secondo l’elasticità della corda trattenuta dagli attriti.
Come Dio volle, riuscimmo a portare il triste carico alla base del pozzo esterno e lì fu rapidamente issato fuori. Ce l’avevamo fatta! Sull’imbocco scese un gran silenzio: prima si udiva il vociare di quel centinaio di persone venute a vedere, anche dai paesi vicini. Tutti via, appresso al cadavere che era stato messo di traverso sopra un mulo, e di lontano si vedeva una fila di luci sulla mulattiera che saliva verso il paese.
Ci tirarono fuori gli amici dell’URRI, Sandro De Angelis, Arnaldo Botto e forse, non ne sono sicuro, Vittorio Castellani, che avevano conservato del vino per noi. Quasi sfiniti, anche per l’emozione, riposammo un po’ intorno al fuoco che stava spengendosi, come si era spenta la vita di Adriana.
Giorgio Pasquini
12 dicembre 1997
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