Il primo tempo fu l’esatto specchio della situazione sopra descritta: grande tensione avellinese, avvertita in campo e sugli spalti (gremitissimi come al solito, peraltro). Predominio territoriale dei Lupi, ma sterile, poche occasioni da gol. Sampdoria prevalentemente sulle sue. Nell’intervallo si diffondevano le voci più disparate sul risultato di Ascoli-Udinese (si sperava in un pareggio, anche se l’Ascoli degli ultimi tempi non autorizzava a sperarci troppo), in quanto non si era ancora nell’epoca di Internet o dei telefonini, ed era bastato uno sciopero dei giornalisti sportivi per impedire alle informazioni di circolare. La voce più accreditata dava comunque per certo un gol di Dirceu.

All’inizio del secondo tempo, l’impressione di tensione sembrava, se possibile, aumentata, ma si passò ben presto dal dramma alla tragedia quando nei primissimi minuti su un cross apparentemente innocuo, Roberto Amodio pensò bene di ostacolare irregolarmente un Trevor Francis isolato in area che saltava per il colpo di testa. L’arbitro fu ineccepibile e tra le furiose proteste di pubblico e squadra decretò il rigore. Ricordo bene che io pregai (letteralmente) per un esito infelice e tutti un po’ ci speravamo perché Paradisi, il nostro portiere, era uno bravo sui rigori. Appena poche settimane prima ne aveva parato uno a Paolo Rossi . . . Sul dischetto andò lo stesso Francis, purtroppo il tiro fu preciso e il gol inevitabile.

Una cappa di gelo scese sul Partendo, sembrava di vedere il film di sette anni meravigliosi scorrere davanti, ma il lupo è pur sempre IL LUPO e non si arrese. Cominciò un periodo arrembante di una ventina di minuti, nei quali sfiorammo il gol almeno quattro volte in maniera clamorosa (mi sembra che prendemmo due pali!). Liberi da ogni tatticismo, perso per perso, i Lupi schiacciarono la grande Samp nella propria tre-quarti e diedero vita ad un pressing incredibile sospinto da un pubblico impaurito ma eccezionale. Il gridò “LUPI-LUPI-LUPI” si alzò su ogni calcio d’angolo, su ogni ripartenza, su ogni cross dalla tre-quarti. Insomma, ci credevamo tutti, ci DOVEVAMO credere tutti . . . ma non bastò.

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